Periodicamente i media rilanciano le dichiarazioni di esponenti dell’establishment cinese, incluso il presidente Xi Jinping, sulla preparazione alla guerra per la riunificazione di Taiwan. I toni duri e le manovre cinesi intorno a Taiwan sono manifestazioni di forza, intimidazione e rivendicazione della sovranità sull’isola, che non hanno solo motivazioni internazionali, ma anche interne. Ma la guerra aperta è un’incognita.
Le ansie cinesi
Le recenti prove di forza cinesi rispondono a esigenze della presidenza di Xi Jinping, rinnovata per altri cinque anni dal congresso del PCC dell’ottobre 2022. Il rallentamento economico e le tensioni sociali spingono a mantenere il consenso interno con il prestigio internazionale: da una parte il ruolo mondiale di mediatore, come nel conflitto russo-ucraino, dall’altra la ferma riaffermazione dei propri interessi nazionali anche con dimostrazioni di forza. I toni duri in politica estera distolgono verso i “nemici” esterni, specie gli Usa, l’attenzione e le responsabilità delle difficoltà interne.
Taiwan è un banco di prova. L’identità cinese tende vieppiù a basarsi sul nazionalismo, che supplisce al rilassamento dell’ideologia marxista. L’inasprimento dei toni cinesi è legato anche agli sviluppi interni di Taiwan, dopo l’elezione nel 2016 della presidente Tsai Ing-wen, riconfermata nel 2020, leader del Democratic Progressive Party (DPP). Il DPP è più assertivo verso la Cina e più disponibile ad accelerazioni indipendentiste, rispetto al partito nazionalista storico taiwanese, il Kuomintang (KMT), ora all’opposizione.
Inoltre, il conflitto russo-ucraino ha irritato la Cina. Esso dimostra come un piccolo stato, inferiore di forza, possa resistere a una grande potenza nucleare. In primo luogo, perché avere l’atomica senza poterla usare trasforma la potenza nucleare in una “tigre di carta” (per riprendere l’espressione di Mao). In secondo luogo, perché oggi l’alta tecnologia che caratterizza le guerre consente a eserciti piccoli ma avanzati tecnologicamente di fronteggiare eserciti più forti nel numero. Questa lezione incoraggia Taipei, capitale di un paese all’avanguardia in campo tecnologico, a credere nella possibilità di resistere a un attacco cinese e motiva lo spirito patriottico dei taiwanesi e la loro compatta resistenza alle mire di Pechino.
Xi ha indicato nel 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, il termine entro il quale realizzare il “grande sogno” della rinascita della Cina, che comprende la riunificazione di Taiwan. È vero che questo non esclude che possa essere tentata prima. Secondo esponenti dell’establishment americano non è escluso che la Cina stia preparando l’invasione a breve, forse entro il 2027, se non addirittura nel 2024. Tuttavia, i richiami di Xi e della dirigenza cinese alla preparazione bellica non implicano necessariamente la decisione dell’invasione. Potrebbero rispondere a esigenze interne, oltre alla mobilitazione nazionalista del consenso al regime. Xi presiede la Commissione militare centrale, nocciolo del potere cinese. I programmi di rafforzamento militare assegnano ampie risorse alla difesa e confermano la centralità delle forze armate. In sostanza, Xi rassicura l’esercito e l’élite militare e prende tempo verso i falchi.
Taiwan isola geografica, Cina isola politica
La Cina sta proseguendo una strategia di lungo periodo per la riunificazione di Taiwan, che se non esclude la guerra, per sua natura non esclude altre soluzioni soft, come riunificazioni con status speciali (benché l’esempio di Hong Kong non sia incoraggiante). La Cina conosce i limiti di una guerra aperta che rischia di coinvolgere gli Stati Uniti. La superiorità americana nel Pacifico è ancora indiscussa. Gli Usa potrebbero aiutare Taiwan in vari modi anche senza un intervento aperto. Inoltre, la guerra non lascerebbe indifferenti altre potenze dell’area, nessuna alleata della Cina, pronte a schierarsi con gli Usa per loro interessi geopolitici: l’India, antico rivale della Cina (anch’essa nel club atomico), il Giappone, nemico storico, l’Australia, entrata nel patto di partnership militare Aukus con Usa e Regno Unito per la costruzione di sottomarini nucleari. Persino potenze minori temono la pressione cinese verso l’Indo-Pacifico. Non solo Taiwan sta investendo risorse sul rafforzamento militare, ma anche le Filippine, immediato ostacolo all’espansione cinese dopo Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone, che sta rivedendo la propria dottrina di sicurezza nazionale. La Corea del Nord per la Cina è più un rischio che un alleato; è incerto l’aiuto della Russia, impegnata in Ucraina e fronteggiata dalla Nato in Europa.
Infine, Taiwan è un’isola, la sua conquista richiede mezzi e strategie diversi dall’invasione di un territorio confinante (come in Ucraina). Gli analisti militari ricordano i limiti dell’operazione: la Cina è ancora impegnata a dotarsi di adeguati mezzi di sbarco; l’operazione anfibia di conquista dell’isola sarebbe assai complessa, ci sono poche spiagge e il territorio interno è montagnoso; né la marina cinese, nonostante il suo rafforzamento, è in grado di dominare acque dove navigano la marina americana e quelle dei suoi alleati, da quelli locali a quelli potenziali sino a quelli europei. Anche il pattugliatore d’altura «Morosini» della Marina Militare italiana è salpato per l’Indo-Pacifico in preparazione di una missione prevista verso fine anno della squadra della portaerei Cavour, su richiesta americana. Queste iniziative non significano certo una nostra preparazione alla guerra, ma hanno lo scopo di dimostrare alla Cina la capacità di mobilitazione delle alleanze Usa, vicine e lontane.
Il containment americano
Un conflitto non è imminente, né probabile. Restano tensione e rischi. Nessuna delle parti può retrocedere dalle sue posizioni. La Cina non può rinunciare alla riunificazione, su cui il regime si gioca la sopravvivenza, una volta passata l’identità nazionale dall’ideologia marxista al patriottismo nazionalistico. Inoltre, Taiwan è una democrazia ormai compiuta, con una società più prospera e più libera. Rappresenta una sfida permanente al regime cinese, poiché offre un modello alternativo particolarmente attraente per le fasce giovanili della popolazione. Da parte loro, gli Usa non possono perdere il controllo dell’area, pena la perdita della loro posizione di potenza globale, che ha nel Pacifico una proiezione storicamente prioritaria. Probabilmente, gli Usa ritengono che la cosa migliore da fare sia quella di non fare niente, cioè lo status quo. Niente che porti ad avvicinare le potenze al confronto diretto, ma molto che porti la dirigenza cinese a misurare i rischi certi di un conflitto rispetto agli incerti successi. In sostanza, aumentare la percezione cinese dei costi dell’invasione, il cui fallimento potrebbe travolgere il regime. Una rivisitata strategia del containment, che ebbe successo con l’Unione Sovietica nella guerra fredda. Contenere le spinte espansioniste cinesi con fermo sostegno a Taiwan, rafforzamento dei rapporti militari con gli alleati, sviluppo di relazioni amichevoli con i paesi dell’area che temono la Cina. Un isolamento di Pechino nell’area senza rompere il dialogo con l’élite cinese. Soprattutto, senza favorire spinte indipendentiste di Taiwan. La Cina potrebbe essere spinta a giocare la carta della forza se percepisse che sta perdendo definitivamente Taiwan.

