Gli scontri in Kazakistan di gennaio non hanno lasciato indifferenti i principali attori del sistema internazionale. Quello che è successo segna uno spartiacque nella storia dei cinque paesi post-sovietici, per la portata dell’evento e nella maniera in cui i paesi si relazioneranno con gli attori esterni. In poche parole, i fatti di Almaty avranno conseguenze politiche diffuse e di lungo termine. Sebbene le relazioni con attori come l’Unione Europea siano state normali nel passato, dopo lo scorso mese queste sono messe seriamente in discussione. Alla luce di questo sicuro cambiamento a livello regionale, la domanda che ora bisogna porsi è: come cambierà la posizione di Bruxelles degli attori internazionali alla regione?
La Strategia dell’UE nella regione
L’Unione Europea è l’unico attore che segue nella regione un progetto propriamente non geopolitico, come ha ricordato il Capo del Dipartimento per l’Asia Centrale del Servizio per l’Azione Esterna Europea, Boris Larochevitch in un’intervista rilasciata al sito Cabar lo scorso anno. L’approccio all’Asia Centrale dell’Unione è definito dalla EU’S New Central Asia Strategy pubblicata nel 2019, in cui vennero definite le tematiche da sviluppare a livello regionale: connettività e il ruolo dei singoli stati in relazione alla situazione in Afghanistan. Il primo quindi collegato all’economia, vista la posizione geografica tra Europa e Asia in risposta alla Belt and Road Initiative (BRI) della Cina; il secondo alla sicurezza in chiave terrorismo. Bisogna però chiarire che la Strategia specifica solo quelle che sono i temi più urgenti: allo stesso tempo l’UE agisce nella regione toccando altre tematiche e creando programmi specifici. In passato i programmi si sono focalizzati sul traffico di droga – come il Central Asia Drug Action Programme (CADAP) che agiva per rafforzare le capacità delle singole agenzie statali nella lotta al fenomeno – e la gestione dei confini – nel 2003 è stato lanciato il Border Management Programme in Central Asia (BOMCA) che mirava a rafforzare la gestione dei singoli stati (gestione dei confini che è tuttora un tema molto caldo nelle regione, viste le crisi attorno alla valle di Fergana che continuano a scoppiare soprattutto in relazione alla scarsità di risorse idriche). Un altro programma adottato è stato il Law Enforcement in Central Asia (LEICA), quest’ultimo con l’obiettivo di rafforzare le azioni di antiterrorismo. Questi programmi sono stati attuati in differenti fasi, ma rappresentano solo una parte di come l’UE ha saputo interagire con la regione a seconda dei suoi bisogni.
La collaborazione economica
Nel corso degli anni l’azione dell’Unione Europea si è differenziata a seconda delle esigenze dei vari stati sia dal punto di vista politico, come abbiamo visto per i singoli programmi, si dal punto di vista economico, visto che fin dagli anni ’90 è apparso chiaro che i cinque paesi non avevano le stesse possibilità economiche a causa dell’eredità del sistema di specializzazione economica ereditato dal periodo sovietico. Turkmenistan e Kazakistan potevano contare sugli idrocarburi in un momento di crescita della domanda mondiale, Tajikistan e Kirghizistan sulla unica produzione di energia idroelettrica, che dovevano esportare attraverso la rete che passava negli altri paesi, l’Uzbekistan sulla produzione di materie prime.
A seconda del livello di sviluppo l’UE ha concesso a tutti i paesi l’accesso al mercato europeo attraverso gli schemi generalizzati di preferenza: al Tajikistan è stato applicato uno schema standard (GSP) che permette a tutti i paesi a basso reddito di avere delle tariffe agevolate per quanto riguarda l’accesso ai mercati dei paesi sviluppati; a Uzbekistan e Kirghizistan è stato applicato invece lo schema GSP+ che oltre all’accesso al mercato promuove i temi come i diritti umani, la buona governance e i diritti dei lavoratori. L’Uzbekistan è stato l’ultimo ad entrare in questo regime, grazie alle riforme economiche volute Mirzyoyev e l’adesione agli accordi internazionali previsti per l’adozione dello schema. Per Turkmenistan e Kazakistan questi schemi non sono stati attuati per il semplice fatto che le loro economie sono classificate come “sviluppate”, a causa delle enormi produzioni di gas e petrolio. L’unico problema è che la ricchezza derivante dal settore energetico in questi due stati è concentrato nelle mani di una ristretta elite. Inoltre, il Kazakistan ha raggiunto delle solide relazioni economiche con l’Unione Europea, tanto che ad oggi l’UE rappresenta il maggior partner economico di Nur-Sultan (il 16% dell’import viene da Bruxelles, mentre il 41% dell’export kazako va in Europa per un totale di diciotto miliardi complessivi di flusso).
