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08/04/2021
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Migrazioni climatiche: sfida di oggi e di domani

di Antonio Di Palo

Le migrazioni climatiche sono un fenomeno estremamente difficile da inquadrare, sia a livello giuridico che dal punto di vista della cause, e ciò rende i migranti climatici una categoria tra le più vulnerabili del pianeta.

Le migrazioni climatiche sono un fenomeno estremamente difficile da inquadrare, sia a livello giuridico che dal punto di vista della cause, e ciò rende i migranti climatici una categoria tra le più vulnerabili del pianeta.

Oggi l’1% del pianeta Terra è una zona calda appena vivibile e miliardi di persone chiamano questa terra “casa”. Entro il 2070, a causa del riscaldamento globale, questa percentuale potrebbe arrivare al 19%, forzando così le popolazioni di queste aree a spostarsi in altri luoghi, e dando ulteriore impulso a fenomeni migratori particolarmente imponenti.

Il riscaldamento globale e le altre conseguenze del cambiamento climatico non hanno infatti ripercussioni solo sull’ambiente e sugli ecosistemi naturali, ma innescano cambiamenti geografici, politici, demografici  e culturali strutturali che condizionano il presente e i prossimi decenni della vita sulla Terra. 

In realtà, le migrazioni climatiche sono una storia antica. Fin dalla sua comparsa, migrare è stato il modo più naturale che l’essere umano ha escogitato per adattarsi alle crisi climatiche. Il termine “rifugiati ambientali” fu coniato per la prima volta dall’agronomo statunitense Lester Brown, nel 1976. Lo utilizzò per descrivere le persone costrette a migrare a causa dei mutamenti delle condizioni ambientali. Nonostante alcuni passi avanti, gli individui o le comunità che si spostano a causa dei cambiamenti climatici hanno ancora poca protezione e poco riconoscimento a livello internazionale, e il dibattito pubblico sulla questione stenta a collocarsi all’interno dei binari giusti. 

La difficoltà ad approcciare a questa tematica parte già dalla definizione, sia pratica che giuridica, di migrante climatico. È molto difficile definire con chiarezza il fenomeno poiché, come accennato nell’introduzione (al di là di non molti casi concreti, come quelli degli atolli nel Pacifico che stanno lentamente scomparendo a causa dell’innalzamento del livello del mare), non è facile stabilire quando una migrazione è causata direttamente e principalmente da agenti climatici. I fattori che orientano questi flussi migratori sono tanti e complessi, da quelli sociali a quelli economici, passando per quelli politici, e la crisi climatica non è altro che un amplificatore dei problemi già esistenti all’interno delle comunità più fragili.

Esistono differenti vedute sul termine da usare in riferimento ai popoli che si spostano a causa delle condizioni ambientali avverse. Alcuni studiosi parlano di profughi ambientali o climatici, altri di rifugiati ambientali, altri ancora adottano il termine di migranti climatici o ambientali. Le organizzazioni delle Nazioni Unite tuttavia hanno espresso il loro disaccordo in merito all’utilizzo del termine rifugiato climatico, in quanto “rifugiato” fa riferimento a una precisa categoria giuridica individuata dall’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 e comprende solo e soltanto coloro costretti a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di “razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”.

Le motivazioni ambientali non sono, quindi, ancora presenti tra quelle che definiscono giuridicamente un rifugiato. Per mancanza di una definizione adeguata relativamente al diritto internazionale, è quindi difficile, anche per gli esperti, definire con esattezza il termine da utilizzare. 

Intanto, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha proposto la seguente definizione e classificazione:

“I migranti climatici sono persone o gruppi di persone che, per motivi impellenti di cambiamenti improvvisi o progressivi dell’ambiente che influiscono negativamente sulla loro vita o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro case abituali, o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, e si spostano all’interno del loro paese o all’estero”.

Ma guardiamo più da vicino i numeri. 

Il Centro di monitoraggio per gli sfollati interni (IDMC) ha calcolato che 23,9 milioni di persone hanno spostato la loro dimora nel solo 2019 a causa di disastri connessi al cambiamento climatico. Si ritiene che le aree geografiche più esposte alle migrazioni climatiche siano i paesi in via di sviluppo, nonostante nella stragrande maggioranza dei casi siano tra quelli che contribuiscono meno alle emissioni di gas serra e, più in generale, all’inquinamento. Secondo la Banca Mondiale in Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina, che insieme rappresentano il 55% della popolazione del mondo in via di sviluppo, fino a 143 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare all’interno dei loro paesi o verso l’esterno entro il 2050.

