L’autore analizza i totalitarismi del Novecento e ipotizza che la democrazia è in pericolo.
Secondo l’analisi politica e storica fatta da Paolo Mieli nel suo ultimo libro “Il secolo autoritario- Perché i buoni non vincono mai”, (pagg.303, Rizzoli, Milano, 2023), la democrazia è in pericolo. Una sorta di profezia quella dell’ex direttore del Corriere della Sera, che già aveva anticipato due anni fa nel suo libro pubblicato sempre da Rizzoli, dal titolo “Il tribunale della storia”. Il saggio che esamina fatti e personaggi e ribalta l’esito di alcuni avvenimenti. Insomma, Paolo Mieli metteva in discussione la “verità” storica finora tramandata. Sul banco degli imputati vi aveva messo: Napoleone Bonaparte, Caterina di Russia, Mussolini, Fidel Castro, Roosevelt, Vittorio Emanuele III.
Ne “Il secolo autoritario”, la struttura è la stessa, ma gli imputati sono altri. Paolo Mieli analizza così i totalitarismi del Novecento ben radicati nel passato. Due regimi autoritari in Italia e in Germania che hanno messo a soqquadro l’Europa e innescato la Seconda guerra mondiale e la creazione, poi, a Oriente, di quello che sarà il blocco sovietico, sopravvissuto fino al 1989 con la caduta del muro di Berlino e la fine della “Guerra fredda”.
Paolo Mieli parte così dalle scintille del conflitto, dal patto Molotov-Ribbentrop, tra Hitler e Stalin, e dai “protocolli segreti” che hanno segnato anche il lungo periodo postbellico e che sopravvivono ancora oggi nella retorica di Putin e la guerra in Ucraina, passando per l’Afghanistan, la Cina di Mao e di Xi, gli Usa di Kissinger e Nixon, di Trump. Concentrandosi all’inizio sull’ombra nera del fascismo e del nazismo, del delitto Matteotti, lo storico rintraccia nel passato più o meno recente i semi dell’autoritarismo. E li individua nella reazione alla congiura di Catilina, nell’agire di un papa come Gregorio VII, conosciuto per aver costretto Enrico IV a umiliarsi a Canossa, nel populismo di Guglielmo II, nei tribuni della plebe “rivisitati” durante la Rivoluzione francese.
Il secolo a cui si riferisce Mieli, quindi, non è soltanto il Novecento ma è un periodo più lungo che conta ben più di cento anni e arriva ai nostri giorni, ai regimi arabi nel loro rapporto col terrorismo moderno. È lo stesso autore a dichiarare che con questo suo ultimo lavoro si è “ritrovato a ipotizzare che il vero secolo autoritario sia quello che stiamo vivendo” e che sia giunto “il momento di interrogarci su perché i buoni non vincono mai e i cattivi esordiscono come infime minoranze e poi diventano maggioranza.”

