Fin dalle prime ore del 20 gennaio 2025 Donald Trump ha dato una netta sterzata alla politica estera americana, ripresentando uno strumento già cardine del suo primo mandato presidenziale e ulteriormente sostenuto durante la seconda campagna elettorale: i dazi doganali.
L’effetto di questa misura, in alcuni casi applicata e in altri solo minacciata, sta già avendo un impatto fortissimo sul sistema internazionale, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice sfera commerciale.
L’attuale amministrazione americana sta utilizzando i dazi come strumento particolarmente assertivo di politica estera ed economica, dirigendoli non solo nei confronti dei Paesi avversari, ma anche nei confronti degli alleati, con particolare attenzione verso Canada, Messico e Unione Europea.
Questo perché, secondo la retorica portata avanti da Trump, gli alleati americani avrebbero beneficiato per troppo tempo di una serie di benefici economici, coincisi con una politica industriale statunitense improntata a ridurre visibilmente il peso della propria industria manifatturiera a vantaggio di quelle estere, e che ha condotto alla perdita di milioni di posti di lavoro. I dazi rappresentano dunque a tutti gli effetti una tassa che gli Stati Uniti intendono imporre ai danni di altri Paesi, nonostante siano consapevoli che il costo di questa maggiorazione ricadrà, in ultima istanza, sui cittadini americani.
Se da una parte, infatti, i dazi risultano essere un fardello per i consumatori finali; dall’altra il loro impatto non rappresenta sempre un fattore necessariamente negativo. È per questo che Trump, almeno secondo quanto riportato in campagna elettorale, vuole accorpare le tariffe sui prodotti esterni a una serie di sgravi fiscali e incentivi per le imprese locali, giacché da queste si può ricavare maggiore gettito per le casse dello Stato e aumentare il volume dell’impresa nazionale.
L’applicazione dei dazi, come già accennato, ha radici molto profonde, e ha coinvolto non solo l’ormai palesato avversario internazionale, la Cina, ma anche una serie di nazioni alleate e in un certo senso interdipendenti con l’economia americana.
Se ad esempio si prende in considerazione la relazione con Canada e Messico, già durante il suo primo mandato Trump modificò alcune clausole del NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, rinominandolo USMCA e improntandolo verso il rafforzamento dell’economia statunitense ai danni dei due partner. Nello specifico, il nuovo accordo toccava temi che trattavano vari aspetti, dalla condizione salariale dei lavoratori, all’ingerenza di imprese statali nella produzione di beni per il settore siderurgico. Questo aveva l’obiettivo dichiarato di impedire alle aziende americane di delocalizzare in Paesi dove i salari fossero più bassi e quindi più attrattivi per gli imprenditori, e di prevenire allo stesso tempo l’ingresso di player come la Cina (nazione a forte trazione statalista nel suo tessuto imprenditoriale) nella filiera produttiva statunitense.
Sette anni dopo (l’accordo fu siglato nell’ottobre 2018), Trump ha deciso di premere ulteriormente l’acceleratore sulle politiche economiche, implementando alcune misure già testate nel suo primo quadriennio di presidenza e utilizzando per questo l’attuazione di decreti presidenziali al fine aggirare il ruolo legislativo esercitato dal Congresso.
Come primo provvedimento, fresco di insediamento Trump ha firmato un decreto che prevedeva l’applicazione di dazi per il 25% sull’import dell’acciaio e del 10% sull’alluminio.
Tra i principali fornitori di acciaio e alluminio per gli Stati Uniti, tuttavia compaiono nuovamente Canada e Messico, seguiti dall’Unione Europea, dal Brasile e dalla Cina.
