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10/09/2021
Notizie

Il governo Obrador dopo le elezioni del mid-term

di Matteo Giuliano

Dopo i risultati delle elezioni del Mid-Term e con il mandato della coalizione guidata da Morena al giro di boa, può essere tracciato un primo bilancio della “quarta trasformazione” annunciata e perseguita dal presidente Obrador. Tra proclami e provvedimenti, gesti simbolici e forti prese di posizione, quanto è stato concretamente fatto per il “cambio verdadero”?

Dopo i risultati delle elezioni del Mid-Term e con il mandato della coalizione guidata da Morena al giro di boa, può essere tracciato un primo bilancio della “quarta trasformazione” annunciata e perseguita dal presidente Obrador. Tra proclami e provvedimenti, gesti simbolici e forti prese di posizione, quanto è stato concretamente fatto per il “cambio verdadero”?

Il Programma di Morena

Il partito guidato da Andrés Manuel López Obrador (AMLO), fondato nel 2011, è salito al governo in seguito alle presidenziali del 2018, in testa alla coalizione “Juntos Haremos Historia”. Fin dalla campagna elettorale, Morena si è posto come partito di rottura rispetto alle precedenti amministrazioni ed è per questo che AMLO, riferendosi al proprio governo, parla di “quarta trasformazione”, come a voler simboleggiare un reset nella politica messicana che accompagni il paese in una nuova era di giustizia sociale e democrazia reale. Da qui una critica spietata e costante nei confronti dei suoi predecessori provenienti dalle file del Partido Revolucionario Institucional (PRI) e del Partido Acción Nacional (PAN), che sarebbero i responsabili della corruzione endemica del paese. Morena ha chiamato il popolo messicano a lottare pacificamente per mettere fine a questo “regime autoritario” rappresentato dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, colpevoli dell’attuale decadenza messicana, che si è tradotta in una profonda crisi economica, nella perdita dei valori democratici, nella disgregazione sociale e in una violenza dilagante. Il programma di Regeneraciòn Nacional di Morena prevedeva inoltre la ricostruzione economica del paese attraverso politiche redistributive a beneficio delle classi più svantaggiate, con ingenti investimenti in politiche pubbliche, la promozione delle iniziative private e sociali sotto rigido controllo statale e nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente. 

Le elezioni del Mid-Term, giugno 2021

Dopo le sconfitte nelle elezioni del 2006 e del 2012, Obrador ha stravinto le presidenziali del 2018 raccogliendo oltre 30 milioni di voti, più del 53% delle preferenze. Malgrado le critiche per l’approccio ritenuto troppo soft alla gestione della pandemia di COVID-19, che ha colpito duramente il Messico come numeri e come ripercussioni economiche, e nonostante le paure di una possibile deriva autoritaria durante il suo mandato, alla vigilia delle elezioni del Mid-Term del giugno 2021 secondo i sondaggi AMLO godeva di un consenso ancora ampio, sebbene in calo. Dopo quella che si è rivelata una delle più sanguinose campagne elettorali degli ultimi anni con circa 90 politici assassinati, il popolo messicano, chiamato alle urne per eleggere la Camara Baja e i governatori di 15 stati (sui 32 totali), non ha smentito le previsioni: la coalizione guidata da Morena si è aggiudicata 11 governatorati su 15 ed ha ottenuto nuovamente la maggioranza alla Camera, con numeri però più bassi rispetto al 2018. Il lieve calo dei consensi si è così tradotto nella perdita della maggioranza qualificata (ancora detenuta in Senato) in seno alla Camara Baja, necessaria per portare avanti le riforme costituzionali che rischiano di essere condicio sine qua non per la “quarta trasformazione”. Durante la campagna elettorale iniziata nel settembre 2020, il leader di Morena aveva annunciato la presentazione di tre nuove proposte di riforma costituzionale (limitazioni ai privati nel settore energetico, riforma della strategia sulla sicurezza e del sistema elettorale), così da polarizzare la competizione elettorale e trasformare il Mid-Term in un referendum sulla sua persona, cercando di ottenere la maggioranza qualificata per attuare tali modifiche strutturali. All’indomani di quella che può essere definita una “vittoria mutilata” per la coalizione di governo, il presidente Obrador ha ribadito con forza che il programma di riforma costituzionale prosegue. D’ora in avanti, però, avrà bisogno di trovare un’intesa con le opposizioni di centro-destra, probabilmente renitenti a trattare con chi le incolpa di essere le responsabili della crisi morale ed economica del paese. 

