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19/12/2024
Interviste

Sicurezza, intelligence e riforme. Intervista a Niccolò Petrelli

di Federico Matta

In Italia, la cultura dell’intelligence e l'esigenza di un approccio strategico integrato alla sicurezza nazionale sono state spesso trascurate. Tuttavia, la crescente instabilità del sistema internazionale, la recrudescenza del terrorismo e l'intensificarsi delle cosiddette minacce ibride hanno stimolato riflessioni in merito alla necessità di organismi informativi più efficaci e resilienti, tanto a livello nazionale quanto europeo. Ne parliamo con Niccolò Petrelli, docente di studi strategici presso l’Università Roma Tre e coordinatore – assieme ad Andrea e Mauro Gilli – del Corso di Alta Formazione in Geopolitica, Geoeconomia e Competizione Tecnologica.

In Italia, la cultura dell’intelligence e l’esigenza di un approccio strategico integrato alla sicurezza nazionale sono state spesso trascurate. Tuttavia, la crescente instabilità del sistema internazionale, la recrudescenza del terrorismo e l’intensificarsi delle cosiddette minacce ibride hanno stimolato riflessioni in merito alla necessità di organismi informativi più efficaci e resilienti, tanto a livello nazionale quanto europeo. Ne parliamo con Niccolò Petrelli, docente di studi strategici presso l’Università Roma Tre e coordinatore – assieme ad Andrea e Mauro Gilli – del Corso di Alta Formazione in Geopolitica, Geoeconomia e Competizione Tecnologica.

Buongiorno Professore, vorrei innanzitutto chiederle un commento sul disegno di legge presentato da Lorenzo Guerini, che prevede l’obbligatorietà di nominare un’Autorità Delegata, l’adozione di una Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN) e l’istituzione di un Consiglio di Sicurezza Nazionale (CSN).

Queste iniziative, evidentemente avanzate in risposta alla proposta del Sottosegretario Mantovano di istituire un “Servizio unico”, sono di per sé condivisibili e auspicabili. Tuttavia, vi sono numerose incongruenze che mi fanno pensare che questo disegno di legge tenti più che altro di rilanciare il dibattito su questi temi, per poi discuterne in maniera più concreta in futuro. Per quanto riguarda l’Autorità Delegata, emergono due questioni rilevanti. La prima è che un suo rafforzamento la renderebbe di fatto una sorta di consigliere per la sicurezza nazionale, ma con competenze limitate alle politiche dell’informazione. Al contrario, nei Paesi in cui esiste tale figura, essa dispone in genere di un expertise molto più ampia, che abbraccia l’intera gestione delle relazioni esterne di un Paese. In secondo luogo, l’Autorità Delegata assumerebbe un ruolo di coordinamento operativo simile a quello del Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI) statunitense. Questo però potrebbe generare sovrapposizioni rispetto ai compiti del Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), che dunque vedrebbe significativamente ridotta la sua incisività. Il ddl prevede poi l’adozione di una SSN di durata triennale, orizzonte temporale troppo limitato. Certo, data la natura frammentata del processo di policy-making in Italia, è comprensibile l’esigenza di un approccio più flessibile. Tuttavia, se l’obiettivo della strategia è identificare in modo chiaro e coerente gli interessi fondamentali di uno Stato, com’è possibile ridefinirli ogni tre anni? Infine, non è ben chiaro quali siano le funzioni del CSN, peraltro piuttosto simile all’attuale Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR): si tratta di un organismo con funzioni consultive, esecutive o, come sembra, di coordinamento? Ad essere ambiguo è anche il suo rapporto con il Consiglio Supremo di Difesa (CSD) – presieduto dal Presidente della Repubblica, Comandante in capo delle Forze Armate.

Durante la cerimonia di premiazione del premio “Una tesi per la sicurezza nazionale”, svoltasi a Palazzo Dante, il Sottosegretario Mantovano ha invitato a “riconsiderare i vincoli di segretezza riguardanti l’identità del personale della nostra intelligence non impiegato in contesti operativi”. Perché si tratta di una proposta tanto innovativa quanto complessa da realizzare?

È chiaro che la proposta di Mantovano non dovrebbe essere interpretata alla lettera: non penso affatto che l’obiettivo sia quello di rendere pubblica l’identità di analisti e tecnici, e tantomeno la struttura interna degli stessi Servizi. L’aspetto interessante di tale proposta è che, se attuata, potrebbe avere diverse ricadute positive, tra cui quella di consentire a funzionari – e non solo ai Direttori delle agenzie – di partecipare a convegni, seminari ed altri spazi di dibattito pubblico. Non dobbiamo dimenticarci che, in ogni caso, il personale dei Servizi è addestrato a mantenere la segretezza: sa perfettamente quello che può rivelare in pubblico e cosa, invece, non deve assolutamente essere divulgato. La questione, quindi, riguarda più propriamente l’apertura a tutta una serie di soggetti esterni con cui i Servizi hanno interesse ad interagire. Se iniziative del genere vengono frequentemente organizzate da Paesi con tradizioni d’intelligence molto importanti – come Israele, Stati Uniti e Francia – non vedo perché non si possano ipotizzare anche in Italia. Questo è di fondamentale importanza, soprattutto per quanto riguarda la diffusione della cultura dell’intelligencenel nostro Paese. Esiste infatti una buona fetta della popolazione che, quando pensa ai Servizi, li associa ancora alle “deviazioni” avvenute ormai 40 anni fa.

