L’archeologia non è mai neutrale. Nelle regioni del mondo attraversate da faglie identitarie ancora profonde, l’archeologia tende ad assumere una funzione strumentale e legittimante rispetto alla politica. Il Medio Oriente è la regione in cui questo connubio emerge con maggiore forza. La sua particolare evoluzione storica, infatti, rende tale regione un vero e proprio museo di culture, religioni e lingue. Un’area in cui gli Stati-Nazione che la popolano rappresentano il prodotto spurio di un processo di sedimentazione per sovrapposizione. Un quadro picassiano dove emerge, perentoria, la quarta dimensione: il Tempo che scorre. Per comprendere in che modo questo connubio tra archeologia e politica si materializzi vale la pena analizzare almeno due esempi concreti.
La Città di Davide a Gerusalemme
Gerusalemme. Al di fuori delle mura della Città vecchia, nei pressi del sobborgo arabo di Silwan, sorge il parco archeologico della Città di Davide. Questo si trova in un’area appartenente alla parte orientale della città, conquistata da Israele in seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Ad oggi la Città di Davide viene considerata come il centro archeologico più importante di Israele, ma anche il più discusso e criticato. Massimo esempio di come, storicamente, l’archeologia venga strattonata da ciascuna parte non già per il solo sapere scientifico ma anche per precise ragioni politiche. In una regione in cui, come affermato da Amos Oz, la terra è un bene di lusso. Pertanto, una volta piantato il proprio piede è bene non ritirarlo indietro per non rischiare di non trovare più posto.
Fondata nel X secolo a. C. da re Davide in seguito alla vittoria sui Gebusei, la Città di Davide è considerata come il filo diretto che lega il giovane Stato israeliano con la millenaria storia dell’ebraismo. In particolare, si tratterebbe del primo nucleo della presenza ebraica in quella che poi diventerà Gerusalemme. Le prime spedizioni archeologiche in quest’area, ad opera dei britannici, risalgono alla seconda metà del XIX secolo, quando ancora la Palestina era proprietà dell’Impero ottomano. In particolare, nel 1867 il generale Charles Warren, del corpo dei Royal Engineers, organizzò la prima spedizione di questo genere per conto del Palestine exploration fund. All’epoca si trattava di una delle tante missioni di questo genere organizzate dal governo di Sua Maestà, il primo a sistematizzare l’utilizzo geopolitico dello strumento archeologico.
La principale scoperta di Charles Warren è rappresentata dall’antico sistema idrico che in epoca antica collegava la Sorgente di Gihon al nucleo gerosolimitano attraverso tre canali: quello risalente all’età del bronzo medio, il canale Warren e il tunnel di Ezechia. A quella spedizione ne seguirono molte altre nelle diverse fasi storiche in cui attori distinti si sono succeduti nel controllo di Gerusalemme. Dalla conquista israeliana della città, gli scavi archeologici hanno subito un’accelerazione. Solo negli ultimi due decenni, ad esempio, si contano ben nove spedizioni di questo genere. Attualmente il sito archeologico è controllato e gestito dalla Ir David Foundation, meglio nota con l’acronimo Elad. Si tratta di un’organizzazione che ambisce a riportare alla luce le radici ebraiche della città, accusata da parte palestinese di condurre politiche di colonizzazione della memoria storica.
La scoperta più discussa risale al 2005 quando Eilat Mazar, dell’Università ebraica di Gerusalemme, dichiarò di aver individuato i resti del palazzo reale risalente proprio all’epoca di Davide. Ciononostante, in questo caso anche il sito ufficiale del parco archeologico non ha ancora confermato definitivamente la scoperta. In definitiva, le critiche che negli anni hanno accompagnato gli studi archeologici in questo sito si configurano su due direttrici principali. Su un piano scientifico-archeologico, sono state messe in discussione le tecniche utilizzate. Sia per i rischi strutturali che tali lavori potrebbero causare alla popolazione che vive nel quartiere sovrastante, ma anche per la scarsa attenzione concessa alle epoche storiche più recenti rispetto all’antichità ebraica. Infine, su un piano politico-ideologico, è soprattutto la comunità palestinese ad accusare la gestione israeliana di una parzialità storica che vedrebbe appunto l’utilizzo dell’archeologica come strumento di legittimazione di un progetto politico.
Anche l’UNESCO si è pronunciata in merito a tale questione. Nel dicembre 2016 si è spinta a sostenere che neanche il Muro occidentale e quindi l’intero Monte del Tempio avrebbero dei legami storicamente provati con la popolazione ebraica, chiedendo pertanto di interrompere tutte le missioni archeologiche in corso, comprese quelle nella Città di Davide. Dal canto suo Israele ha riportato alla luce monete, iscrizioni e altri reperti che proverebbero il contrario, accusando l’UNESCO come in generale l’Onu di assumere atteggiamenti anti-israeliani a causa della presenza di una maggioranza automatica contraria allo Stato ebraico nelle operazioni di voto.
