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21/04/2021
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Fallita la Superleague: vincono i tifosi, le risorse del Qatar (Psg) e l’austerity tedesca (Bayern)

di Francesco Oddi

Un progetto di scissione del calcio europeo ha unito l’Europa. E l’Europa unita lo ha affossato. C’è stata una reazione forte e compatta contro il format, sottoscritto da 12 tra i club più ricchi del continente, di una nuova competizione calcistica, la Super League, destinata a generare profitti finora mai visti nel calcio mondiale (i 12 si sarebbero divisi, all’avvio della nuova competizione, un primo contributo di 3,5 miliardi di euro, anticipato dalla banca d’affari americana JP Morgan: l’obiettivo era di spartire una torta del genere ogni anno) a discapito dell’Uefa e delle sue competizioni (Champions, Europa League, e dal 2021-22 anche la Conference) e dei campionati nazionali.

Un progetto di scissione del calcio europeo ha unito l’Europa. E l’Europa unita lo ha affossato. C’è stata una reazione forte e compatta contro il format, sottoscritto da 12 tra i club più ricchi del continente, di una nuova competizione calcistica, la Super League, destinata a generare profitti finora mai visti nel calcio mondiale (i 12 si sarebbero divisi, all’avvio della nuova competizione, un primo contributo di 3,5 miliardi di euro, anticipato dalla banca d’affari americana JP Morgan: l’obiettivo era di spartire una torta del genere ogni anno) a discapito dell’Uefa e delle sue competizioni (Champions, Europa League, e dal 2021-22 anche la Conference) e dei campionati nazionali.

Un progetto che avrebbe aumentato un divario già ben marcato tra pochi club d’elite e gli altri, annullando i meriti sportivi (i fondatori avrebbero partecipato alla Super League ogni anno, a prescindere dai risultati) e forse anche rivalità centenarie: c’era anche l’ipotesi che i club coinvolti non prendessero più parte ai campionati nazionali (l’esclusione è stata minacciata subito dalle tre federazioni coinvolte, ma c’era anche l’ipotesi di un distacco volontario). Il tutto per la (presunta) gioia di 5 miliardi di appassionati/clienti in ogni parte del mondo: per vendere i diritti della nuova competizione in Asia – mercato considerato con margini di crescita enormi in ogni business plan, da decenni a questa parte – si rischiava di privare i tifosi della Fiorentina della sfida con la Juventus. O quelli dell’Everton del derby con il Liverpool. E per la prima volta da più di un anno giornali generalisti, siti internet e telegiornali hanno dato l’apertura a una notizia non legata al Coronavirus.

In realtà gli effetti economici del Covid erano stati tirati in ballo: una giustificazione a cui non si poteva dar credito, visto che l’enorme esposizione debitoria di buona parte dei club firmatari inizia molti anni prima. Il progetto che avrebbe dovuto risolvere i loro problemi nasce nella Casa Blanca, soprannome sprezzante ma azzeccato del club più ricco e potente del mondo, il Real Madrid, il cui presidente, Florentino Perez sarebbe stato a capo della nuova organizzazione. Con Francisco Franco al potere il Real era considerato uno strumento di propaganda del potere centrale, a cui si contrapponevano i catalani del Barcellona, rivali e autonomisti: ora i due club più importanti di Spagna erano alleati in questa iniziativa. E avrebbero dovuto ricevere un ricco bonus per averla avviata: la divisione dei proventi tra i club fondatori sarebbe stata diseguale (e i risultati sportivi avrebbero pesato per non più del 20%). Con loro una terza spagnola, l’Atletico Madrid, tre italiane – la Juventus, che si è esposta più di tutte, Milan e Inter – e sei inglesi: Manchester United, Manchester City, Chelsea, Liverpool, Arsenal e Tottenham. Ma le inglesi sono state le prime a tirarsi indietro, affossando tutto il progetto: la partita si è decisa lì.