Ancora più allarmanti si rivelano le previsioni nel rapporto “Migration and Climate Change” dell’IOM, che parlano di 200 milioni di migranti climatici entro il 2050: una persona su 45 tra quelle che vivono sulla terra. Ma tale stima è “incerta” per via della già esposta assenza di una definizione internazionale comune di “migrante climatico” che non garantisce un’osservazione statistica completa ed articolata. Avere cifre esatte risulta quindi un compito arduo. Inoltre, come ha affermato Beatriz Felipe Pérez, una delle più riconosciute studiose del fenomeno: “per le persone che migrano è complicato capire che dietro le motivazioni personali della loro scelta c’è il cambiamento climatico, è molto più chiaro pensare che si sta migrando perché si è alla ricerca di una vita migliore o di un nuovo lavoro”, e questo aspetto potrebbe tendere a “spostare” in altre categorie statistiche moltissimi migranti non consci loro stessi, talvolta, della ragione della migrazione.

Il fatto che i popoli più colpiti siano popoli di nazioni che esercitano meno impatto sull’inquinamento globale apre un’ulteriore grande questione. E cioè che sono i paesi più sviluppati a dover necessariamente guidare la transizione. Tocca a loro farlo perché le migrazioni climatiche si verificano, spesso e volentieri, per scelte politiche portate avanti per anni a Bruxelles piuttosto che a Milano o Boston. 

Ma la risposta alle crisi migratorie è stata una delle questioni politiche più conflittuali degli ultimi anni. Se, da un lato, è cresciuta, seppur lentamente, la consapevolezza dei problemi legati alle migrazioni climatiche, dall’altro sono aumentate anche alcune tendenze a politiche migratorie basate solo sulla ricerca e sul consolidamento del consenso. L’analisi del problema, delle sue cause e dei suoi effetti, lascia quindi lo spazio a dibattiti sterili privi di visione chiara e innovativa. 

 Le azioni istituzionali sulla questione ambientale in generale partono dal Protocollo di Kyoto del 1997, quando di migrazioni climatiche si parlava rarissimamente, all’interno della cui cornice si è tentato di costruire un assetto globale per portare avanti politiche di riduzione delle emissioni di gas serra. Non poteva quindi bastare, dato che il tema migratorio non veniva collegato strutturalmente agli interventi riguardanti il cambiamento climatico.

Due sono le azioni multilaterali più incisive adottate dalla comunità internazionale negli ultimi anni. Nel 2015 gli Stati firmatari dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici hanno richiesto che un comitato speciale, istituito alla Conferenza sul Clima di Varsavia del 2013, elabori raccomandazioni con il fine di fornire assistenza alle persone sfollate per via del cambiamento climatico.

Nel 2018, invece, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration”, un documento che riconosce la crisi climatica come uno dei fattori causa di movimenti imponenti di persone nei prossimi anni, e che spinge sensibilmente i governi a formare dei piani per prevenire le migrazioni climatiche e aiutare le persone che saranno costrette a spostarsi per queste ragioni. 

Tuttavia, sia le raccomandazioni del comitato speciale sia il Global Compact non sono giuridicamente vincolanti e ciò porta i governi ad assumere un atteggiamento molto meno attento, pianificato e incisivo.

Le migrazioni ambientali vanno poi analizzate anche dal punto di vista delle potenziali destinazioni. I migranti sono sono esseri umani con categorie e visioni del mondo proprie che vanno a incidere su un nuovo ecosistema sociale, economico e culturale molte volte non preparato e che li vede solo come una minaccia.

Secondo delle stime del comitato consultivo scientifico del governo tedesco su questo dossier, il ricco nord del mondo, principale contributore del cambiamento climatico, sarà probabilmente poco o per niente influenzato dalla migrazione dal sud globale a causa dei cambiamenti ambientali, perché la maggior parte dei movimenti verso nord rimarrà su piccola scala e gli spostamenti saranno principalmente sud-sud. Ciò significa che milioni di persone in grave difficoltà si riverseranno in luoghi che già si confrontano con problemi enormi, creando una situazione potenzialmente insostenibile. 

