L’attacco del 17 settembre all’aeroporto Modibo Keita e alla scuola di gendarmeria a Bamako evidenzia le gravi vulnerabilità di sicurezza in Mali e nel Sahel. Il presente articolo si propone di analizzare i principali gruppi jihadisti e il loro modus operandi nella regione.
L’attacco a Bamako
Lo scorso 17 settembre, intorno alle 5:30 della mattina, la capitale del Mali è stata teatro di uno degli attacchi terroristici più gravi nella regione del Sahel degli ultimi anni. Gruppi di miliziani hanno attaccato due luoghi simbolo del sistema di sicurezza statale maliano e della guerra al terrorismo: l’aeroporto Modibo Keita e l’Accademia di gendarmeria, entrambi ad appena trenta minuti di automobile dal centro della capitale Bamako.
Nel pomeriggio, az-Zallaqa Media ha riportato la rivendicazione degli attentati da parte del Gruppo d’Appoggio all’Islam e ai Musulmani (JNIM).
L’attacco è avvenuto in concomitanza del 64° anniversario della fondazione della Gendarmeria nazionale, e pochi giorni prima della festa nazionale maliana, celebrata il 22 settembre. Inoltre, l’operazione è stata condotta il giorno successivo al primo anniversario della creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), la confederazione difensiva sottoscritta dalle tre giunte golpiste di Mali, Burkina Faso e Niger.
Secondo media occidentali come Le Monde, il bilancio delle vittime oscilla tra i 70 e gli 80 morti, mentre JNIM ha affermato di aver ucciso o ferito oltre 200 soldati maliani e membri dell’Africa Corps, sostenendo di aver subito soltanto 13 perdite tra le fila dei propri miliziani. Questi ultimi sono stati definiti “Inghimasi”, termine che si riferisce a formazioni di guerriglieri caratteristiche dei gruppi jihadisti-sunniti, noti per combattere fino alla morte. Sarebbero state proprio queste truppe d’assalto a infliggere pesanti danni a mezzi aerei durante l’attacco all’aeroporto.
Il Sahel come epicentro del jihadismo internazionale
L’attacco a Bamako si inserisce in un contesto più ampio di insorgenza jihadista nella regione del Sahel, una zona che ha visto crescere la presenza di gruppi estremisti sin dagli anni novanta. L’instabilità regionale, già esacerbata dalla guerra civile algerina del 1992, ha favorito il radicamento di gruppi estremisti come il Groupe Islamique Armé (GIA), che hanno esteso la propria attività oltre i confini algerini. La pressione delle forze di sicurezza algerine portò alla formazione, nel 1998, del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), che si stabilì progressivamente nel nord del Mali, sfruttando la debolezza istituzionale locale e le dinamiche socio-culturali della regione.
L’affiliazione del GSPC ad al-Qaeda nel 2007, con la conseguente nascita di al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI), segnò un punto di svolta nella “sahelizzazione” del terrorismo jihadista. Tuttavia, la vera espansione del jihadismo nel Sahel si verificò con la guerra civile del 2012 in Mali, quando gruppi jihadisti come AQMI, Ansar Dine e il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) strinsero un’alleanza tattica con i secessionisti tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA), riuscendo a controllare ampie porzioni del territorio maliano. Nonostante la breve durata di questa circostanziale alleanza, il controllo jihadista portò all’imposizione della shari’a nelle aree occupate, consolidando ulteriormente la loro influenza locale.
Jamaʿat Nuṣrat al-Islām wa-l muslimīn (JNIM) è la coalizione jihadista più attiva in Sahel. Questa organizzazione terroristica di matrice salafita è emersa nel 2017 dalla fusione di diverse fazioni jihadiste sotto il “brand” di al-Qaeda. Questa strategia rispondeva alla crescente influenza dello Stato Islamico. Affidare JNIM a Iyad Ag Ghali, ex leader di Ansar Dine, ha radicato al-Qaeda nelle realtà locali del Sahel.
Attualmente, JNIM dispone di miliziani attivi principalmente in Mali, Niger e Burkina Faso, sfruttando quest’ultimo come base per espandere il proprio raggio d’azione verso il resto della regione e i Paesi della costa dell’Africa Occidentale.
Tuttavia, la presenza di gruppi appartenenti al network qaedista è soltanto una parte dell’intricata costellazione di attori non statali di matrice salafita-jihadista nel Sahel.
Lo Stato Islamico ha consolidato la sua presenza attraverso la formazione dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) nel 2015, fondato da Adnan Abu Walid al-Sahrawi. Originariamente leader di al-Murabitun, al-Sahrawi ha abbandonato il network di al-Qa’ida per giurare fedeltà all’ISIS, avviando così una nuova fase di espansione jihadista nella regione. Il gruppo è stato ufficialmente riconosciuto dall’ISIS nel 2016 e, nel 2022, ha assunto il nome di Stato Islamico – Provincia del Sahel (ISSP). IS Sahel è il secondo attore jihadista più attivo nella regione ed opera principalmente nelle zone di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, la c.d area Liptako-Gourma.
Dal 2019 al 2022, il gruppo ha operato anche sotto la sigla dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (ISWAP). Ques’ultimo, nato da una scissione interna a Boko Haram, è un movimento jihadista attivo prevalentemente nella zona del Lago Ciad.