Solo apparente la contraddizione per cui il premier Boris Johnson, principale fautore della Brexit, si fosse subito schierato al fianco dell’Unione Europea contro l’iniziativa (“non c’è bisogno di essere un esperto per provare orrore per un progetto simile”), dicendosi pronto a anche a legiferare pur di bloccare tutto. Nettamente contrari il presidente francese Macron (anche se non c’erano club francesi coinvolti), Mario Draghi, una lunga serie di rappresentanti dell’Unione Europea, la Fifa e tutte e 55 le federazioni calcistiche europee riunite nell’Uefa. Che aveva subito iniziato a studiare una causa da 50/60 miliardi contro i 12 club, minacciati anche di essere estromessi dai campionati nazionali. Venerdì si sarebbero dovuto decidere se escludere i club già dalle coppe in corso: in Champions League sarebbe rimasto solamente il Paris Saint-Germain, unica delle 4 semifinaliste a non essere coinvolta nel progetto, in Europa League ne sarebbero rimaste due, Villarreal e Roma. Che ben difficilmente sarebbero andate direttamente in finale: in caso di linea dura, ovvero esclusione immediata della “sporca dozzina” (definizione del presidente dell’Uefa, l’avvocato sloveno Ceferin, in carica dal 2016, dopo gli scandali finanziari che avevano travolto il suo predecessore, Michel Platini), si sarebbe valutato un ripescaggio dei club eliminati nei quarti. Anche perché gli esclusi avrebbero certamente dato il via a una lunga battaglia legale: lasciandoli fuori senza sostituirli c’era il rischio di non giocare neppure semifinali e finali di Champions League. E a quel punto sarebbe arrivato il contenzioso anche con i titolari dei diritti televisivi, privati di eventi pagati a suon di milioni.

Nella guerra tra Uefa e club sarebbero potuti andare di mezzo anche i calciatori: secondo quanto minacciato coloro che avrebbero preso parte alla Super League non sarebbero stati più convocati in nazionale. Mondiali ed Europei – quello del 2020, rimandato causa Covid, inizierà tra un mese e mezzo – si sarebbero potuti giocare senza i calciatori più forti e famosi. E alcuni calciatori avevano subito fatto trasparire la loro preoccupazione, tra interviste e (soprattutto) profili social.

Oltre a loro, ai politici, e ai rappresentanti dei club esclusi, i più schierati sono stati i tifosi. Persino in Inghilterra, il paese chiave della svolta: un sondaggio effettuato da YouGov ha interpellato oltre 1730 britannici, e ben il 68% si è detto contrario. Percentuale che sale al 79% conteggiando solamente quelli delle squadre non ammesse alla Super League. Ma – ed è un risultato sorprendente – il nuovo progetto non piaceva (contrari al 64%) neppure ai tifosi delle 6 fondatrici della nuova, ricchissima competizione. Quelli del Liverpool – che al momento non si qualificherebbe per la Champions League 2021-22, e lunedì sera ha giocato contro il Leeds, che si è presentato con magliette con scritto sul retro “Il calcio è dei tifosi”, e sul davanti “guadagnatela”, con lo stemma della coppa –  hanno esposto striscioni con la data di fondazione del club, e 2021 come data di morte. Un altro recitava: “RIP LFC / amore per lo sport della classe operaia, rovinato da ingordigia e corruzione / grazie per i ricordi”. Mentre i tifosi del Chelsea ne hanno esposto un altro con scritto: “Vogliamo le nostre fredde serate a Stoke”. Il calcio inglese, del resto, è quello in cui squadre di dilettanti, passando una lunga serie di turni di qualificazione, possono giocare contro le big in FA Cup. Capita che calciatori pagati milioni di euro debbano cambiarsi in container e fare le docce con l’acqua fredda, in campi di calcio senza spogliatoi in muratura, con una traballante tribunetta da duecento posti, circondati da villette con giardino, in cui ogni tanto bisogna andare a bussare per farsi ridare il pallone. A gennaio il Tottenham di Mourinho e Gareth Bale, esterno gallese a cui il Real Madrid dava 15 milioni l’anno di stipendio, è andato a giocare in casa del Marine Fc, club di ottava divisione inglese che prende il nome da un pub: come spogliatoio per gli ospiti ha messo a disposizione il salone di un ristorante, dove di solito si celebrano i matrimoni. E ogni tanto, in qualcuna di queste sfide perse in partenza, ci scappa la sorpresa: quest’anno il Leeds United, squadra di Premier League, è stato eliminato dal Crawley, che gioca in League Two, la quarta serie.

È il Giant Killing, i piccoli che eliminano i super favoriti, una delle tradizioni a cui gli inglesi sono più legati. Mentre il progetto della Super League, con 15 fondatrici (tre andavano ancora individuate) ammesse di diritto a prescindere dai risultati, e 5 invitate di volta in volta, con criteri tutti da stabilire (e una fetta di ricavi ben inferiore), era un modello di matrice statunitense, mutuato dall’NBA di basket, completamente estraneo alla tradizione sportiva europea. Non è un caso che tre delle sei inglesi coinvolte (Manchester United, Liverpool e Arsenal) abbiano un proprietario americano. Ma ieri sera, prima di mezzanotte, cinque delle sei inglesi si sono tirate indietro (l’Arsenal aggiungendo le scuse ai tifosi), e un’oretta dopo si è aggiunta anche la sesta, il Chelsea di Roman Abramovich. In Italia si è chiamata fuori l’Inter, mentre il Barcellona ha rimandato la decisione a una votazione tra i soci. Ormai non più necessaria: nella notte è arrivato il comunicato della Super League, che ferma le operazioni. “Nonostante la partenza dei club inglesi, costretti a prendere tali decisioni a causa della pressione esercitata su di loro, siamo convinti che la nostra proposta sia pienamente allineata alla legge”. Però “date le circostanze attuali, riconsidereremo i passaggi più appropriati per rimodellare il progetto”. Che, stando alle indiscrezioni circolate domenica notte, si voleva provare a far partire già dalla prossima stagione, con difficoltà organizzative che erano apparse da subito praticamente insormontabili.