Dopo un iniziale braccio di ferro diplomatico – dovuto anche alla teorica impossibilità di applicazione di dazi su Canada e Messico, proprio in virtù dell’USMCA – Trump ha deciso di eliminare temporaneamente l’applicazione di tariffe nei confronti dei due dirimpettai, salvo poi reintrodurla nuovamente il giorno successivo e confermarla in un nuovo decreto che avallava quello precedente, escludendo però dalle tariffe le componenti necessarie per l’import del settore automobilistico. Il 6 marzo il Presidente americano ha nuovamente annullato i dazi, lasciando confusa la cronaca internazionale e in un limbo commerciale le aziende e i governi coinvolti.
In questo tumulto la risposta di Ottawa e Città del Messico è stata pronta e molto decisa. I due governi hanno infatti deciso di applicare a loro volta dei dazi del 25% nelle esportazioni del settore energetico, più addizionali tariffe per un totale di 30 mld di dollari su una serie di beni del settore agroalimentare e dell’abbigliamento.
Contestualmente ai fatti interni al continente, l’amministrazione Trump ha sferrato un attacco commerciale altrettanto preoccupante nei confronti dell’Europa, annunciando nella giornata del 26 marzo dazi del 25% per tutte le automobili importate dal vecchio continente. Il 2 aprile (data definita da Trump come “Liberation Day”) sono stati ufficialmente annunciati dazi al 20% sui prodotti europei che entreranno in vigore parte nella mattina di sabato 5 aprile (10%) e il restante il 9 aprile. Questi si sommano a tariffe già precedentemente applicate il 12 marzo, e facenti riferimento al settore agroalimentare e della difesa.
La risposta della Commissione Europea non si è fatta attendere, e Ursula von der Leyen ha controbattuto con la minaccia di imporre dazi sui prodotti acquistati dagli Stati Uniti, e la promessa (apparentemente sostenuta anche dai singoli leader politici dei 27), di non disunirsi per andare a cercare accordi bilaterali più vantaggiosi.
Una risposta che evidentemente non è piaciuta a Trump che, avvertendo la probabilità di una maggiore coesione tra Canada e Europa – due attori evidentemente sfavoriti dalla possibile stretta americana – ha lanciato un monito ulteriore intimando i due di non proseguire ulteriormente nella cooperazione commerciale, pena imposizione di ulteriori sanzioni.
Durante il discorso tenuto il 2 aprile alla Casa Bianca, il Presidente ha annunciato una “baseline tariff” del 10% su tutti i prodotti importanti negli Stati Uniti da 50 Paesi che entrerà in vigore sabato 5 aprile, cui si aggiungono dazi personalizzati a quelli definiti da Trump come i “worst offenders” in vigore a partire dal prossimo 9 aprile: Cina (34% cui si sommano le misure precedenti per arrivare a un 54%), Unione Europea (20%), Vietnam (46%), Taiwan (32%), Giappone (24%), Tailandia (36%), Cambogia (49%), Sudafrica (30%), India (26%), Sud Corea (25%), per un totale di 39. Su Regno Unito, Singapore, Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Turchia, Colombia, Argentina, El Salvador, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita verrà imposta esclusivamente la misura del 10%. Anche in questo caso i dazi sono giustificati quali misure reciproche rispetto alle barriere imposte dai Paesi sulla lista che, secondo i dati presentati dalla Casa Bianca, risultano rimanere più alte rispetto a quelle americane di risposta, definite di fatti “USA Discounted Reciprocal Tariffs”. La risposta di Stati e mercati esteri non si è fatta attendere ed è in corso di evoluzione con la situazione creatasi definita da molti una “storica guerra commerciale”.
Impatto dei dazi sul contesto internazionale
Per analizzare la portata e le conseguenze di questo strumento economico è necessario comprendere due cose apparentemente banali, ma in realtà cruciali. La prima è che queste conseguenze non si limitano solo al settore commerciale, ma impattano fortemente l’impianto su cui si sono basati i rapporti internazionali dal dopoguerra a oggi su una quantità vastissima di settori. Il secondo punto è che non è necessario che questi dazi vengano effettivamente applicati per causare danni enormi. Anche il loro semplice annuncio può essere infatti causa di effetti devastanti.
