Mentre l’escalation di ostilità soprattutto sul piano economico fra Stati Uniti e Cina ha raggiunto il livello di massima tensione con l’inizio di una aperta guerra commerciale in seguito all’annuncio di dazi voluti dall’amministrazione Trump, ci si domanda se le reali intenzioni del presidente degli Stati Uniti fossero quelle di innescare un effettivo disaccoppiamento fra le due economie, considerato anche il rapido tentativo di cambio di rotta degli ultimi giorni.
Negli ultimi anni, le relazioni economiche tra Stati Uniti e Cina hanno assunto contorni sempre più instabili, passando da una crescente interdipendenza a una competizione aperta che culmina oggi in una nuova stagione di guerre commerciali. Si manifesta dunque l’esigenza di analizzare le radici storiche e le dinamiche recenti del processo di decoupling economico, valutandone le implicazioni strategiche non solo per le due potenze coinvolte, ma per l’intero sistema globale. Particolare attenzione è rivolta al modus operandi dell’Amministrazione Trump, che tanto in politica economica quanto in politica estera ha fatto dell’imprevedibilità e dell’incertezza i propri tratti distintivi, contribuendo ad alimentare la volatilità degli scenari internazionali.
Sulle montagne russe dei rapporti economici tra Stati Uniti e Cina
Negli ultimi vent’anni i rapporti commerciali fra gli Stati Uniti e la Cina sono stati altalenanti ma mai definitivamente compromessi. Tutto è iniziato con la firma dello US-China Relations Act nel 2000 approvato dall’allora presidente Clinton e con la conseguente adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC/WTO), in un periodo di normalizzazione e consolidazione delle relazioni commerciali fra i due Paesi. La crescente interdipendenza economica diventò evidente nel 2008, quando la Cina divenne il maggiore detentore di debito statunitense, raggiungendo i 600 miliardi di dollari. Con un saggio per Foreign Policy del 2011, l’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton delineò un pivot degli Stati Uniti verso l’Asia, definendo la Cina come un Paese con opportunità di investimento senza precedenti per gli Stati Uniti, con possibilità il cui sfruttamento sarebbe stato di grande valore per gli interessi economici e strategici americani. “Proprio come l’Asia è fondamentale per il futuro dell’America, un’America impegnata è vitale per il futuro dell’Asia”, scriveva Clinton.
Come riportato dal Council on Foreing Relations, le tensioni commerciali iniziano però a farsi evidenti nel 2012, quando il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina è salito a un massimo storico di 295,5 miliardi di dollari. Inoltre, sempre lo stesso anno, ad aumentare le frizioni furono le restrizioni imposte dalla Cina all’esportazione di terre rare, minerali essenziali per prodotti come veicoli ibridi, smartphone e equipaggiamento militare tecnologicamente avanzato, nonché settore di indiscusso dominio cinese a livello mondiale. Dopo il cambio della leadership cinese, una serie di frizioni geopolitiche e l’inizio del primo mandato di Donald Trump nel 2017, i rapporti tra i due Paesi sembravano invece stabilizzarsi tanto da spingere il Presidente statunitense an annunciare “enormi progressi” nelle relazioni bilaterali commerciali. Nel 2017 venne annunciato un accordo in dieci punti sull’espansione del commercio di prodotti primari e servizi. I rapporti raggiunsero dunque “un nuovo massimo”, se non fosse che pochi mesi dopo la stessa Amministrazione Trump annunciò dazi alle importazioni cinesi per 50 miliardi di dollari. Alla fine dello stesso anno poi la strategia di sicurezza nazionale americana identificava esplicitamente la Cina come competitor strategico che, tramite l’espansionismo economico, tentava di rimodellare l’ordine internazionale a proprio vantaggio, rappresentando dunque una minaccia per gli Stati Uniti.
