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04/02/2025
America Latina, Stati Uniti e Nord America

Donald Trump e la nuova Dottrina Monroe

di Lorenzo Rossi

Le recenti dichiarazioni del Presidente eletto Donald Trump su Canada, Panama e Groenlandia hanno sollevato un polverone mediatico e incentivato discussioni su quella che potrebbe essere una vera e propria Dottrina Monroe del XXI secolo. Tenendo conto dell'imprevedibilità che contraddistingue Trump in politica estera, occorrerà capire se è realmente intenzionato ad acquisire questi territori o se le sue dichiarazioni resteranno solo delle velleità neo-imperiali.

Le recenti dichiarazioni del Presidente eletto Donald Trump su Canada, Panama e Groenlandia hanno sollevato un polverone mediatico e incentivato discussioni su quella che potrebbe essere una vera e propria Dottrina Monroe del XXI secolo. Tenendo conto dell’imprevedibilità che contraddistingue Trump in politica estera, occorrerà capire se è realmente intenzionato ad acquisire questi territori o se le sue dichiarazioni resteranno solo delle velleità neo-imperiali.  

Analogie con la prima Dottrina Monroe

Nella conferenza stampa del 7 Gennaio, Trump ha espresso la volontà di annettere il Canada, acquistare la Groenlandia e riacquisire il controllo diretto del canale di Panama

Nonostante queste dichiarazioni non suonino del tutto nuove (già nel 2019 il Tycoon era interessato alla Groenlandia), il rinnovato interesse di Trump nel continente americano potrebbe far presagire un ritorno alla famigerata Dottrina Monroe (o Dottrina Donroe, come titolato di recente dal New York Post). 

Per ‘Dottrina Monroe’ si fa riferimento ad uno specifico discorso tenuto dal Presidente americano James Monroe al Congresso nel 1823. In quell’epoca si andava delineando la politica estera del nuovo Stato, con specifica attenzione alle lotte per l’indipendenza in atto nel continente: gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna ingerenza europea negli affari interni dei paesi americani. Sarebbe quindi un errore considerare la politica estera dell’allora neonata Unione come puramente isolazionista. 

Isolazionisti, semmai, nei confronti dell’Europa (effettivamente fino al XX secolo gli USA non hanno stretto alleanze con paesi europei), ma l’idea era di una ‘supremazia’ statunitense nel continente americano. 

La Dottrina Monroe è stata poi ripresa e integrata di corollario dal Presidente Theodore Roosevelt nei primi anni del ‘900, epoca in cui gli Stati Uniti si stavano affermando sulla scena globale e valutando le loro ambizioni imperiali. 

Sono seguiti infine vari interventi (big stick diplomacy) in America Centrale per garantire stabilità e salvaguardare gli interessi statunitensi, come il sostegno all’indipendenza di Panama dalla Colombia, per garantirsi la costruzione dell’omonimo canale. 

Nonostante il contesto e i presupposti decisamente differenti, le dichiarazioni di Trump sembrano ricalcare due punti cardine della Dottrina Monroe: supremazia statunitense e non ingerenza da parte di Stati non americani nel continente. 

La differenza più rilevante è sicuramente il destinatario della nuova strategia: non più l’Europa, ma la Cina. La strategia di contenimento del Dragone non si fermerebbe più quindi solamente al teatro dell’Indo-Pacifico (Pivot to Asia), ma si estenderebbe direttamente nel backyard degli Stati Uniti. 

Ragioni di sicurezza nazionale 

Donald Trump ha motivato la volontà di annettere questi territori per ragioni di sicurezza nazionale, dettate fondamentalmente dalla geografia e dalle future esigenze strategiche degli Stati Uniti. Canada e Groenlandia sono essenziali per il controllo del Mare Artico e il canale di Panama lo è per i flussi commerciali tra Atlantico e Pacifico. 

Un diretto controllo statunitense potrebbe assicurare una difesa sicuramente più efficace. 

