Fra le varie tensioni che ad oggi attraversano la scena geopolitica internazionale le regioni dell’America Latina, spesso percepite come attori marginali all’occhio europeo, stanno mettendo in atto strategie politiche proprie in risposta a quella che appare come una nuova “crisi” dell’ordine globale. Ne parliamo con il Professor Alessandro Guida, docente di Relazioni Interamericane presso l’Università di Napoli “L’Orientale” e autore di numerose pubblicazioni in merito agli Stati di America Centrale e Meridionale.
Come descriverebbe l’approccio generale della seconda amministrazione Trump verso l’America Latina in questi primi mesi del 2025? Possiamo dire che sia effettivamente differente rispetto al suo primo mandato?
Non mi sembra molto differente rispetto alla prima esperienza. L’approccio, almeno da quel poco che abbiamo potuto constatare fino ad ora, sembra caratterizzarsi per i soliti aspetti: mancanza di una strategia specifica per la regione, disinteresse per l’America Latina, se non per le questioni ritenute centrali per la sicurezza degli Stati Uniti – fra cui, appunto, il tema dell’immigrazione – approccio aggressivo nei riguardi dei nemici “tradizionali”, fra cui, ad esempio, il Venezuela, disprezzo assoluto per il multilateralismo e predilezione per il mantenimento di relazioni privilegiate con pochi partner ritenuti importanti – per questioni economiche o di sicurezza – o vicini sul piano ideologico. Ci vedo più elementi di continuità che di discontinuità, al momento.
E, sul piano generale, a mio avviso, ci muoviamo sempre nel solco di quella “egemonia illiberale” che Trump avrebbe cercato, secondo alcuni, di perseguire sin dalla prima amministrazione, ovvero quella dell’abbandono dei pilastri di quell’internazionalismo liberale perseguito da tutti i presidenti degli Stati Uniti nel post-Guerra fredda e finalizzato al consolidamento del primato statunitense nell’ambito di un ordine basato su regole precise, gestito attraverso istituzioni multilaterali e teso a trasformare gli altri Stati in democrazie orientate al libero mercato; e questo in nome di un nuovo approccio che punta ad accrescere la posizione degli Stati Uniti attraverso un ripiegamento dagli impegni internazionali, senza rinuncia, però, al ruolo di “arbitri di sicurezza”, e la ricerca di benefici immediati in maniera aggressiva e danneggiando potenziali avversari.
Uno dei temi centrali che Washington sta calcando verso la regione è l’immigrazione illegale. Come sta gestendo l’amministrazione Trump la questione delle migrazioni, in particolare alla luce degli accordi con El Salvador seguiti dalla visita del Segretario di Stato Marco Rubio e della Ministra per la Sicurezza Interna Noem al “CECOT”?
Anche qui mi pare stia gestendo la questione in continuità con quello che aveva fatto o provato a fare durante il precedente mandato, sebbene nell’ambito di un approccio fin da subito più aggressivo. Non dimentichiamo, infatti, che in occasione della precedente esperienza Trump mise al centro delle questioni continentali, fin dalla campagna elettorale, il tema del coinvolgimento del Messico nel contenimento dell’immigrazione verso Nord e promise che avrebbe costruito un vero e proprio muro al confine. Dopo la vittoria elettorale, Trump proseguì su questa linea, firmando, a pochi giorni dal suo insediamento, l’ordine esecutivo per la costruzione del muro di confine, sostenendo che avrebbero dovuto pagarlo i messicani, ma, allo stesso tempo, chiedendo al Congresso statunitense di finanziare l’impresa. Dopo le resistenze da parte del Congresso, durate anni, e numerose polemiche sull’opportunità di realizzarlo, nel corso del 2019, attraverso un ordine di emergenza, Trump riuscì a spostare diversi miliardi di dollari da altri progetti (fra cui finanziamenti per la lotta al narcotraffico del Dipartimento di Difesa) per la costruzione del muro al confine. Alla fine, l’amministrazione Trump realizzò circa 730 chilometri di muro, di cui circa 130 chilometri costituiti da nuove recinzioni e il resto da rafforzamenti delle barriere già esistenti. Ma la mano pesante venne adottata all’epoca anche nei confronti degli immigrati illegali già presenti negli Stati Uniti. Vennero, infatti, adottati provvedimenti di espulsione nei confronti di immigrati clandestini, molti dei quali protetti dai programmi dell’amministrazione Obama, misure spesso bloccate dai tribunali statunitensi. Quindi Trump sta continuando a operare nel solco della precedente esperienza, ovvero considerando quello migratorio un problema centrale nell’ambito delle relazioni continentali, in quanto reputato grave minaccia alla sicurezza nazionale.
