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04/06/2021
Medio Oriente e Nord Africa, Notizie

Il ruolo della Turchia nel conflitto tra Hamas e Israele

di Nicolò Rascaglia

“Israele è uno Stato terrorista e crudele […] coloro che sono rimasti in silenzio sono complici della crudeltà a cui stiamo assistendo”. Nelle ultime settimane hanno fatto molto clamore le dichiarazioni al vetriolo con il quale il Presidente turco Erdoğan ha definito Israele. La recente escalation di violenza a Gaza e a Gerusalemme ha mostrato quanto, almeno a parole, la Turchia abbia ancora intenzione di mantenere il suo ruolo di sostenitrice della causa palestinese, mandando in soffitta qualsiasi tentativo di ricucire i rapporti diplomatici con Israele, oggi ai minimi termini.

“Israele è uno Stato terrorista e crudele […] coloro che sono rimasti in silenzio sono complici della crudeltà a cui stiamo assistendo”. Nelle ultime settimane hanno fatto molto clamore le dichiarazioni al vetriolo con il quale il Presidente turco Erdoğan ha definito Israele. La recente escalation di violenza a Gaza e a Gerusalemme ha mostrato quanto, almeno a parole, la Turchia abbia ancora intenzione di mantenere il suo ruolo di sostenitrice della causa palestinese, mandando in soffitta qualsiasi tentativo di ricucire i rapporti diplomatici con Israele, oggi ai minimi termini.

I rapporti tra Ankara e il Movimento Islamico di Resistenza affondano le loro radici nel 2007, quando quest’ultimo prese il potere a Gaza con un colpo di mano. I legami del governo turco guidato dall’allora Primo Ministro Erdogan con la Fratellanza Musulmana fornirono da base per la costruzione del sodalizio. Il sostegno turco ad Hamas divenne quanto mai manifesto il 31 maggio del 2010, quando nove attivisti turchi furono uccisi da truppe israeliane a bordo della Mavi Marmara, parte di un convoglio di navi dirette verso la Striscia di Gaza, all’epoca sotto embargo israeliano. Quel tragico evento segnò da un lato la cesura dei rapporti diplomatici con Israele e dall’altro rese manifesto al mondo il supporto turco ad Hamas e alla sua causa. La retorica cruda utilizzata in questi giorni dal Presidente Erdogan contro i bombardamenti delle Israel Defense Forces (IDF) su Gaza, ha messo nuovamente in luce quanto per la Turchia, a distanza di anni, il sostegno ad Hamas sia ancora una carta importante da giocare tanto sul piano diplomatico che su quello interno. 

Sul fronte esterno, il rapporto con il Movimento Islamico di Resistenza fa parte di una più ampia strategia con la quale la Turchia ha ambito, e ambisce tutt’ora, a divenire un punto di riferimento per tutti i paesi musulmani; un modello, citando il Presidente americano Obama, che nel 2009 definì così il paese della mezzaluna per via della sua capacità di conciliare l’Islam e i principi democratici. In questo senso, il supporto alla causa palestinese è stato strumentale per rafforzare l’immagine della Turchia agli occhi dell’opinione pubblica medio orientale, specialmente a Gaza, dove la Turchia viene vista ancora oggi come un modello di riferimento ed Erdogan è uno dei leader stranieri più acclamati. Molto è cambiato dal 2010 ad oggi. La politica mediorientale ideata dall’allora Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu si è rivelata fallimentare, specialmente dopo il naufragio delle Primavere arabe nella quasi totalità dei paesi. Tuttavia, il sostegno alla causa palestinese e in particolare verso Hamas è rimasta una costante della politica estera turca, strategia che ha fruttato alla Turchia e in particolare ad Erdogan grande prestigio e reputazione in paesi estranei all regione quali Pakistan, Afghanistan e in molti paesi dell’Africa subsahariana a maggioranza musulmana. Nel corso dell’ultimo decennio Ankara è stata accusata da Israele di aver dato asilo a numerosi membri di Hamas, specialmente dopo lo scambio di prigionieri avvenuto nel 2011 tra il Movimento Islamico e le IDF, e di aver fornito loro passaporti e carte d’identità turchi, come rivelato dall’ex incaricato d’affari israeliano in Turchia Roey Gilad. Fra questi ultimi, secondo un’indagine svolta dal Daily Telegraph, ci sarebbero Zacharia Najib, Hisham Hijaz e Jihad Ya’amur, tutti e tre responsabili di aver inviato fondi a cellule operative di Hamas a Gerusalemme, il primo apparentemente coinvolto nel tentato assassinio dell’ex sindaco di Gerusalemme Wir Barkat. Secondo un’indagine del Times, Hamas disporrebbe anche di un ufficio segreto ad Istanbul che svolge attività di contro spionaggio e di guerra informatica, mentre lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna israeliana, ha accusato Ankara di finanziare l’accrescimento dell’arsenale di Hamas tramite la compagnia turca SADAT, gestita da un ex generale turco molto vicino al Presidente Erdogan. Oltre a questo tipo di attività, la Turchia ha ospitato a più riprese alti esponenti del Movimento Islamico tra cui il capo dell’ufficio politico del partito, Ismail Haniyeh lo scorso agosto e Saad al-Arouri, ufficiale di Hamas accusato dall’ANP di aver pianificato attacchi multipli contro obiettivi israeliani. La Turchia ha sempre reagito con fermezza a tutte le accuse, sostenendo che Hamas non è un’organizzazione terroristica ma un partito politico legittimo e nel novembre del 2016 il Presidente Erdogan lo ha definito “un movimento politico nato da una resurrezione nazionale”. 