La Groenlandia ha rivestito un ruolo di primaria importanza per la sicurezza degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, per via della sua vicinanza alle coste settentrionali dell’Unione Sovietica. Gli americani hanno stipulato accordi con l’isola per schierare sistemi antimissilistici e radar, essenziali per garantire la difesa da un eventuale attacco sovietico dall’Artico. Oggi quelle installazioni sono in gran parte dismesse, essendo mutate le esigenze strategiche statunitensi dopo la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, l’importanza strategica della Groenlandia è stata rivalutata negli ultimi anni, per via dell’attivismo di Russia e Cina nella regione. Attualmente la più importante base statunitense è la Pituffik Space Base, della Space Force. 

Il Canada è altresì importante per la difesa dell’Artico, è un partner essenziale per gli Stati Uniti sia dal punto di vista economico che strategico (come la Groenlandia è parte della NATO). Nelle sue ultime dichiarazioni, il Tycoon ha lamentato il trade deficit tra Stati Uniti e Canada, affermando che gli States starebbero fondamentalmente sussidiando l’economia canadese (quindi perché non annetterla). 

Trump ha dichiarato di volerlo rendere il 51esimo Stato USA, escludendo tuttavia l’utilizzo della forza e paventando piuttosto il ricorso a pesanti dazi sulle importazioni, il 25%. 

Il canale di Panama è invece un’arteria fondamentale per i flussi commerciali da e per gli Stati Uniti. Dalla sua inaugurazione nel 1914, il canale ha permesso di ridurre i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico, evitando il passaggio a sud per Cape Horn. L’infrastruttura è stata per quasi un secolo sotto il controllo diretto di Washington, che ha provveduto direttamente alla sua realizzazione. Le trattative per la cessione a Panama sono iniziate durante il mandato del Presidente Carter, e nel 1999 il canale è passato definitivamente sotto controllo panamense. Nel trattato di cessione è presente una specifica clausola che garantisce la neutralità permanente del canale, oggi messa a rischio dall’attivismo cinese nell’ambito della Nuova Via della Seta. 

Gli Stati Uniti rimangono comunque i primi utilizzatori del canale e i principali investitori esteri con 3,8 miliardi di Dollari spesi ogni anno

Secondo il Tycoon le navi americane sono soggette a tariffe spropositate, aumentate soprattutto dopo la grave siccità che ha il canale nel biennio 2023-2024.

La leva economica potrebbe dunque essere già di per sé sufficiente per fungere da deterrente, ma Trump non ha comunque escluso l’opzione militare per riacquisirne il controllo. 

Un monito alla Cina?

Nonostante non sia stato citato direttamente durante la conferenza stampa di Mar-a-Lago, il Dragone è probabilmente uno dei destinatari delle dichiarazioni di Trump

La Cina ha puntato gli occhi da circa un decennio sull’area Artica e sull’America centro-meridionale, nel contesto della Belt and Road Initiative (BRI), il programma di investimenti infrastrutturali che Pechino ha lanciato nel 2013 per espandere la propria influenza politica e garantirsi il controllo delle supply chain

Per quanto riguarda Panama, la Cina è attualmente il secondo principale fruitore del canale. Ciò che preoccupa maggiormente Washington è la sua crescente influenza nella regione, veicolata attraverso investimenti e acquisizione del controllo di infrastrutture perno. Non a caso due compagnie riconducibili a Pechino, Landbridge Group e CK Hutchison Holdings, hanno ottenuto la gestione dei due terminal portuali agli ingressi del canale. 

I timori degli Stati Uniti sembrerebbero quindi giustificati dal fatto che questi porti potrebbero avere natura dual-use, non solo civile ma anche militare. Eventualità che potrebbe mettere a rischio non solo gli interessi statunitensi, ma la stessa neutralità del canale. 