Sul piano commerciale, la semplice minaccia dei dazi ha effetti su tre settori.
Sul mercato primario: come già sostenuto in principio, i sovrapprezzi dei prodotti sottoposti a dazi vengono scaricati sul consumatore finale, che si ritrova a pagare lo stesso bene con un rincaro del 20, 30, 40% sul prezzo iniziale. Tuttavia, può anche succedere che quando i dazi vengono solamente annunciati, gli importatori comprino immediatamente un numero maggiore di prodotti rispetto al normale, con l’obiettivo di rivenderli prima dell’effettiva applicazione tariffaria. Questo boost però finisce per gonfiare la domanda, che, a fronte di un’offerta costante da parte del paese esportatore, porta a sollevare il prezzo, e quindi produrre comunque un fenomeno di inflazione.
Sul mercato azionario: qui, che i dazi vengano imposti o anche solo annunciati, la conseguenza diretta è un immediato aumento della volatilità dei titoli azionari, giacché l’incertezza di questa condizione si trasforma immediatamente in paura da parte dei fondi di investimento (o singoli investitori) di perdere denaro, motivandoli a smettere di investire sulle aziende sottoposte a dazi e anzi liberarsi delle proprie azioni, facendo crollare i titoli e il valore stesso di queste compagnie sul mercato finanziario.
Sul mercato obbligazionario: un aumento dell’incertezza nel mercato azionario, spingerà investitori, risparmiatori e banche a un maggiore acquisto di titoli di Stato e buoni del tesoro, che di conseguenza genereranno rendite più basse. Questo fenomeno, poi, è particolarmente problematico proprio per gli Stati Uniti: siccome il dollaro è – de facto – la moneta degli scambi internazionali, i risparmiatori tenderanno a rifugiarsi in questo bene, rafforzandone il potere d’acquisto, ma allo stesso tempo incrementandone il valore. Se il dollaro costa di più, sarà più difficile per Washington esportare i propri prodotti, giacché avranno automaticamente un prezzo maggiorato sul mercato globale.
Come anticipato, tuttavia, le misure annunciate (e in alcuni casi adottate) dall’amministrazione Trump, non impattano solamente il mondo dell’economia. A livello geopolitico, infatti, la svolta impressa da Washington è il preludio a un cambio di paradigma della politica estera americana, la fine di un sistema che ha preso piede dal dopoguerra in avanti e che è stato, in fin dei conti, la chiave dell’ascesa statunitense al suo ruolo di egemone globale.
Gli Stati Uniti sono diventati ciò che sono intessendo relazioni in tutto il mondo, riducendo scientemente il loro settore manifatturiero (oggi corrispondente ad appena il 10% del PIL) per importare merci dall’estero e rendere le altre economie dipendenti dalla propria attraverso l’utilizzo del dollaro come valuta per i pagamenti. Allo stesso modo sono diventati la prima potenza mondiale garantendo la difesa e la sicurezza ai propri alleati, e non minacciando di rimuovere il sostegno militare se il gioco non vale la candela.
Questa svolta così repentina impressa dalla nuova amministrazione americana ribalta la retorica che ha tenuto banco negli ultimi 80 anni nel mondo delle relazioni internazionali e rischia di minare la stessa credibilità internazionale che gli USA si sono costruiti, promuovendo un isolazionismo che non porta effettivamente nessun vantaggio concreto a Washington, e che certamente crea molta incertezza anche negli alleati per gli anni a venire.
Alla luce di questi scenari, limitarsi a considerare i dazi come un mero strumento di natura economica appare piuttosto riduttivo, e la loro applicazione indiscriminata, tra Paesi colpiti tradizionalmente considerati avversari degli Stati Uniti e storici alleati, e propagandistica rischia di dare il via a un rovesciamento completo delle relazioni internazionali per come sono oggi conosciute sia sul piano più prettamente economico, sia su quello di più ampio raggio dei rapporti internazionali in ambito politico e securitario.