Il rapporto con le amministrazioni Trump e Biden

In politica estera Obrador, come del resto tutti i suoi predecessori, non può prescindere dal rapporto con gli USA, gettando contestualmente uno sguardo alla frontiera sud del paese in tema di immigrazione, problematica fondamentale per il Messico nell’ambito dei rapporti di buon vicinato con la superpotenza a stelle e strisce. I rapporti tra AMLO e Trump, inizialmente burrascosi anche e soprattutto per il progetto del “muro” al confine promesso dal Tycoon durante la campagna elettorale del 2016, sono via via migliorati. I due presidenti hanno infatti sottoscritto insieme al primo ministro canadese Trudeau l’accordo per il libero scambio “USMCA” in sostituzione del precedente “NAFTA”, in vigore dal 1994. Anche sulla questione migrazioni i toni si sono progressivamente ammorbiditi, sebbene una spinta decisiva in tale direzione si sia avuta con la minaccia di dazi da parte di Trump, che ha costretto Obrador a un giro di vite sui migranti per non perdere il primo mercato di sbocco per la produzione messicana. L’altalenante rapporto tra i due presidenti ha raggiunto così il suo apice nel 2020 proprio quando “The Donald” è stato sconfitto nelle presidenziali USA dal candidato Dem Joe Biden, la cui vittoria è stata quindi accolta con una forte renitenza da AMLO, preoccupato dal possibile reset delle relazioni tra i due paesi faticosamente migliorate dall’inizio del suo mandato. L’amministrazione Biden, nonostante la diffidenza di Obrador, ha mostrato da subito grande apertura ed interesse nei confronti del Messico, scelto come seconda tappa (dopo il Guatemala) del primo viaggio ufficiale all’estero della vicepresidente Kamala Harris ad inizio 2021. Nonostante Biden si sia affrettato a cancellare alcuni progetti per la costruzione del muro al confine con il Messico, il contenimento dei flussi migratori provenienti dal sud rimane questione fondamentale anche per la nuova amministrazione USA, come ha testimoniato il primo incontro (virtuale) Biden-Obrador del marzo 2021, che ha avuto come tema centrale proprio la politica migratoria. I rapporti tra i due paesi nella seconda metà del mandato di AMLO potrebbero quindi continuare sulla falsa riga dell’era Trump, con improvvisi inasprimenti (vedi bloqueo USA su Cuba) e con progressivi riavvicinamenti dettati dalla necessità di cooperare per arginare i fenomeni migratori, problema stringente tanto per gli USA quanto per il Messico.

Verso la “Quarta Trasformazione”?

Con il governo Obrador giunto a metà del suo mandato è possibile tracciare un bilancio provvisorio di quanto concretamente sia stato fatto in direzione della tanto agognata “quarta trasformazione”. Indubbiamente l’approccio di AMLO ha segnato un cambio di rotta radicale rispetto alle precedenti amministrazioni ma le politiche redistributive come il conseguito aumento dello stipendio minimo garantito e i progetti per le grandi opere pubbliche, perseguite in nome di una rottura con la cultura neoliberista che ha dominato il Messico negli ultimi decenni, appaiono in controtendenza con la politica di austerità per il contenimento della spesa pubblica adottata. Anche nell’ambito della lotta alla corruzione, altro pilastro del programma di Morena, al di là di gesti simbolici come il referendum per aprire un’indagine sugli ultimi cinque presidenti messicani (che non ha neanche sfiorato il quorum richiesto), la strada da fare è ancora lunga e la questione si lega indissolubilmente ad un altro problema endemico del paese: la violenza dei cartelli della droga. Obrador anche qui ha voluto prendere le distanze dalla “Drug War” iniziata durante la presidenza Calderon e portata avanti dal suo successore Enrique Peña Nieto, che ha visto gli apparati statali dichiarare guerra aperta al narcotraffico. La politica di AMLO “abrazos, no balazos” (abbracci, non proiettili), oltre a rivelarsi del tutto inefficace, come i dimostrano gli oltre 35.000 omicidi registrati nel paese sia nel 2019 che nel 2020, ha posto comunque al centro dell’azione il comparto militare, come testimonia la creazione della Guardia Nacional nel 2019. Anche sul versante economico, sebbene la pandemia abbia reso difficile constatare l’incisività dell’amministrazione Obrador frustrandone, almeno momentaneamente, qualsiasi tentativo di profondo cambiamento del tessuto economico messicano, la decisione di snobbare o rimandare gli investimenti green puntando sul rilancio di Pemex e del settore degli idrocarburi in generale è in aperta contraddizione con i programmi di crescita sostenibile. 

Il disattendere le promesse fatte in campagna elettorale, la retorica antipolitica e la tendenza centralista con nomine e incarichi concessi a propri fedelissimi hanno fatto piovere su AMLO accuse di populismo e autoritarismo, sia internamente che a livello internazionale. Ad esempio, la volontà di affidare o prorogare incarichi come la guida di Banxico e la presidenza della Corte Suprema messicana a propri uomini di fiducia quali sono, rispettivamente, Arturo Herrera Gutiérrez e Arturo Fernando Zaldívar (che ha rinunciato), ha alimentato le accuse di tendenze centraliste ed autoritarie lamentate anche in seno alla stessa coalizione di governo.

Inoltre, al di là dei proclami e di gesti simbolici come la vendita dell’aereo presidenziale e la destinazione dei fondi ricavati alla questione migranti, troppo poco è stato fatto da AMLO per ridurre la forbice tra ricchezza e povertà nei suoi primi tre anni di mandato; i progetti per le grandi opere pubbliche, come quello del “Tren Maya” e della raffineria di Dos Bocas, rischiano di diventare uno “specchietto per le allodole” in un paese come il Messico, che continua ad avere un tasso di disoccupazione altissimo (aggravato dalla pandemia) ed una parte molto consistente della propria popolazione impiegata nell’economia sommersa.

Anche se il leader di Morena ha ancora tre anni di mandato a disposizione per realizzare la “quarta trasformazione” del Messico, la strada – già tortuosa – si è ora ulteriormente complicata. 

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