Nonostante la sfida diventi sempre più pressante, le nostre conoscenze sull’incidenza dei fattori ambientali sui movimenti migratori continuano ad essere molto limitate ed estremamente pregiudiziali. Uno studio condotto da Giovanni Bettini, docente presso l’Università di Lancaster, ha dimostrato come la migrazione climatica, seppur con gradazioni differenti, è inquadrata dall’opinione pubblica come un evento apocalittico. Ciò è dovuto al fatto che la migrazione a causa di condizioni climatiche contribuisce ad aumentare una posizione anti-migrazione già esistente, per la quale molte delle persone che si spostano sono spesso viste come un problema da affrontare rafforzando le frontiere. Ciò porta anche la politica internazionale a sentirsi praticamente “costretta” all’interno di una spirale di strumentalizzazione che non sembra volersi arrestare. 

A tal proposito, è interessante riportare il contributo di Asad Rehman, direttore dell’associazione benefica War on Want, che suggerisce di cambiare il modo in cui viene inteso ad oggi il problema del movimento migratorio in genere: “più si parla di “migrazione di massa” rafforzando quindi i timori già esistenti, più si permette alla persone già impaurite ed intimorite da tali fenomeni di creare questa idea che abbiamo bisogno di essere protetti dalle persone che si spostano, anche se non ci siamo mai assunti alcuna responsabilità per il motivo per cui potrebbero spostarsi”.

Andrebbe spostata l’attenzione dal prodotto finale del problema alle sue cause, concentrando anche le politiche e gli interventi alla radice. Comprendere che i paesi ricchi possono e devono fare di più, poiché la necessità di una transizione ecologica riguarda il futuro di ogni popolo che abita questo pianeta. 

La sfida è una di quelle evidentemente impegnative, ma in una prospettiva di una politica estera italiana in chiave mediterranea e di proposizione nei confronti dell’Africa è imprescindibile formulare delle proposte chiare. In quanto attore geograficamente impattato dovremmo porci anche da attore impattante. Lo si può fare se si investe in una diplomazia più coraggiosa sul cambiamento climatico, essendo propizio il momento anche dal punto di vista europeo, con la Commissione ambiziosamente costruttrice del cosiddetto Green New Deal e con una forte volontà di imprimere alla ripresa economica dalla pandemia da Covid-19 una chiara impronta nella direzione di un futuro più sostenibile. 

È un tema importante anche quello della visione della classe dirigente di oggi ma soprattutto di domani. La necessità di far emergere dei decisori pubblici con una visione completamente differente rispetto al passato della sostenibilità ambientale e delle questioni migratorie sarà una partita decisiva. L’obbiettivo deve essere quello di formare individui che assimilino una prospettiva mediterranea totalmente rinnovata, che parta da una presa di coscienza solida della posizione geografica che l’Italia ha. Per farlo serve anche una imponente capacità di interconnettere le sfide e le questioni. Comprendere che investire massicciamente in aziende green nei campi dell’agricoltura, dell’edilizia, del riciclo della plastica, della produzione di materiali, del trattamento delle acque, della mobilità sostenibile e fornire i mezzi a quelle già esistenti di rinnovare i modelli organizzativi e di produzione può significare potenzialmente assumere anche una chiara postura di politica internazionale. Significa comunicare un messaggio chiaro a partner ed alleati. E l’opportunità di farlo diventa ancora più ghiotta se pensiamo di poterlo fare attraverso il Made in Italy, un elemento nella cassetta degli attrezzi del nostro soft power invidiatoci da chiunque. 

L’aspetto della classe dirigente va però di pari passo con la costruzione di una nuova comunicazione politica. La leadership ha il dovere esprimersi diversamente sui fenomeni migratori, perché questo comporterebbe la costruzione parallela di una cultura e di una coscienza diversa da parte dell’opinione pubblica, molto più utile agli interessi politici, tattici ed economici di tutto il sistema paese. 

In conclusione, per questo progetto di ampio respiro è pivotale il riconoscimento della strategia. Riconoscere che la nostra, indipendentemente da chi governa, si costruisca sul fatto che la penisola è proiettata nel Mediterraneo e che giaciamo in uno spazio che per forza di cose è influenzato da ciò che accade in Africa e nel Medio Oriente mediterraneo è il passo originario da compiere. Di lì in poi sviluppare le direttrici di un’azione molto più convinta e corroborata nei confronti delle migrazioni climatiche potrebbe rivelarsi meno insidioso.

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