Riguardo ai rapporti intrapresi con il Presidente salvadoregno, Bukele è ormai considerato un partner importante, con tutte le carte in regola per diventare, per la Casa Bianca, un punto di riferimento nella Regione. Al suo secondo mandato, sta combattendo con il pugno di ferro le bande criminali locali, in un Paese storicamente fra i più insicuri dell’America Latina.
La combinazione di “mano pesante” spettacolarizzazione della politica e una deriva sempre più personalistica, fa dunque di Bukele un alleato quasi naturale di Trump. Non a caso il salvadoregno si è proposto di ospitare nel mega-carcere CECOT non solo i gli immigrati criminali espulsi (prettamente venezuelani) ma anche cittadini statunitensi.
In occasione dell’incontro con il Presidente salvadoregno Bukele, il Presidente Trump ha accusato il “chavismo” di aver svuotato le prigioni e inviato criminali all’estero appellandosi, per rispondere a questa “guerra” all’Alien Enemies Act, ritiene questa manovra necessaria o azzardata?
L’istituto della Alien Enemies Act venne creato alla fine del Settecento per dare al presidente ampio potere nel disporre la detenzione e l’espulsione cittadini stranieri accusati di rappresentare una minaccia in tempo di guerra. Non a caso, la legge è stata utilizzata, se non erro, solo in tre occasioni: durante la guerra del 1812 con la Gran Bretagna e nel corso delle due guerre mondiali. Mi sembra evidente che in questa occasione Trump ne stia facendo un uso strumentale, non giustificato da nulla, da questo punto di vista, ma che rientra comunque in quel suo approccio aggressivo, bellicoso, che parla alla pancia del suo elettorato di riferimento e che si fonda, fra le varie cose, sulla predilezione per le vittorie tattiche rispetto a più ampie visioni strategiche.
Le recenti deportazioni di immigrati clandestini, presumibilmente affiliati a gang, hanno suscitato varie reazioni da parte di diversi governi latinoamericani. Come descriverebbe la reazione ufficiale dei paesi interessati a partire da El Salvador, considerando che – secondo l’organizzazione “Witness at the Border” – nel trimestre 2024 il numero di voli di rimpatrio non è cambiato significativamente, e la viceministra degli Esteri salvadoregna Mira ha negato si tratti di “deportazioni di massa”?
Sì, è vero che sussistono degli elementi di continuità fra quello che sta facendo l’attuale amministrazione e quello che ha fatto anche Joe Biden, in particolar modo verso la fine del suo mandato. Perché, in realtà, anche durante l’amministrazione democratica, dopo una serie di decisioni iniziali che andavano nella direzione opposta, c’è stata una significativa stretta in tema di immigrazione, sia a causa della forte ondata di flussi che si stava producendo in quel momento, che per un tema di ritorno elettorale, probabilmente. Alcuni dati sono significativi da questo punto di vista: se durante la presidenza Trump, quella iniziata nel 2017, i deportati furono circa 1,5 milioni, con Biden questo dato è sceso di 400.000 unità. Tuttavia, a queste cifre occorre aggiungere i 3 milioni di migranti che hanno attraversato illegalmente il confine e che sono stati espulsi dal marzo 2020 al maggio 2023 grazie al Title-42, misura che è stata usata dai due presidenti per la tutela della salute pubblica a fronte di persone che arrivavano da zone colpite dalla pandemia. Quindi, se uniamo deportazioni ed espulsioni, risulta come Biden abbia rimpatriato circa 4.4 milioni di persone, numeri che non si vedevano dai tempi del secondo mandato di George W. Bush (durante il quale si raggiunsero i 5 milioni di deportati). Quindi, sì, per adesso ci muoviamo nel solco della continuità, accompagnata da una retorica aggressiva, come detto, da quel mostrare i muscoli che fa parte dello stile di Trump.
Per quanto riguarda i governi latinoamericani che inizialmente hanno criticato le politiche sull’immigrazione di Trump questi si sono poi visti costretti ad accettarle, per via di accordi bilaterali con gli USA o a causa di minacce di aumento dei dazi fino al 50%. Le proteste si sono reindirizzate soprattutto nel trattamento disumano dei deportati, anche per via della diffusione di immagini scioccanti volte a spettacolarizzare gli eventi attraverso la diffusione di immagini e video dai canali ufficiali della Casa Bianca (materiale che l’amministrazione Trump utilizza per rafforzare la credibilità agli occhi dell’elettorato di riferimento).