Nel 2018 vi fu una chiara inversione di rotta con il passaggio dalla cooperazione alla competizione aperta o trade war, con un inasprimento delle tensioni soprattutto da parte degli Stati Uniti che si vedevano minacciati dalle interferenze cinesi. Da quel momento ebbe inizio la prima guerra commerciale che si intensificò fino alla firma dell’Economic and Trade Agreement del 2019, che segnò un lieve allentamento nell’escalation dei rapporti commerciali. Le tensioni, non solo economiche, raggiunsero un nuovo picco negativo durante la pandemia da Covid-19, quando venne dichiarato, tramite le parole dell’ex Segretario di Stato Mike Pompeo, che l’era del dialogo con Pechino si era conclusa e che da allora iniziava un nuovo approccio basato sul tentativo di pressare la Cina affinché rispettasse le regole del commercio internazionale. Inoltre, nel 2020 venne firmato il Phase One Economic and Trade Agreement che sebbene prevedesse un aumento degli acquisti cinesi di beni e servizi americani, lasciava in vigore la maggior parte dei dazi imposti durante la guerra commerciale.
Il mandato del presidente Biden iniziò con premesse durissime: la Cina rappresentava la più grande minaccia per l’America. Inoltre, le tensioni commerciali tra i due paesi, per tutta la durata dell’amministrazione Biden, sono state alimentate anche da frizioni geopolitiche e diplomatiche legate soprattutto alla militarizzazione dell’area dell’Indo-Pacifico e alla disputa su Taiwan. Dopo una prima fase di tensione commerciale durante la quale l’Amministrazione Biden ha mantenuto i dazi imposti da quella Trump con rispettive contromisure imposte dalle aziende cinesi, il nuovo approccio alle relazioni commerciali bilaterali è stato segnato da un incontro tra Biden e Xi del 2022, quando entrambi i leader manifestarono l’intenzione di allentare le tensioni. Il percorso di graduale miglioramento delle relazioni sino-americane non fu però privo di tensioni: nel 2022 venne infatti firmato il Chips and Science Act, che rappresentò una risposta strategica per contrastare l’ascesa tecnologica della Cina e un tentativo di ridurre la dipendenza statunitense dalla produzione cinese. Lo stesso anno la firma dell’Inflation Reduction Act ebbe una serie di effetti indiretti sulla produzione cinese, aumentando la competitività della filiera energetica statunitense e tentando di diminuire la dipendenza economica di Washington da Pechino. Alla fine del 2024 però, sebbene le relazioni commerciali tra i due Paesi non potessero definirsi buone, erano evidentemente migliorate.
Inoltre, fino alla fine e per tutta la durata del mandato di Biden, la postura statunitense nei confronti della Cina è rimasta definita e strutturata nella Grand China Strategy. I pilastri di questa politica erano quelli di investire in patria, allinearsi con gli alleati e soprattutto competere con la Cina per mantenere un ordine internazionale basato su regole condivise. L’obiettivo era quello di plasmare l’ambiente strategico intorno a Pechino, piuttosto che tentare di cambiarne direttamente il comportamento.
Una nuova guerra commerciale e il decoupling
Il primo giorno di una nuova guerra commerciale, già piena di colpi di scena, è stato battezzato dal Presidente Trump come il “Liberation Day”, ovvero il momento d’inizio per la rinascita dell’industria americana e per rivendicare il destino del Paese. Il giorno della liberazione ha segnato l’inizio di quello che in economia viene chiamato decoupling, che indica un forte indebolimento o la fine dell’interdipendenza economica fra due Paesi, in questo caso Cina e Stati Uniti. Oltre alla competitività, negli ultimi anni le Amministrazioni americane hanno cercato da un lato di enfatizzare il potenziale della Cina come partner commerciale, dall’altro hanno cercato di rispettare la logica dello “small yard, high fence”, imponendo rigide restrizioni a un numero limitato di tecnologie con un significativo potenziale militare, mantenendo però i normali scambi economici in altre settori. Questo approccio tendenzialmente ottimista, però, sembrerebbe del tutto svanito.
La prima guerra commerciale lanciata da Trump nel 2018 non è riuscita a eliminare del tutto la dipendenza degli Stati Uniti dalla produzione manifatturiera cinese. Sebbene le due maggiori economie mondiali abbiano spesso faticato ad andare d’accordo, l’idea dominante fino ad oggi è stata quella di rimanere partner commerciali, in quanto più vantaggioso dell’essere nemici. Al contrario, i recenti aumenti tariffari introdotti nel mese di aprile 2025 hanno fatto salire le imposte sulla maggior parte dei beni cinesi fino al 145%, con il rischio concreto di compromettere in modo significativo il commercio bilaterale tra le due potenze. Non solo, anche le imposte su altri Paesi vanno a ledere significativamente le esportazioni cinesi verso Paesi terzi che a loro volta spediscono le loro merci negli Stati Uniti.