Anche la Groenlandia e il Mare Artico hanno suscitato l’interesse della Cina (oltre ovviamente alla Russia), ancora una volta per motivi economici e strategici. Il progressivo scioglimento dei ghiacciai in questa area favorirà con molta probabilità la nascita di nuove rotte commerciali e la possibilità di sfruttare le ingenti risorse naturali presenti nei fondali. 

Nell’ambito della BRI, la Cina ha lanciato il progetto della Polar Silk Road, la quale prevede il passaggio dei cargo nel Mar Artico per raggiungere l’Europa, accorciando in modo rilevante i tempi di navigazione rispetto alla rotta dell’Indo-Pacifico. Il progetto prevede anche ingenti investimenti in infrastrutture nei paesi interessati dalla nuova via. 

Come accade per il continente americano, la crescente influenza cinese nell’Artico preoccupa non poco gli Stati Uniti, consapevoli di non poter contare ancora per molto dalla difesa offerta dalla presenza dei ghiacciai e della natura dual-use delle infrastrutture e delle navi cinesi. 

In questo senso, Washington si è mossa di conseguenza: nel 2019 tre progetti di investimento da parte della Cina sono stati bloccati dagli Stati Uniti. Essi prevedevano la costruzione di due aeroporti ad opera della China Communications Construction Company (CCCC), e l’acquisizione di una stazione marittima dismessa. Di conseguenza, le ambizioni di Pechino sono da considerarsi (per il momento) ridimensionate

Implicazioni per l’ordine internazionale

Sarebbe un errore considerare le dichiarazioni su Canada, Panama e Groenlandia come una semplice questione interna statunitense o che riguarda solamente quell’angolo di mondo. Come abbiamo già visto, un simile cambio di percorso della politica estera statunitense potrebbe avere effetti rilevanti sull’ordine internazionale e sulla condotta degli altri Stati, i quali potrebbero veder legittimate le loro rivendicazioni territoriali. 

Il riferimento è chiaramente rivolto alle pretese russe in Ucraina e quelle Cinese sull’isola di Taiwan. 

Le parole di Trump hanno avuto una forte risonanza sui social e negli ambienti accademici cinesi, ovviamente per la questione Taiwanese. Le pretese statunitensi su altri territori potrebbero giustificare nella stessa misura quelle di Pechino su Taipei

Le due questioni differiscono tuttavia nella sostanza: Taiwan è da sempre considerata parte della Repubblica Popolare Cinese, un’isola ribelle, mentre gli Stati Uniti non hanno mai considerato, per esempio, il Canada come appartenente al loro territorio (se si esclude la guerra anglo-americana del 1812). Una pretesa territoriale nata ex novo insomma. 

Non sono mancate ovviamente reazioni da parte dei paesi europei, Francia e Germania in primis, contrarie a simili acquisizioni territoriali. 

La Danimarca, coinvolta direttamente per la questione della Groenlandia, ha fatto sapere che solo gli abitanti dell’isola possono decidere il proprio futuro. 

Le dichiarazioni di Trump non andrebbero trascurate, specie dato il suo approccio alle relazioni internazionali di natura fondamentalmente transazionale, spesso avverso alle regole e ai valori dell’internazionalismo liberale

L’esperienza del suo primo mandato è un perfetto esempio: toni accesi nei confronti di Cina e Unione Europea, rigetto del multilateralismo e un generale ritiro dagli impegni all’estero (Afghanistan). 

La differenza per questo suo second term sarà verosimilmente il più ampio spazio di manovra a disposizione, un congresso controllato dai repubblicani (maggioranza risicata, ma composta da molti più esponenti MAGA rispetto al 2017) e personalità a lui fedeli nei Dipartimenti di Difesa e di Stato. 

Il disinteresse verso il continente europeo e il ritorno di una politica di potenza nel continente americano, come già detto, proiettano la foreign policy statunitense verso un approccio tipicamente ottocentesco, ispirato appunto alla Dottrina Monroe. Una politica estera tutt’altro che isolazionista, il cui principio cardine è (com’è già stato durante la prima presidenza Trump) l’America First

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