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14/08/2025
Interviste

Verso il vertice in Alaska. Intervista a Salvatore Santangelo

di Rodolfo Fabbri

Al giornalista Salvatore Santangelo (autore di “Fronte dell’Est” / Castelvecchi) e docente presso il Master in Intelligence e ICT dell’Università di Udine, a ridosso del prossimo vertice in Alaska, abbiamo chiesto una valutazione sullo stato dei rapporti tra Berlino e Mosca (tema a cui ha dedicato la sua tesi di dottorato)

Al giornalista Salvatore Santangelo (autore di “Fronte dell’Est” / Castelvecchi) e docente presso il Master in Intelligence e ICT dell’Università di Udine, a ridosso del prossimo vertice in Alaska, abbiamo chiesto una valutazione sullo stato dei rapporti tra Berlino e Mosca (tema a cui ha dedicato la sua tesi di dottorato)

  1. Come possiamo descrivere in sintesi l’evoluzione dei rapporti tra Germania e Russia dal Secondo Dopoguerra a oggi?

Vale la pena di ricordare che, dopo il collasso dell’URSS (dove la traiettoria geopolitica era perfettamente sovrapponibile all’ideologia di Stato), il “Centro studi di geopolitica” della Duma abbia cercato un ancoraggio in una trama di lungo periodo e ha provato a descrivere questa dinamica coniando il neologismo GeRussia. Ciò avviene in un contesto in cui il rapporto tra Germania e Russia viene letto in una prospettiva storica che lo disvela come estremamente stretto, quasi simbiotico, con la capacità di sopravvivere a ben due guerre mondiali. Va notato che, per la Russia, guardare alla Germania significa puntare alla modernizzazione, che però, come ha magistralmente illustrato Jeffrey Herf, non sempre corrisponde alla Modernità; mentre per Berlino, Mosca apre alla vertigine dell’Eurasia.
In merito alla fase recente – esemplificata dalla costruzione e dal raddoppio del Nord Stream – purtroppo l’integrazione tra i due Paesi non ha mostrato la capacità di andare oltre un progetto principalmente orientato verso la dimensione energetica ed economica, risultando insufficiente a superare le diffidenze di gran parte degli Stati dell’Europa Centro-orientale (“La Nuova Europa” di Donald Rumsfeld, in particolare della Polonia), e quindi non riuscendo a esorcizzare gli spettri evocati dalle “Bloodlands” di Timothy Snyder.

  1. Quanto l’invasione dell’Ucraina ha cambiato la visione tedesca della Russia?

GeRussia è solo uno dei possibili risultati dell’equazione strategica che si sviluppa lungo l’asse Berlino-Mosca. L’invasione dell’Ucraina ha certamente aperto una fase nuova, negativa e lacerante. Non a caso si torna a parlare di “Fronte dell’Est”, come durante le due guerre mondiali. Questa dinamica dovrebbe portare a chiederci perché Putin abbia deciso di congelare, se non di sacrificare (almeno nel breve e medio termine) questa relazione privilegiata. Rispondere a questo quesito può rivelare molto sui reali obiettivi dell’Operazione speciale. Per Berlino, la guerra ha rappresentato un risveglio, manifestato nella Zeitenwende di Olaf Scholz, una svolta che i suoi successori continuano a sostenere. Tuttavia, non sono sicuro che il riarmo rappresenti la strada giusta: esso, secondo me, limita i margini di manovra del Paese. Berlino funziona come potenza geoeconomica e quindi come protagonista di una dimensione poststorica, postmoderna e postidentitaria (come nell’Unione Europea o nella Globalizzazione). Solo questa Germania può osare ardite e inedite convergenze, senza attivare gli anticorpi che la sua storia inevitabilmente genera. Tra gli effetti del 24 febbraio, c’è questo aspetto che cambia le carte in tavola.

  1. Con l’ascesa di Friedrich Merz alla Cancelleria, stiamo assistendo a una postura di Berlino più severa nei confronti di Mosca. Si tratta di un cambiamento strategico profondo o di un semplice irrigidimento tattico?

Mi sembra che quella di Merz sia una posizione più lineare: infatti, dalle resistenze all’imposizione del Price Cap, allo “Stop and Go” sulla fornitura di armi, fino al fatto che, tra l’adesione formale alla linea della fermezza e la sua implementazione operativa, la precedente compagine di Governo aveva spesso frapposto una marea di distinguo. Questo indica che una parte del Paese scommetteva ancora sul futuro di questo rapporto (o forse era semplicemente terrorizzata da una possibile escalation). Il problema del Gabinetto Merz e, più in generale, degli oltranzisti si può annidare nei due scenari che stanno prendendo forma: la vittoria negoziata di Putin (mediata da Trump) oppure il collasso dell’Ucraina. Entrambi gli scenari potrebbero avere violente ripercussioni su tutti i Paesi europei.