Se sul fronte esterno il supporto, anche umanitario, alla causa palestinese è funzionale per Erdogan per affermare il proprio ruolo agli occhi dei musulmani di tutto il mondo, sul fronte interno rappresenta una carta importante da giocare nei confronti del proprio elettorato, che secondo le statistiche, complice la grave crisi economica che affronta oggi il paese, starebbe voltando le spalle al leader turco. Stando all’ultima analisi dell’istituto statistico turco Metropoll, se si andasse oggi alle urne, il Presidente turco perderebbe contro ben 3 candidati: gli attuali sindaci di Istanbul e Ankara, Imamoğlu e Yavaş, e la leader dell’IYI Parti, Meral Akşener. Per questo motivo il Presidente Erdogan ha la necessità di ricompattare il proprio elettorato, tradizionalmente credente e particolarmente sensibile alla questione palestinese; ne è un esempio l’impressionante manifestazione montata da una ONG turca lo scorso 11 maggio contro i bombardamenti israeliani a Gaza e che ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini turchi che, in pieno lockdown, si sono comunque riversati per le strade di Istanbul, protestando dinanzi al consolato israeliano. Questa è solo l’ultima di una serie di manifestazioni: scene simili si erano già viste nel 2014, quando centinaia di turchi assediarono le missioni israeliane ad Ankara e Istanbul lanciando pietre e bastoni contro gli edifici. Oltre all’aumento delle proteste nei confronti di Israele, in Turchia sono in aumento anche i casi di antisemitismo, diretta conseguenza del deterioramento delle relazioni tra Ankara e lo Stato ebraico e della progressiva polarizzazione del dibattito politico.