In questo contesto alcuni governi, come quelli di Lula, Petro e Sheinbaum, hanno appunto tentato di opporsi, con scarsi risultati; anche dal Venezuela Maduro ha accusato Bukele di assumere comportamenti “nazisti” ed essere “sequestratore di esseri umani”. Tuttavia, al di là di queste dichiarazioni i Paesi latinoamericani sembrano avere margine d’azione molto limitato, sia per ragioni economiche sia per la mancanza di una cooperazione interregionale strutturata e unitaria.
Come noto, l’amministrazione Trump ha introdotto nuove tariffe su diverse importazioni a livello globale. Tuttavia, l’America Latina è risultata relativamente meno colpita rispetto ad esempio a Cina o Unione Europea: ad esempio Brasile, Argentina, El Salvador e Colombia sono stati lievemente esclusi dall’aumento dei dazi annunciato a inizio aprile. Come spiega questa scelta?
Le ragioni sono diverse. L’America Latina costituisce ancora oggi un partner economico di primaria importanza per gli Stati Uniti; quindi, ovviamente si tratta di una decisione che rappresenta il prodotto di una valutazione dei costi e dei benefici di quel tipo di operazione, molto semplicemente. E poi potrebbe aver influito anche l’ordine delle priorità dell’amministrazione: si pensa in primo luogo ai nemici più importanti. Perché mi sembra chiaro che Trump non consideri, attualmente, l’Europa un’alleata, ma un’avversaria, prima di tutto da un punto di vista economico. Stesso discorso vale per la Cina, naturalmente. Anche la sua politica aggressiva, che punta a ottenere vittorie tattiche, benefici immediati da un indebolimento dei potenziali nemici, segue, ovviamente, una scala di priorità. In ogni caso, siamo ancora all’inizio: anche le economie della regione corrono grossi rischi, da quelle più piccole, che continuano ad avere pochi margini di manovra nei rapporti con gli Stati Uniti, a quelle più grandi dell’America meridionale, alla luce delle relazioni commerciali, ancora molto importanti, che legano in paesi dell’area al vicino di casa.
Il caso del Messico è peculiare: nonostante tariffe precedenti del 25% in settori come quello automobilistico e nuovi dazi del 20,9% sull’importazione di pomodori, ad oggi si parla di accordi per dazi differenziati. Come pensa possano evolversi i negoziati, anche alla luce dei recenti inasprimenti per la gestione delle risorse idriche condivise?
Difficile da prevedere, alla luce del carattere estremamente volatile delle decisioni dell’amministrazione Trump, volatile come quei mercati finanziari che stanno facendo su e giù da alcune settimane sulla base delle dichiarazioni del presidente repubblicano.
Nel caso del Messico esiste da tempo una forte interdipendenza sul piano economico, iniziata verso la fine dell’Ottocento e che si è andata via via consolidando nel tempo, fino al North American Free Trade Agreement del 1994, rivisto e rinominato United States–Mexico–Canada Agreement proprio durante il primo esecutivo di Trump. L’economia messicana è profondamente legata a quella del vicino del nord: da qui la grande preoccupazione manifestata dal governo di Claudia Sheinbaum e dagli imprenditori messicani fin dal principio. Nel 2026 è prevista la rinegoziazione dell’USMCA e indubbiamente l’andamento altalenante, come detto, delle decisioni di Trump e la sua linea aggressiva su questi temi potrebbero incidere negativamente nei prossimi mesi sulla questione.
Il Brasile ha reagito con forza, approvando una legge sulla reciprocità economica che prevede una sovrattassa del 10% su prodotti USA e un +25% su acciaio e alluminio. Come valuta questa risposta da parte del governo Lula? Pensa che la tensione commerciale con il Brasile possa intensificarsi?
La valuto come la decisione di un paese importante dell’America Latina, quale è il Brasile, la cui economia, al pari di quella degli altri, è ancora profondamente legata a quella degli Stati Uniti, e che è governato da un governo progressista che, con tutti i limiti e le contraddizioni, è indubbiamente lontano sul piano ideologico dall’attuale amministrazione statunitense. Il Brasile è uno di quei paesi che probabilmente faranno sentire la propria voce man mano che le decisioni di Trump inizieranno a interessare direttamente le nazioni latinoamericane. Sì, credo che le tensioni, in prospettiva, potrebbero intensificarsi.