I rischi di una guerra commerciale per l’economia mondiale e il cambio di rotta di Trump
Gli Stati Uniti e la Cina sono le due maggiori economie del mondo e lo stato delle loro relazioni commerciali ha conseguenze, oltre che per entrambi i Paesi, per l’economia globale tutta. I potenziali rischi legati agli effetti della guerra commerciale iniziata da Trump, non solo contro la Cina, sono stati riassunti dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel report, sotto la voce “trade concerns” si fa riferimento a come le tariffe imposte dagli Stati Uniti danneggeranno le economie di tutto il mondo e costringeranno a un ridimensionamento delle stime di crescita globali. Secondo le nuove stime dell’OMC, il commercio globale totale si contrarrà dello 0,2% rispetto a una crescita prevista del 2,7% senza i dazi. La crescita della produzione mondiale è prevista al 2,2%, con un incremento dello 0,6% inferiore rispetto ad un ipotetico scenario senza dazi. Inoltre, le scelte intraprese dall’amministrazione Trump non solo hanno allontanato la possibilità di raggiungere gli obiettivi economici sperati, ma hanno portato l’economia statunitense sull’orlo di una seria crisi, in soli cento giorni. Tra gli obiettivi dichiarati vi era soprattutto quello di ridurre l’inflazione, ma diversi economisti si aspettano che la strategia commerciale di Trump non farà che aumentarla. Trump aveva poi promesso più crescita, la riduzione del debito pubblico e di migliorare la bilancia commerciale, tutti obiettivi difficilmente raggiungibili con le attuali politiche tariffarie, che avranno potenzialmente effetti opposti a quelli sperati. Tra le aspettative di crescita globali ridimensionate, l’alta probabilità di un aumento dell’inflazione e l’assenza di una strategia economica sistematizzata, Trump ha quindi allontanato considerevolmente il sogno di un’America grande e di una nuova età dell’oro.
Il possibile cambiamento di rotta rispetto a posizioni così radicali non si è fatto attendere. Trump ha infatti paventato una possibile inversione di tendenza nella sua guerra commerciale con la Cina anche per la continua volatilità del mercato, affermando che le elevate tariffe sui prodotti cinesi caleranno “sostanzialmente”, anche se non verranno azzerate. Anche il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva anticipato che la rottura netta o il disaccoppiamento tra le due economie non sarebbero stati sostenibili nel lungo periodo. L’imprevedibilità delle azioni di Trump, anche nell’ambito della politica commerciale, è il tratto distintivo in questa fase del suo secondo mandato. Nella sua politica commerciale, Trump ha ripreso il nazionalismo economico di matrice mckinleyana, impiegando nei suoi recenti annunci sui dazi reciproci una retorica che richiama quella utilizzata dal presidente William McKinley a fine Ottocento. La ragione per cui sono stati applicati dazi così elevati non è tuttavia chiara, dato che la Casa Bianca non ha mai delineato una linea narrativa esplicita e univoca sugli obiettivi finali di Trump riguardo alla sua politica economica. Le continue oscillazioni del Presidente, culminate nel tentativo di ridimensionare l’escalation con la Cina durante uno degli ultimi interventi pubblici, contribuiscono a rendere particolarmente difficile comprendere quali siano realmente le sue intenzioni.C’è quindi molta attesa per la fine della pausa di novanta giorni sulle imposte decisa da Trump. Si fa sempre più remota la possibilità che una volta terminata la pausa Trump decida di mantenere il prezzo della guerra commerciale così alto o che imponga dazi reciproci ad altri Paesi, ovvero che agisca allo stesso modo di quanto fatto con la Cina fino ad ora. La decisione di sospendere i dazi ad altri Paesi ha dato un sollievo immediato ed evidente ai mercati, con un rialzo delle azioni e dei future sulle materie prime. Le stesse dichiarazioni riguardo alla possibile svolta ha avuto un immediato effetto positivo sul mercato. Però, come spiegato da Joe Brusuelas, economista capo di RSM US, il rischio che l’economia americana entri in recessione non è scomparso, data la quantità di shock simultanei che ha assorbito. Inoltre, non è al momento evidente come possa agire la Cina, che non ha ancora fatto marcia indietro come avrebbe voluto Trump, ma ha risposto con la stessa moneta.

