Nonostante il principale obiettivo dell’ultimo Summit NATO de L’Aia fosse la sopravvivenza dell’alleanza stessa, come confermato da una dichiarazione finale essenziale e principalmente dedicata al tema degli investimenti per la difesa, non è stato possibile non notarvi l’assenza di Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Questo dato balza all’occhio non solo per via dalla crescente influenza russa nel Mediterraneo Allargato, ma anche per la stessa richiesta dell’Amministrazione Trump agli alleati europei di assumervi maggiori responsabilità di sicurezza.
Questo articolo è stato già pubblicato in altra forma in lingua inglese sulla rivista New Atlanticist dell’Atlantic Council.
Tale esclusione rischia non solo di sottovalutare le minacce emergenti dal Sud, ma anche di delegittimare gli Alleati che da tempo sollecitano maggiore attenzione verso quest’area. I vertici NATO, d’altronde, costituiscono tradizionalmente un momento cruciale per fissare le priorità dell’Alleanza attraverso dichiarazioni ufficiali. Per i Paesi non-membri, tuttavia, rappresentano anche uno momento pubblico di legittimazione, sia internazionale – rispetto a potenziali rivali – sia interna – di fronte alla propria opinione pubblica.
Sebbene la partecipazione sia generalmente riservata agli Stati membri, è divenuta ormai una prassi consolidata quella di invitare anche partner chiave. Questo approccio riflette l’elevazione del compito della “sicurezza cooperativa” a parità di rango con quello della difesa collettiva, come sancito nel Concetto Strategico del 2010 e confermato in quello pubblicato a Madrid nel 2022.
In passato, infatti, l’Alleanza ha mostrato apertura. La Dichiarazione di Madrid del 1997 formalizzò gli interessi condivisi tra UE e NATO, favorendo una partecipazione più attiva di Bruxelles. Più recentemente, l’Ucraina è stata regolarmente invitata dopo l’invasione russa del 2022, così come Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, sono state sempre più coinvolte in risposta alle crescenti tensioni nell’Indo-Pacifico.
I Paesi del Dialogo Mediterraneo (DM) – tra cui Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia – sono stati coinvolti, invece, solo saltuariamente. Creato nel 1994 per promuovere la cooperazione militare nel Mediterraneo, il DM è stato elevato a partnership nel vertice di Istanbul del 2004. A questo è stata affiancata l’Istanbul Cooperation Initiative (ICI), che coinvolge anche Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
Al vertice de L’Aia, tuttavia, nessuno di questi Paesi è stato invitato. Le ragioni includono i rapporti controversi di alcuni tra questi Paesi – Algeria e Egitto su tutti – con la Federazione Russa, le tensioni con membri NATO – come Marocco-Spagna, Algeria-Francia, Egitto-Turchia – a cui si aggiungono rivalità regionali – come Algeria-Marocco – e le difficili relazioni con Israele.
L’assenza è sorprendente anche alla luce del vertice di Washington del 2024, dove l’unico Paese del DM presente fu Israele. In quell’occasione, infatti, fu nominato un Rappresentante Speciale per il Vicinato Meridionale – Javier Colomina – con il mandato di aumentare la visibilità dell’Alleanza nell’area. Gli Alleati hanno inoltre adottato un Piano d’Azione, basato sul rapporto NATO’s Comprehensive and Deep Reflection Process on the Southern Neighbourhood del maggio 2024, che invoca un nuovo approccio strategico fondato su un dialogo politico rafforzato con la regione.
A differenza del passato, oggi l’insicurezza che proviene dall’area non è circoscrivibile alle sole questioni migratorie o terroristiche. Le minacce nel Vicinato meridionale si intrecciano sempre più con quelle del Fianco Est, richiedendo che la visione “a 360 gradi” sia realizzata concretamente, come dichiarato nel Concetto Strategico del 2022. In caso contrario, come dichiarato pochi giorni prima del Summit dal Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto per esprimere la sua frustrazione di fronte al mancato coinvolgimento degli Stati della sponda sud, la NATO “così com’è, non avrebbe più ragione di esistere”.