  1. Come si inserisce la nuova linea tedesca nel contesto della Nato e dei rapporti transatlantici?

Questa linea tedesca non è una novità, ma una continuazione della storica tensione tra proiezione geoeconomica e assertività politico-militare, che comporta anche una polarizzazione geografica. Questa dinamica ha storicamente influenzato la politica estera tedesca e oscilla tra orientamento verso l’Est e i legami con l’Ovest. Il tentativo, spesso maldestro, della Germania di equilibrare le sue esigenze di sicurezza e di sviluppo economico, mixando tra le due in base alle pressioni esterne, è la vera costante storica: da qui il terrore delle attuali classi dirigenti tedesche rispetto a ogni mutamento dello status quo.

  1. Quanto pesa oggi il mondo economico-industriale tedesco nel determinare la linea politica verso la Russia?

L’influenza dell’industria tedesca sulla politica estera verso la Russia è notevolmente diminuita dopo la crisi ucraina. Fino a poco tempo fa, le grandi aziende nei settori energetico, chimico e manifatturiero esercitavano una forte pressione per mantenere relazioni amichevoli con Mosca. Tuttavia, oggi tale interdipendenza è sotto revisione, con un significativo cambiamento nella narrativa politica.

  1. Come sta reagendo il Cremlino alla nuova postura del governo Merz? È cambiata la narrativa russa verso la Germania rispetto agli anni della Merkel?

Anche la narrazione russa nei confronti della Germania è cambiata drasticamente. Mosca ha dimostrato di essere pronta a riconsiderare i propri legami energetici con Berlino. Nella più recente comunicazione del Cremlino, con particolare riferimento alla vicenda dei carri Leopard e dei missili Taurus, la Germania è tornata a figurare tra i “cattivi”, e i riferimenti al Secondo conflitto mondiale hanno ripreso ad alimentare la propaganda.

  1. Quanto e come la Russia cerca di influenzare l’opinione pubblica tedesca attraverso disinformazione, canali alternativi e lobbying?

Mosca utilizza vari canali e agenti di influenza per modellare le percezioni dell’Opinione pubblica tedesca (come fanno in realtà anche altre potenze), facendo leva su legami con partiti di diverse estrazioni politiche. Il messaggio più forte che la Russia veicola è che, con un volume di interscambio commerciale di 60 miliardi di euro pre-guerra, il disaccoppiamento sarebbe contro l’interesse nazionale tedesco, e che la guerra risulti anzi funzionale a distruggere proprio questa relazione speciale.

  1. Molti cittadini dell’ex Germania Est sembrano più scettici verso il sostegno all’Ucraina e più indulgenti verso Mosca. Quanto conta il vissuto nella Ddr in questa percezione?

Le mancate promesse della Riunificazione e il vissuto nell’ex DDR giocano un ruolo fondamentale nel diverso approccio verso il sostegno all’Ucraina. La storia dei legami culturali e politici con il mondo slavo oggi si inserisce nel flusso di risentimenti e nostalgie esistenti tra i cittadini tedesco-orientali, contribuendo a un contesto politico in cui si esprimono sentimenti antisistema, facilmente permeabili ai messaggi a cui abbiamo precedentemente fatto riferimento.

  1. AfD e Linke condividono una posizione spesso filorussa, ma da prospettive politiche opposte. Quali fattori socioculturali o geopolitici spiegano questa convergenza apparentemente insolita?

La Russia continua a esercitare un fascino su tutto lo spettro politico tedesco. Le destre la vedono come un baluardo della tradizione, assediata dalla globalizzazione e dall’ideologia woke, mentre le sinistre postcomuniste (ancora ferocemente anti americane) la considerano l’erede di un passato sovietico. I partiti della Grande Coalizione sentono comunque il peso economico del conflitto, che incide sulle loro basi elettorali di riferimento. In questo senso, forse i meno esposti sono i Verdi e i Liberali. Queste dinamiche creano una complessa interazione tra interessi e ideologie che, al momento, non riesce però a condizionare in modo determinante la posizione dell’attuale Cancelliere e della maggioranza che lo sostiene, ma, come abbiamo osservato, il contraccolpo, in caso di cambiamenti effettivi sul campo (o a Washington), potrebbe avere conseguenze assai rilevanti.

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