La prima delle 12 ad annunciare di aver cambiato idea è stata il Manchester City, di proprietà dello sceicco Mansour Bin Zayed Al Nayan, membro della famiglia reale di Abu Dhabi. Nonché cugino dello sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar, nonché fondatore della Qatar Sport Investmens, che possiede il pacchetto di maggioranza del Paris Saint-Germain. Che era invitata al progetto, ma non ha voluto aderire: i rapporti con l’Uefa, che pure lo aveva messo sotto inchiesta per violazioni al Fair Play Finanziario (vicenda da cui il club era uscito praticamente senza danni), al momento sono molto buoni. Il Qatar ha avuto dalla Fifa l’organizzazione del discusso mondiale del 2022 (ci sono inchieste per corruzione, sull’assegnazione della rassegna a un paese con un clima inadatto, nessuna tradizione calcistica, e impianti ancora in costruzione, con continue accuse di violazioni dei diritti umani dei lavoratori, e minacce di boicottaggio) e la BeIN Media Group, di cui è amministratore delegato Nasser Al-Khelaifi, presidente del Psg, ha un accordo con l’Uefa per trasmettere la Champions League: non era il momento di mettersi contro i vertici del calcio mondiale.

Oltre al Psg hanno declinato l’invito a far parte del progetto il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund. Non hanno alle spalle le incalcolabili risorse del Qatar come il Psg, ma una delle economie più efficienti d’Europa. E le gestioni sono state impeccabili, garantendo ai due club una solidità che le altre big si sognano. La Juventus ha un’esposizione importante (accentuata dall’ingaggio di Cristiano Ronaldo, che da solo costa ben più di 100 milioni di euro l’anno), il Milan ha i debiti della vecchia gestione oltre a quelli dell’attuale, l’Inter è nelle mani del governo cinese, che ha imposto al gruppo Suning, che controlla il club, di smettere di buttare soldi nel calcio (cosa che rischiava di per far perdere ai nerazzurri uno scudetto già in tasca, con un ritardo nel pagamento degli stipendi che stava per portare a penalizzazioni in classifica). Il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, è stato definito un mentitore dal presidente dell’Uefa Ceferin, uno che aveva fatto il padrino al battesimo della figlia: col suo ruolo di presidente dell’Eca (European Club Association) il numero uno bianconero aveva collaborato con lui al progetto di riforma e ampliamento della Champions League, presentato proprio lunedì mattina. Poche ore prima si era dimesso dalla presidenza dell’Eca, mentre il suo club annunciava di aver aderito alla nuova competizione. Sabato Ceferin lo ha chiamato, visto che le voci circolavano con insistenza, lui ha negato tutto, e poi ha spento il telefono, rendendosi irrintracciabile. Lo ha raccontato lo stesso presidente dell’Uefa, in conferenza stampa, a Montreux, davanti ai giornalisti di mezza Europa: non certo una gran figura. Come le interviste, uscite questa mattina su varie testate italiane, in cui decanta i (presunti) vantaggi per l’intero movimento calcistico europeo di un progetto durato da domenica notte a martedì sera.

Il Bayern Monaco è stato più lungimirante, ed ha allestito una squadra ai vertici del calcio mondiale senza bisogno di consegnarsi nelle mani della banche. Karl-Heinz Rummenigge, ex bandiera del calcio tedesco, ora diventato amministratore delegato del club, nello spiegare il rifiuto ha tirato una bordata ai suoi colleghi. “La soluzione è ridurre i costi. Con la Super League i club cercano di risolvere il problema dei debiti, peggiorati con la pandemia. Ma la strada non può essere quella di incassare sempre di più e pagare sempre di più giocatori e agenti”. Un tedesco che richiama spagnoli e italiani a una maggiore attenzione ai conti, visto che gli inglesi si sono già chiamati fuori: dicono che il calcio piaccia tanto proprio perché è una rappresentazione simbolica della vita.

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