Il sostegno turco ad Hamas e le tensioni con Israele

La stretta relazione fra Ankara e Hamas, unita alle forti dichiarazioni del Presidente Erdogan delle ultime settimane, hanno chiaramente incrinato ulteriormente i rapporti con Israele, già ai minimi termini da diversi anni. Tuttavia, per decenni la stretta cooperazione con Tel Aviv è stata una delle costanti strategiche per Ankara: la Turchia fu il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo Stato israeliano nel 1949 ed entrambi i paesi strutturarono le proprie relazioni sulla base di una profonda cooperazione in ambito militare, strategico e diplomatico, senza considerare il settore del turismo e del commercio, quest’ultimo che anche oggi, nonostante le tensioni, sperimenta un periodo di netta crescita. Con l’ascesa dell’AKP nel 2002 la Turchia iniziò ad adottare una postura progressivamente più rigida verso Israele. La cooperazione con Tel Aviv rimaneva ancora un tassello importante per l’allora Primo Ministro Erdogan, ma allo scoppio del conflitto a Gaza del 2008-09, il governo turco condannò duramente le azioni delle IDF, segnando un primo momento di tensione nelle relazioni bilaterali. Particolarmente significativo fu anche l’ormai iconico discorso di Erdogan al summit di Davos del 2009, quando condannò nuovamente l’operato delle truppe israeliane a Gaza di fronte all’allora Presidente israeliano Shimon Peres, per poi abbandonare il palco per protesta. Al deterioramento delle relazioni diplomatiche, precipitate l’anno successivo con il già citato incidente della Flottiglia di Gaza, corrispose la fine della cooperazione in ambito militare: nell’ottobre del 2009 la Turchia impedì ad Israele di partecipare all’esercitazione aerea Anatolian Eagle, suscitando le critiche del Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Dal 2010 ad oggi le relazioni sono rimaste molto tese, anche a causa della montante retorica anti-israeliana adottata dal Presidente Erdogan e da molti circoli a lui vicini: nel corso di un evento delle Nazioni Unite a Vienna del marzo 2013 il leader dell’AKP definì il sionismo come “un crimine contro l’umanità paragonabile al fascismo, all’antisemitismo e all’islamofobia”. Nonostante piccoli momenti di distensione (nel 2013 Netanyahu si scusò personalmente con Erdogan per l’incidente della Mavi Marmara) le tensioni non accennarono a diminuire. Dopo la deposizione di Mohamed Morsi avvenuta a seguito del golpe egiziano dello stesso anno, il leader turco accusò Israele di essere responsabile dell’accaduto. Dopo un periodo di riappacificazione fra il 2016 e il 2018, coinciso con l’invio reciproco di ambasciatori, i rapporti si fecero nuovamente tesi nel 2018, quando gli Stati Uniti riconobbero Gerusalemme come capitale d’Israele: la Turchia espulse allora l’Ambasciatore israeliano e ritirò il proprio, dichiarando inoltre un lutto nazionale di tre giorni. Numerosi politici turchi, inclusi il Presidente Erdogan e il Ministro degli Esteri Çavusoglu, condannarono Israele definendolo uno stato terrorista che pratica l’apartheid. La risposta israeliana non si fece attendere e il premier Netanyahu condannò l’occupazione turca di Cipro Nord e le operazioni militari turche in Siria, descrivendo inoltre la Turchia come uno dei principali sponsor di Hamas, richiamando molte delle accuse portate avanti gli anni precedenti dal Ministero degli Affari Strategici e dallo Shin Bet. Se si mettono a sistema tutti questi precedenti diplomatici ci si rende conto di quanto le relazioni tra Ankara e Tel Aviv negli ultimi 14 anni siano state profondamente influenzate dall’andamento del conflitto israelo-palestinese. Non sorprendono, quindi, le dure dichiarazioni a cui ormai ci ha abituato il Presidente turco Erdogan, che tendono a infuocare gli animi del proprio elettorato e dei circoli islamici che lo sostengono. Ma negli ultimi anni le tensioni tra Ankara e Tel Aviv hanno assunto anche toni prettamente geopolitici, non necessariamente collegati alla questione israelo-palestinese. La partecipazione dello Stato ebraico all’EastMed Gas Forum, nel chiaro tentativo di estromettere la Turchia dalla partita per il gas del Mediterraneo Orientale, è un primo segnale di come la Turchia inizi ad essere percepita più come un competitor regionale piuttosto che come un partner strategico. Lo scorso anno, per la prima volta nella storia delle relazioni fra i due paesi, le IDF hanno inserito le politiche del Presidente Erdogan all’interno del rapporto annuale sulla valutazione delle minacce. Interessante notare come all’interno del report non venga indicata direttamente la Turchia come una minaccia, ma solo il suo leader, sintomo di quanto il paese della mezzaluna non venga ancora percepito come una minaccia al pari di paesi come l’Iran. A riprova di ciò occorre sottolineare come nei seppur brevi momenti di distensione fra i due paesi, siano stati avanzati numerosi progetti, tra i quali spicca uno per la costruzione di un gasdotto. Nonostante questo, la postura aggressiva adottata da Ankara nel teatro del Mediterraneo Orientale preoccupa i decisori politici israeliani, non sorprende quindi che la cooperazione in ambito militare con la Grecia abbia subito una netta impennata negli ultimi mesi: lo scorso 18 aprile Atene ha annunciato di aver sottoscritto un importante accordo da 1.6 miliardi di dollari, comprendente la costruzione di un centro di addestramento di volo per le Hellenic Air Forces gestito per 22 anni dalla compagnia israeliana Elbit-Systems.