Come si evince da questa breve descrizione, la galassia jihadista appare eterogenea e multidimensionale, caratterizzata da molteplici prospettive religiose e politiche, oltre che dall’influenza significativa delle dinamiche etniche, che hanno storicamente plasmato la complessità socio-culturale della regione.
Da anni, una guerra inter-jihadista tra al-Qaeda e lo Stato Islamico si combatte su più fronti: dal controllo di territori e risorse naturali, fino alla guerra di informazione. Entrambe le fazioni cercano di conquistare il consenso delle popolazioni nelle aree rurali, dove le condizioni di vita precarie e l’assenza dello Stato offrono un terreno fertile per la radicalizzazione. In questo contesto, le organizzazioni jihadiste riescono ad accrescere le proprie fila e consolidare la propria influenza.
Modus operandi di JNIM e ISSP
Un aspetto cruciale per comprendere la minaccia jihadista nel Sahel è l’analisi dei differenti modus operandi adottati dai due principali gruppi terroristici, JNIM e ISSP.
JNIM, come dimostrato il recente attacco a Bamako, ha concentrato le sue operazioni principalmente contro le forze governative. Oltre le forze di sicurezza nazionali, le truppe francesi e la missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) sono state tra i principali obiettivi dei qaedisti fino al loro ritiro. Con il ritiro di quest’ultime l’attenzione del gruppo si è spostata verso i paramilitari russi dell’Africa Corps (ex Wagner), oltre a coinvolgere i vari soggetti armati non statali, come le milizie etniche e filogovernative (per esempio VDP in Burkina Faso) e altri attori jihadisti come ISSP.
JNIM si distingue per avere un conflitto aperto su più fronti e multidimensionale.
Il gruppo terroristico è noto per l’utilizzo di esplosivi, tra cui IED, razzi e colpi di mortaio, per colpire infrastrutture militari o energetiche. I loro attacchi si estendono anche alle scuole, compromettendo l’accesso all’istruzione in una regione dove nel 2022 meno del 35% della popolazione sopra i 15 anni era alfabetizzata.
I miliziani qaedisti, oltre a classiche azioni di guerriglia, mettono in atto rapimenti – tra cui quello della famiglia italiana a sud est di Bamako, liberata grazie all’intervento dell’Intelligence italiana nel febbraio 2024 – omicidi mirati, tattiche di information ed economic warfare.
Il gruppo ha dimostrato di avere una struttura organizzativa solida ma allo stesso tempo flessibile alle dinamiche locali. Infatti, a seconda del contesto, riesce a mantenere il controllo della popolazione tramite mezzi violenti o non violenti, come proselitismo, furti di bestiame, estorsione di zakat -ovvero il pilastro dell’Islam che prevede l’elemosina – fornitura di forme di regolazione sociale, giustizia e mediazione delle controversie. Infine, l’infiltrazione da parte di JNIM nell’economia, sia lecita che illecita, non è utile solo all’accumulo di risorse belliche, ma anche ad implementare le strategie di governance e indebolire la legittimità statale nelle aree in cui quest’ultimo non arriva.
A differenza di JNIM, IS Sahel adotta un modello di conflitto intrinsecamente caratterizzato da violenza su larga scala. Questo gruppo jihadista si distingue per attacchi indiscriminati che colpiscono sia obiettivi militari e civili. Negli ultimi, sono state registrate numerose violenze sommarie contro comunità locali accusate di collaborare con le forze governative o internazionali.
In relazione agli aspetti tattici, IS Sahel si distingue rispetto alla controparte qaedista, infatti i miliziani dello Stato islamico eseguono principalmente imboscate e attacchi utilizzando la strategia di guerra asimmetrica definita “swarming”, caratterizzata dall’impiego di motociclette e veicoli esplosivi provenienti da più fronti. Un esempio emblematico di questo modus operandi è l’imboscata Tongo Tongo , un villaggio nel Niger sud-occidentale, avvenuta nel 2017, in cui i miliziani del ISSP colpirono duramente militari americani e nigerini.
Infine, la strategia dello Stato Islamico in Sahel si concentra nel mantenere e rafforzare il controllo nelle aree in cui è già presente, a differenza di JNIM, che sembra cercare un’espansione regionale. Nelle zone in cui la presenza è consolidata , analogamente a JNIM, IS Sahel attua forme di controllo sociale come appropriazione di bestiame, zakat, gestione della sicurezza e di controversie tra la popolazione, accompagnando queste attività con un proselitismo (Daʿwa) volto alla radicalizzazione giovanile.
Conclusione
Il recente e grave attacco a Bamako evidenzia la persistenza della minaccia jihadista, nonostante gli sforzi congiunti delle attuali giunte golpiste e del sostegno paramilitare russo. Tale deterioramento delle condizioni sicurezza ha inevitabilmente innescato una crisi umanitaria, le cui ripercussioni potrebbero estendersi sull’Europa. Questo scenario sottolinea l’urgenza di un approccio coordinato e integrato, capace di affrontare le complesse sfide della regione del Sahel in modo più efficace e duraturo.