Betania oltre il Giordano
Giordania. Sulla riva orientale del fiume eponimo, lungo la linea di confine con Israele, sorge il sito di Betania oltre il Giordano, conosciuto anche con il nome arabo di Al-Maghtas, letteralmente “battesimo” o “immersione”. Di fronte, sulla riva orientale del fiume, troviamo il sito israeliano di Qasr el Yahud. Secondo la tradizione biblica si tratta del luogo dove Gesù ricevette il battesimo da Giovanni Battista, evento che conferisce al sito un profondo significato religioso. È tradizionalmente identificato anche come il luogo dove gli israeliti attraversarono il fiume Giordano giungendo in Terra Santa dopo i quarant’anni passati nel deserto e quello in cui il profeta Elia ascese al cielo. Ad un centinaio di chilometri di distanza, a sud del Mare di Galilea, sorge poi Yardenit, un terzo sito battesimale, eletto tale dal Ministero del Turismo di Israele nel 1981, dopo che venne vietato l’accesso a Qasr el Yahud (riaperto poi nel 2002) a causa della sua posizione a confine tra i due Paesi, i cui rapporti erano particolarmente tesi a seguito della Guerra dei sei giorni, al termine della quale Qasr el Yahud era passato dal controllo giordano a quello israeliano.
Il sito da anni è oggetto di una disputa tra Israele e la Giordania, poiché entrambi i Paesi sostengono che Gesù sia stato battezzato nel rispettivo lato del fiume. Oggi, tuttavia, gli archeologi, l’UNESCO e gran parte della cristianità sono del parere che la legittimità storica vada ad Al-Maghtas. Ad avvalorare questa tesi sono innanzitutto le varie campagne di scavo condotte a Betania che hanno portato alla luce i resti di un antico edificio, identificato poi come la capanna di Giovanni Battista. In secondo luogo, esistono diverse prove bibliche, archeologiche e storiche utili all’identificazione che hanno portato alla produzione delle 13 testimonianze di autenticazione, lettere con cui importanti leader religiosi e archeologi sostengono l’autenticità del sito. Infine, a coronare questa certificazione di autenticità sono stati due patrocini importanti: le visite papali, cominciate con quella di Giovanni Paolo II nel 2000 e alla quale sono seguite quella di Benedetto XVI nel 2009 e di Francesco nel 2014, che non hanno invece avuto luogo nel vicino sito in Israele; infine l’UNESCO, che nel 2015 ha dichiarato Al-Maghtas patrimonio dell’umanità, certificazione dalla quale invece, sia Qasr el Yahud che Yardenit sono state escluse.
Osservando vari studi di settore, è evidente come i due siti in Israele siano mete decisamente più ambite rispetto alla loro controparte giordana. Betania, pur essendo il terzo sito più visitato del Paese, dopo Petra e Jerash, viene superata da Yardenit con un numero di visitatori di quattro volte maggiore. Ciò è soprattutto dovuto all’adozione da parte di Yardenit di un modello efficace di management sostenibile. Innanzitutto, nella gestione del sito di Yardenit i manager tengono conto – attraverso ingressi contingentati e su prenotazione – della sua capacità di carico, ossia del numero di turisti che un sito è in grado di ricevere senza che essi arrechino “distruzione dell’ambiente fisico, economico e socioculturale” come da definizione dell’OMT. Dunque, un fattore essenziale per la realizzazione di un turismo sostenibile. Betania, invece, dichiara di essere in grado di accogliere oltre 3000 visitatori ogni giorno, realizzando pertanto un turismo di massa che non risulterà sostenibile nel lungo periodo. A compromettere poi la competitività di Betania e a consolidare invece quella di Yardenit è l’accessibilità, forse la caratteristica più importante data la natura del sito. I fedeli, infatti, usano immergersi nel fiume Giordano per purificarsi e chiedere la grazia o la guarigione dalle proprie infermità, ma Betania non è facilmente accessibile per persone con disabilità o mobilità ridotta, a differenza di Yardenit.
Osservando, infine, il Travel & Tourism Competitivness Report assistiamo, nel periodo che va dal 2013 al 2019, ad un movimento altalenante di Israele rispetto agli altri paesi del mondo, ma in ogni caso sempre più competitivo rispetto alla Giordania. Confrontando gli score di entrambi, notiamo come questo divario sia dovuto al fatto che, sebbene la Giordania abbia una price competitiveness nettamente superiore rispetto ad Israele, quest’ultimo riesce però a compensare con un’offerta più soddisfacente delle infrastrutture e dei servizi. Pertanto, la maggiore abilità manageriale di Israele porta il Paese a una posizione di maggiore competitività a livello globale, e quindi di conseguenza a una posizione di maggiore potere politico, nonostante l’autenticità storica e il rigore archeologico sembrerebbero affermare il contrario.
Arianna Testa
Pietro Baldelli
Geopolitica.info