Come si inserisce la politica commerciale di Trump nel contesto degli accordi regionali come l’USMCA e il Mercosur? C’è apertura a una collaborazione più strutturata o piuttosto una volontà di rilanciare il principio dell’indipendenza economica americana?
Trump ha ampiamente dimostrato nel corso del suo precedente mandato di rigettare ogni forma di approccio multilaterale, prediligendo relazioni bilaterali con pochi partner. Non a caso, uno dei primi provvedimenti assunti dopo l’avvento alla Casa Bianca, nel 2017, fu quello di trascinare gli Stati Uniti fuori dagli accordi per il Partenariato Trans-Pacifico, per restare su temi economici, e poi c’è stata, appunto, la revisione che ha interessato il NAFTA, sostituito dall’USMCA. Rispetto a quest’ultima, è lecito prevedere che gli Stati Uniti continueranno a farne parte, ovviamente alle loro condizioni, ma non vedo margini per l’apertura di altri fronti, a cominciare da un approfondimento dei rapporti con il Mercosur.
Considerato il recente deprezzamento del peso argentino del 13% il Presidente argentino Milei ha comunque promesso che l’inflazione non aumenterà, probabilmente grazie al recente sostegno della Banca Mondiale, del BID (Banca Interamericana per lo Sviluppo) e il nuovo accordo con l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), possiamo dire che l’Argentina ha recuperato credibilità internazionale? O questi strumenti rappresentano più un tampone che una soluzione sistemica?
La questione non è tanto di credibilità internazionale o meno, quella può essere ottenuta in vari modi. È vero, come tutti dicono, che l’inflazione si abbassata, rispetto ai disastri iniziali, e che ci sono dati macroeconomici che parlano di un miglioramento. Ma sul piano sociale la situazione continua a essere disastrosa: la povertà in Argentina ha raggiunto livelli mai visti prima, e questo è, in larga parte, la conseguenza delle decisioni prese da Milei in materia di politica economica, che hanno visto, fra le varie cose, una riduzione senza precedenti della presenza dello Stato in economia, un azzeramento della spesa sociale, tagli di vario tipo nel settore pubblico, licenziamenti di massa, danni al sistema pensionistico, eccetera. Per non parlare della massiccia e aggressiva operazione di riscrittura della storia che è attualmente in corso rispetto alla tragica esperienza dittatoriale che, fra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, come è noto, ha spazzato via quasi un’intera generazione di argentini in nome della guerra antisovversiva.
La recente visita del Segretario statunitense al Tesoro Besset in Argentina sembra indicare una certa fiducia da parte degli USA nelle riforme di Javier Milei. Su quali basi si fonda questa fiducia?
Questa fiducia si basa essenzialmente su affinità ideologiche. Milei fa parte di quella destra estrema lì, fondamentalmente. Si tratta di un leader di estrema destra che ha in mente un’idea di governo che va nella direzione della tutela degli interessi delle grandi corporazioni economiche, nazionali e transnazionali, e che, per fare questo, è disposto a cancellare diritti, ad azzerare il conflitto sociale, anche ricorrendo a strette repressive e una gestione autoritaria del potere, e che sta portando avanti una politica estremamente discutibile sul piano economico, come detto. Le affinità mi sembrano ideologiche.
In Ecuador, la rielezione del presidente filo-trumpiano Daniel Noboa, riconosciuto da leader ideologicamente distanti come Lula e Orsi, che implicazioni potrebbe avere oper il futuro delle relazioni USA-Ecuador?
Probabilmente positive nell’ambito delle relazioni fra i due paesi. Ma bisogna tener presente in ogni caso la natura di Trump: il presidente repubblicano è un battitore libero, e sei suo amico nella misura in cui ritenuto utile alla sua causa. Da questo punto di vista, un tema di interesse comune potrebbe essere quello della lotta al narcotraffico, ma è tutto da vedere.
Panama ha firmato un accordo con Washington che consente la presenza militare USA presso installazioni vicine al Canale e una revisione congiunta sui pedaggi. Quanto pesa la crescente influenza cinese su queste scelte e quali sono i rischi di un’escalation geopolitica nella regione?