La recrudescenza del conflitto fra Hamas e Israele impedisce il riavvicinamento con Ankara 

Lo scenario fino ad ora descritto prefigura un andamento delle relazioni bilaterali fra Turchia e Israele destinato a peggiorare, specialmente con la permanenza dell’AKP al potere. Tuttavia, come spesso accade, le dinamiche regionali hanno la capacità di rimescolare le carte in tavola e di condurre perfino paesi rivali ad un riavvicinamento. È quanto sta timidamente accadendo da ormai diversi mesi fra Turchia ed Egitto, Arabia Saudita ed EAU. La fine della crisi del Golfo, l’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca e l’isolamento diplomatico dovuto ad una politica estera troppo assertiva, stanno spingendo Ankara a porre rimedio alle pessime relazioni con le altre potenze regionali. Anche con Israele la situazione non è da meno: lo scorso 23 dicembre il Presidente turco Erdogan ha affermato di voler migliorare le relazioni con lo Stato ebraico, affermando che “nonostante tutto le nostre relazioni con Israele a livello di intelligence non sono mai cessate e anzi continuano ancora oggi, nonostante diversi problemi il nostro cuore desidera migliorare le relazioni portandole ad un nuovo livello”. Questa dichiarazione si aggiunge ai numerosi rumors che vorrebbero Ankara pronta a nominare un nuovo Ambasciatore per riempire il vuoto lasciato nel 2018. 

È opinione comune di molti analisti turchi che un possibile riavvicinamento ad Israele sarebbe necessario non solo per mostrare agli Stati Uniti che la Turchia è ancora un partner affidabile per Washington, ma anche per indebolire l’asse greco-israeliano e per tentare di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella partita per il gas del Mediterraneo Orientale, dal quale oggi è esclusa. Un riavvicinamento con Israele sarebbe importante anche per il settore militare, data la necessità delle Turkish Armed Forces di modernizzare il proprio arsenale, specialmente quello aereo. Alcune settimane fa uno dei consiglieri politici di Erdogan ha affermato che “se Israele farà un passo avanti, la Turchia ne farà due” mentre secondo un’indagine di Al-Monitor dallo scorso novembre sarebbero stati aperti canali segreti con il Mossad e si sarebbero anche tenuti incontri tra Hakan Fidan, capo dei servizi segreti turchi, e il suo omologo Yossi Cohen. Ulteriore indizio di un potenziale riavvicinamento è stato l’invito del Ministro degli Esteri Çavusoglu al Ministro dell’Energia israeliano Steinitz ad una conferenza ufficiale sponsorizzata dal governo turco, in quello che potenzialmente sarebbe stato il primo incontro ad alto livello fra membri del governo a distanza di anni. Il condizionale in questo caso è d’obbligo perché la nuova escalation fra le IDF e Hamas ha segnato un’ulteriore rottura con Israele e segnato un’importante battuta d’arresto nel processo di riavvicinamento tra i due paesi. Lo scorso 11 maggio, come conseguenza dei bombardamenti israeliani su Gaza, il Ministero degli Esteri turco ha ritirato l’invito esteso al Ministro Steinitz e la retorica politica anti-sionista di Erdogan è ripresa con foga, suscitando anche diverse tensioni con il Dipartimento di Stato USA che ha accusato il Presidente turco di antisemitismo. La ripresa delle tensioni tra Turchia e Israele in occasione del nuovo conflitto con Hamas è l’ulteriore riprova di quanto Erdogan non sia intenzionato, o forse non sia in grado, di rinunciare alla sua retorica filo-palestinese e al suo supporto verso Hamas.

In queste righe ho sottolineato come le costrizioni interne impediscano al leader turco di fare marcia indietro sul dossier palestinese, uno dei punti chiave sul tavolo delle trattative con lo Stato ebraico. Peraltro, risulta quanto mai chiaro che il nuovo contesto geopolitico regionale, caratterizzato dalla progressiva normalizzazione dei rapporti fra gli Stati arabi e Israele scaturita dagli accordi di Abramo, stia facendo diminuire la valenza strategica che l’asse Ankara-Tel Aviv aveva avuto fino alla fine degli anni ’90 e i primissimi anni 2000. In quel periodo Israele guardava alla Turchia come ad un mediatore nei rapporti travagliati con il mondo arabo e la Turchia guardava Israele come un partner importante nel settore della difesa e come un alleato, specie nelle ripetute tensioni con la Siria. Oggi il contesto regionale è completamente diverso: Israele non ha più bisogno del ruolo di mediatore della Turchia e anche se ne avesse avuto bisogno sa bene che Ankara non è più affidabile sotto questo punto di vista, specialmente dopo che la reputazione turca è stata minata alla base con il fallimento delle primavere arabe

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