Anche l’art.31 del ddl sicurezza introduce novità importanti in ambito intelligence. Non solo un ampliamento significativo delle garanzie funzionali riconosciute al personale di DIS, AISE ed AISI, ma anche una collaborazione più stretta con università ed enti pubblici. A suo avviso, qual è la logica dietro a queste disposizioni?

La logica dietro alle convenzioni con università, centri di ricerca ed altri enti pubblici è quella di introdurre innovazione nel sistema, soprattutto per quanto riguarda l’ambito tecnico-scientifico. Come accennato in precedenza, si tratta di una questione di permeabilità del comparto intelligence e degli indiscussi benefici derivanti da una maggiore collaborazione con la società civile. Il vero oggetto del dibattito dovrebbe riguardare il quantum e le modalità con cui produrre tali benefici, non il se. Purtroppo, da questo punto di vista l’Italia rimane ancora molto indietro rispetto ad altri Paesi.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una lunga serie di episodi di dossieraggio, dal caso Striano/Laudati fino ad arrivare al più recente caso Equalize, nel quale sembrerebbero essere coinvolti anche Mossad e Vaticano. Cosa ci dicono questi scandali sulla protezione delle banche dati di rilevanza nazionale e, più in generale, sulla cultura della sicurezza nel nostro Paese?

La questione della protezione di – e dell’accesso indebito a – banche dati digitali va affrontata con la stessa attenzione con cui, in passato, si pensava all’accesso ad archivi fisici o depositi di documenti riservati. A mio avviso si tratta innanzitutto di una questione tecnica, che però meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito pubblico vista l’enorme quantità di dati personali che oggi affidiamo, spesso inconsapevolmente, anche a piattaforme apparentemente gratuite. Per prevenire abusi e accessi indebiti si rende dunque necessario garantire un sistema di sicurezza adeguato e proporzionato alla rilevanza, alla sensibilità e alle dimensioni delle banche dati in questione. Per quanto riguarda i dossieraggi, bisogna poi analizzare caso per caso, considerando le modalità, gli attori coinvolti e gli obiettivi perseguiti. Non credo sia possibile ricondurre questi episodi a una logica generale; piuttosto, ogni caso riflette dinamiche specifiche che richiedono approfondimenti sia sul piano tecnico sia su quello investigativo.

Mi consenta un’ultima domanda. In un rapporto presentato alla Commissione Europea, Sauli Niinistö ha proposto di rafforzare l’EU Single Intelligence Analysis Capacity (SIAC) — che comprende sia l’EU Intelligence and Situation Centre (EU INTCEN) che l’EU Military Staff Intelligence Directorate (EUMS INT) — fino a creare un “servizio di cooperazione in materia di intelligence completamente autonomo”. Come garantire l’efficienza di una struttura di questo tipo, evitando al contempo un’eccessiva burocratizzazione?

Gli Stati sono tradizionalmente riluttanti a cedere ad un’entità sovranazionale come l’Unione Europea competenze in materia di difesa e politica estera, e comprensibilmente lo sono ancora di più in un ambito come l’intelligence, che rappresenta il sancta sanctorum della sovranità statale. Siccome al momento non è verosimile pensare ad un’architettura europea di stampo federalista, l’agenzia proposta di Niinistö non può che limitarsi ad avere una funzione di integrazione e coordinamento, senza una reale autonomia per quanto riguarda la raccolta informativa. Una soluzione che potrebbe essere praticabile è quella di creare un servizio di informazione dalle competenze inizialmente molto ridotte che, analogamente a quanto avviene per la Commissione, sia formato da funzionari europei. Chiaramente, bisognerà valutare fino a che punto questi funzionari agiscano nell’interesse dell’UE e non degli Stati da cui provengono. Un ulteriore ed inevitabile ostacolo sarebbe poi rappresentato dalla possibilità di penetrazione di tale agenzia da parte di uno dei Servizi dei Paesi più grandi ed influenti, problema che del resto si pone anche in ambito militare e diplomatico. In parallelo, si potrebbe considerare anche una riorganizzazione ed un potenziamento degli organismi d’intelligence già esistenti a livello europeo. Detto ciò, considerando la struttura dell’UE e la sua nota complessità burocratica, è molto difficile immaginare un’agenzia caratterizzata da un funzionamento rapido ed incisivo. Si tratta di un limite strutturale, legato alla natura stessa dell’Unione e alla sovranità degli Stati membri.

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