La presenza cinese pesa tanto. Negli ultimi 20 anni la Cina è penetrata in America Latina, sul piano economico, ad un ritmo pazzesco. Attualmente è il secondo partner commerciale della regione, dopo gli Stati Uniti, e il primo di alcuni paesi, fra cui il Brasile, il Cile e l’Argentina; dal 2016 è la principale destinazione delle esportazioni dei Paesi del Cono Sud relativamente al settore estrattivo e nell’immeditato futuro potrebbe affermarsi come principale partner dell’intera regione, scalzando definitivamente gli Stati Uniti. Questa intensificazione delle relazioni fra Cina e paesi dell’area, peraltro, negli ultimi anni è cresciuta non soltanto sul piano quantitativo ma anche qualitativo: la Cina sta investendo sempre di più nell’area, a partire dalle infrastrutture funzionali a quell’economia di esportazione di beni primari di cui beneficia, sta coinvolgendo le nazioni latinoamericane nella cosiddetta “Nuova via della seta”, sta provando ad esportare il suo modello di capitalismo di Stato e, dopo una condotta di basso profilo iniziale, sta sempre più prendendo posizione sul piano anche politico. Insomma, la Cina costituisce la principale minaccia al primato nordamericano a livello continentale. L’amministrazione Trump non ha una strategia per contrastare questa minaccia, al pari delle precedenti amministrazioni, e, quindi, coerentemente con un approccio che, come detto, previlegia vittorie tattiche rispetto a più ampie visioni strategiche, punta a ottenere vantaggi immediati mostrando i muscoli, come, appunto, nel caso di Panama. Nel fare questo indubbiamente Trump si ispira a quella Big stick diplomacy di inizio Novecento, nell’ambito della quale gli Stati Uniti contribuirono, fra le varie cose, proprio alla nascita dello Stato di Panama, sino ad allora territorio appartenente alla Colombia, per mettere le mani sulla costruzione del canale interoceanico e battere la concorrenza britannica. Ed è sempre da questo che trae ispirazione la trovata di cambiare nome al golfo del Messico, da quel tipo di approccio lì. Approccio che, a dire il vero, l’attuale amministrazione sta riproducendo in maniera piuttosto farsesca, senza basarsi, come detto, su una grande strategia di chissà quale tipo.
Nel quadro dell’integrazione regionale, quale ruolo possono giocare organizzazioni come Mercosur e ALADI per promuovere maggiore coesione politica, economica e di sicurezza tra i paesi latinoamericani?
Beh, potrebbero indubbiamente essere degli strumenti importanti, in particolar modo il Mercosur. Ma questo dovrebbe necessariamente presupporre la volontà di mettere da parte divisioni, differenze e contrasti, per cercare di rafforzare i reciproci legami, per ricercare un’unità di intenti, una coesione di qualche tipo. Ma questo, salvo che in alcuni brevi periodi, non ha mai rappresentato il pezzo forte dei paesi latinoamericani, che, fin dalla loro nascita, hanno camminato in ordine sparso, perlopiù, prediligendo il rafforzamento dei rapporti con l’“esterno”, anche a causa delle interferenze delle grandi potenze – prima europee e, poi, nel corso del Novecento, soprattutto gli Stati Uniti –, che hanno alimentato questa tendenza.
Alla luce delle dinamiche attuali, quali soluzioni o approcci crede che gli Stati Uniti dovrebbero adottare nei prossimi anni per migliorare le relazioni con i paesi latinoamericani, sia sul piano economico che politico? E come potrebbero evolversi i rapporti interamericani nei prossimi 4 anni?Non credo che ci siano grosse prospettive, attualmente, per un miglioramento delle relazioni con i paesi dell’area. Ma per un semplice motivo, questo non rientra fra gli obiettivi dell’amministrazione Trump. A mio avviso anche questa sua gestione si caratterizzerà per l’assenza di una strategia specifica per la regione, per un sostanziale disinteresse, ad eccezione, ovviamente, delle questioni che chiamano in causa direttamente la sicurezza degli Stati Uniti, per un totale disprezzo per il multilateralismo e per la predilezione per relazioni bilaterali con pochi partner. Io credo che questo sarà l’andamento. Questa potrebbe rappresentare, quindi, l’ennesima occasione per le nazioni latinoamericane per ricercare una maggiore unità fra di loro, piuttosto, nuove forme di collaborazione e di cooperazione, non solo sul piano economico, ma anche e soprattutto a livello politico. Ma questa fase di ridefinizione dell’ordine internazionale che stanno portando avanti gli Stati Uniti, e che vedono coinvolti anche Cina e Russia, ovviamente, potrebbe essere un’opportunità senza precedenti anche per l’Unione Europea, per acquisire maggiore autonomia, protagonismo e dinamismo sul piano internazionale. E un’occasione, magari, per approfondire proprio i rapporti con l’America Latina, sulla base di antichi vincoli storici e culturali e mettendo al centro tematiche che potrebbero essere di interesse comune. Chissà se verrà sfruttata.