Azione esterna e diritti
Quando si parla di azione esterna europea bisogna tenere in considerazione la tipologia di poter usato dell’UE nella sua “politica estera”. L’UE agisce promuovendo quelli che sono le norme e i principi introdotti al suo interno, attraverso quello che è definito “Normative Power”. Oltre ai programmi già elencati l’altro strumento del Normative Power sono i Partnership and Cooperation Agreements (PCA), firmati dai paesi dell’Asia Centrale nella seconda metà degli anni ’90, sebbene non tutti l’abbiano ratificati. I PCA servono a rafforzare i meccanismi politici e i meccanismi economici di un paese e il rispetto dei diritti umani è alla base della firma di questi accordi. Un’evoluzione di questo tipo di accordi sono gli Enhanced Partnership and Cooperation Agreement (EPCA). L’unico paese della regione ad aver firmato il EPCA è stato il Kazakistan nel 2015, mentre Kirghizistan e Uzbekistan hanno iniziato tra il 2017 e il 2018 le negoziazioni. Pur essendo differente dagli EPCA firmati dai paesi dell’Est Europa che rientrano nella Eastern Partnership dell’EU, l’accordo tra Nur-Sultan e Bruxelles comprende i principali temi di cooperazione previsti dal modello come lo sviluppo economico e sociale, lo sviluppo politico, la collaborazione nel campo dell’innovazione, dell’istruzione e della sicurezza.
Ma la promozione dei valori rispecchiati in questi accordi e in generale dall’Unione Europea potrebbe allontanare la regione e il Kazakistan dopo i fatti di gennaio. Nonostante Tokayev avesse promesso una serie di riforme, tra cui l’abolizione della pena di morte approvata lo scorso anno, la situazione sui diritti umani è sempre rimasta problematica nel paese. Con gli scontri di gennaio la situazione è peggiorata ulteriormente. Oltre agli ordini impartiti da Tokayev di sparare indiscriminatamente sulla folla, dal 10 gennaio in poi sono stati denunciate violenze e torture nei confronti degli arrestati. Ed è proprio sui diritti umani che le strade dell’Europa e dei paesi della regione potrebbero separarsi da qui ai prossimi anni. Il 19 gennaio al Parlamento Europeo è stata presentata una proposta di risoluzione di condanna agli scontri in Kazakistan. Il punto nodale è che ora la situazione non potrà fare altro che peggiorare: dopo un evento de genere è molto difficile che ci possa essere un’apertura alle richieste della società civile e agli oppositori politici, anche se questo aspetto era promosso dall’Unione Europea. Per rafforzare la sua posizione, Tokayev ha reintegrato una parte della vecchia classe dirigente legata a Nazarbayev e l’intervento della Russia garantisce la copertura a livello internazionale di cui aveva bisogno. Dopo la crisi, il governo kazako ha cercato di mostrare che la situazione si è ristabilita anche per quanto riguarda le libertà politiche, ma queste concessioni sono mera apparenza.
Questo processo si inserisce in un trend che si stava consolidando negli ultimi anni visto che come ha riportato Human Rights Watch, i processi di riforma in senso democratico nella regione sono rallentati e nei casi di Tajikistan e Turkmenistan la situazione dei diritti civili è peggiorata. Perfino in Kirghizistan, che rappresentava l’eccezione politica nella regione, dopo la presa di potere di Zhaparov ha subito un netto cambio di rotta per quanto riguarda i diritti umani come testimoniano gli arresti degli ultimi giorni.