La Russia, infatti, sta consolidando la propria presenza nel Mediterraneo allargato, sfruttando instabilità aggravate da crisi economiche, alimentari, climatiche, e da tensioni etniche. Dopo la caduta del regime siriano nel 2024, Mosca ha rafforzato la sua presenza in Libia, collaborando con la famiglia Haftar e ampliando basi strategiche come Al Khadim, Al Jufra e Maaten al-Sarra. Sono, inoltre, in corso trattative per una base nuova navale a Derna, che offrirebbe servizi logistici più avanzati rispetto a quella siriana di Tartus, ma che non andrebbe a sostituirla come inizialmente immaginato dopo il regime change a Damasco, ma costituirebbe un raddoppiamento della presenza russa nelle acque del Mediterraneo.
Parallelamente, la presenza russa si è espansa anche nel Sahel. Mosca ha intensificato la cooperazione con i regimi militari di Mali, Burkina Faso e Niger, spesso a scapito delle alleanze con Francia, UE e Stati Uniti. La Russia opera ora tramite l’Africa Corps, subentrato al Gruppo Wagner ma sotto controllo diretto del Ministero della Difesa.
Questa espansione costituisce una minaccia per la NATO. Indirettamente, regimi autoritari legati a Mosca alimentano come reazione la diffusione del jihadismo e vengono utilizzati per esercitare pressioni sull’Europa in tema di migrazioni illegali o prezzi per le risorse naturali. Direttamente, la presenza navale russa – oggi superiore a quella della Guerra Fredda – rischia di compromettere la libertà di navigazione e innescare incidenti. Navi italiane nel Mediterraneo sono regolarmente seguite da imbarcazioni-spia russe, secondo l’Ammiraglio Enrico Credendino. Le basi permanenti in Libia potrebbero offrire a Mosca l’accesso diretto all’Europa, facilitando il dispiegamento di missili o mercenari.
La priorità attribuita al Fianco Est – con una consistente presenza in Lituania, Polonia e Paesi baltici – e l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia hanno avuto come conseguenza indiretta la secondarizzazione del Mediterraneo, dove la NATO mantiene una limitata presenza navale. L’Italia, pertanto, teme che il Sud venga ulteriormente trascurato. Il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni ha più volte ribadito l’importanza dell’Africa, denunciando l’uso strumentale delle migrazioni e della disinformazione da parte russa per destabilizzare l’Europa, cui oggi si aggiunge anche il pericolo dell’arruolamento di quelle forze chiamate Black Wagners e che sono già state utilizzate in Ucraina.
A differenza di Madrid, che ha rifiutato il target NATO del 5% a l’Aia, pur avendo firmato la relativa dichiarazione, Roma già da tempo ha assunto un ruolo più attivo, con 12.000 militari all’estero, e un impegno a raggiungere quest’anno il vecchio obiettivo del 2%.
A meno che la più ampia competizione tra grandi potenze non giunga a una conclusione, o che la Russia non rompa in modo decisivo il suo allineamento strategico con il fronte revisionista, Mosca continuerà a sfidare gli interessi dei Paesi della NATO – che restano i principali difensori dello status quo internazionale – ogniqualvolta e ovunque percepisca un’opportunità di farlo a costi relativamente contenuti. Purtroppo, il Nord Africa e il Sahel figurano tra i teatri più vulnerabili a questo tipo di proiezione.
La decisione di non invitare nessuno dei Paesi del Dialogo Mediterraneo al Vertice de L’Aia rappresenta un’occasione mancata. Includere almeno questi partner avrebbe costituito un passo importante per dimostrare agli Stati membri dell’Europa meridionale che l’impegno della NATO verso una “visione della sicurezza a 360 gradi” non è soltanto retorico. Avrebbe inoltre inviato un segnale forte, indicando che l’Alleanza è pronta ad affrontare le minacce che incombono su tutti i suoi membri – e non solo su quelli del Fianco Est – rafforzando al contempo, grazie alle capacità militari della NATO, la deterrenza nei confronti di qualunque attore nutra intenzioni ostili verso l’Alleanza.
Gabriele Natalizia è Professore Associato di Relazioni Internazionali a Sapienza di Roma, Direttore del Centro Studi Geopolitica.info e Non-Resident Senior Fellow di Atlantic Council.
Alissa Pavia è Vicedirettrice del Programma Nord Africa presso l’Atlantic Council.