Dove l’UE perderebbe terreno
L’azione dell’Unione si ridurrà concretamente nei campi della sicurezza e dell’economia. Da un punto di vista della sicurezza regionale, se è vero che Rahmon è andato in visita lo scorso ottobre a Bruxelles con l’intento di trovare appoggio nella gestione della questione afghana, è anche vero che la Russia dopo l’intervento in Kazakistan non potrà più essere ignorata sia per quanto riguarda le questioni interne delle repubbliche ex sovietiche, sia per quanto riguarda lo stesso Afghanistan, come conseguenza della proiezione politica dovuta all’intervento. Se poi consideriamo l’atteggiamento di Mosca nei confronti dei talebani (non ha riconosciuto il nuovo governo, ma non lo ha neanche condannato) la conseguenza più logica è che anche per quanto riguarda le questioni afghane, Bruxelles rimarrà emarginato. Non dobbiamo neanche dimenticare la Cina per la sicurezza regionale: sebbene distaccata da Mosca, Pechino ha una base in Tajikistan ed è estremamente interessata alle potenzialità di Kabul per quanto concerne la connettività del paese.
Da un punto di vista economico, l’UE è probabile rimanga un attore importante, sebbene relativamente al Kazakistan e all’Uzbekistan. Le relazioni commerciali tra UE e Kazakistan non possono cambiare dall’oggi al domani per il passaggio di potere e la diminuzione del rispetto dei diritti civili: l’accesso al mercato europeo è troppo importante per Nur-Sultan e solo nel lungo periodo un tale mutamento è possibile. Ma anche in questo campo il ruolo di altri attori crescerà. La Cina è oramai “la” realtà economica nella regione: secondo dati ripresi dal sito China Briefing, il valore commerciale degli scambi tra i cinque paesi e Pechini è cresciuto del 35% dal 2015 (ricordiamo che la Belt and Road Initiative è stata lanciata nel 2014), e che nell’incontro del 5+1 -ovvero i cinque più la Cina- tenuto lo scorso 25 gennaio sono stati annunciati da Xi ben cinquecento milioni di dollari che nei prossimi tre anni arriveranno nella regione (oltre a cinquanta milioni di dosi di vaccino anti-Covid). Ma non è finita: lo scorso 11 febbraio dopo l’incontro tra Tokayev e Putin sono state annunciate una serie di importanti collaborazioni, tra cui una riguardante lo sviluppo dell’energia nucleare. A conclusione dell’incontro, il presidente kazako ha ribadito il supporto all’omologo russo nel mantenimento della sicurezza eurasiatica, una chiara dichiarazione che si incastra perfettamente, sebbene non in maniera diretta, con la crisi in Ucraina. Considerati tutti questi aspetti, l’Unione Europea non ha reali prospettive di consolidare il proprio ruolo nella regione, neanche da comprimaria.
Un nuovo partner regionale? Eppure, esiste una speranza rappresentata dall’antagonista regionale del Kazakistan: l’Uzbekistan. Tutti i temi che sono stati al centro delle azioni di Bruxelles nella regione sembrano combaciare anche se solo parzialmente con gli interessi di Mirziyoyev e con il ruolo del paese. L’Uzbekistan confina con l’Afghanistan e per questo può essere un alleato utile all’UE (più del Tajikistan) per controllare la sempre instabile situazione politica nel paese; per l’Uzbekistan la gestione delle risorse idriche regionali è di primaria importanza e in questo l’UE può rappresentare un importante sostegno soprattutto favorendo il processo di integrazione regionale; infine l’UE sostiene l’apertura economica di Tashkent attraverso le riforme della governance e della pubblica amministrazione. Aperture che sono lo spiraglio attraverso il quale far penetrare tutte le caratteristiche del suo Normative Power. Il nodo centrale sarà però quello di avere una mano molto leggera, ma efficace, nella partnership con il paese asiatico. Il pericolo che a Tashkent si rivolgano a Pechino è sempre concreto e la crisi del 2005 con gli Stati Uniti deve fa da monito.

