Per i non “iniziati”, Carl von Clausewitz (1780–1831) è un generale prussiano e uno dei teorici militari più influenti della storia, noto principalmente per il suo fondamentale lavoro “Vom Krieg” (Della guerra). Reduce delle campagne napoleoniche, Clausewitz ha attinto alla sua lunga esperienza bellica, avendo iniziato la carriera militare a soli dodici anni, e ha studiato la storia dei conflitti per esplorare la natura universale della guerra.
Celebre è la sua definizione: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”.
La sua opera presenta una prosa densa e incisiva, con una raccolta di scritti che supera le mille pagine, senza contare le centinaia di lettere e appunti redatti durante la sua intensa carriera. Le idee di Clausewitz rivelano la fondamentale interazione, nota come triade, tra valore (o volontà), attrito (o caso) e pensiero razionale sul campo di battaglia; ciò evidenzia come la guerra non possa mai essere semplificata in formule lineari. Questa triade si riferisce anche al rapporto dialettico e dinamico tra Stato, Popolo e Leader.
Le intuizioni di Clausewitz sulla strategia, l’importanza delle forze morali e la necessità di allineare le operazioni militari agli obiettivi politici hanno influenzato il pensiero militare negli ultimi due secoli, attraversando diverse latitudini ideologiche, da Engels a Lenin, passando per Mao e Hitler, fino ai realisti statunitensi. Tuttavia, nonostante venga frequentemente citato, Clausewitz è raramente letto nella sua interezza. La sua opera, non dimentichiamo, è incompiuta e in gran parte ancora da revisionare, e ha alimentato speculazioni riguardo al suo significato originale e all’intento stesso dell’autore. Questo ha generato un terreno fertile per dibattiti accademici su concetti chiave quali il “Punto culminante”, la “Guerra assoluta” e il “Centro di gravità.”
L’interpretazione di Clausewitz da parte di storici come Basil Liddell Hart, che lo ha descritto come il “Mahdi della massa” o l’“Apostolo della guerra totale,” ha ulteriormente complicato il quadro. Gli studiosi si sforzano di distinguere fra ciò che Clausewitz intendeva realmente trasmettere e ciò che è stato attribuito erroneamente alle sue parole nel corso del tempo. Un’analisi dettagliata di parti della sua opera può rivelare quanto le sue intuizioni siano ancora pertinenti, specialmente alla luce degli sviluppi moderni.
Il Problema della Fanteria
Un tema cruciale è quello della fanteria, che riguarda la sfida per gli Stati di reclutare, addestrare, equipaggiare e sostenere un esercito in un contesto di estrema vulnerabilità sul campo di battaglia. Sebbene Clausewitz non offra una definizione esatta di questo problema, discute ampiamente le immense pressioni che gli Stati devono affrontare nella preparazione e nel mantenimento di forze di fanteria efficaci. Le sue osservazioni sui complessi processi di reclutamento, addestramento e coordinamento della fanteria con altre forze rivelano la sua profonda consapevolezza di questa questione, tornata di straordinaria attualità alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina.
Clausewitz sottolinea l’importanza della fanteria, osservando che un esercito composto esclusivamente di artiglieria sarebbe impraticabile, mentre un esercito di sole truppe di cavalleria avrebbe scarsa forza in profondità. La fanteria emerge, quindi, come la componente fondamentale della forza militare. Senza un numero sufficiente di uomini armati, qualsiasi operazione militare è destinata al fallimento. Tuttavia, pur riconoscendo la fanteria come il ramo più versatile e indispensabile, e anticipando la logica inter-arma e la cooperazione interforze, Clausewitz sottolinea l’importanza di artiglieria e cavalleria per garantire l’efficacia complessiva dell’esercito. La vera forza militare, quindi, risiede nell’integrazione e nella coordinazione di tutte le branche.
Per Clausewitz, le forze militari e le loro relazioni formano una complessa equazione, dove una variabile è rappresentata dalla dimensione quanti-qualitativa dei soldati (considerando anche la loro formazione e i loro equipaggiamenti), mentre l’altra riguarda i costi e gli sforzi logistici necessari per sostenere le operazioni. Egli afferma che “Se si potesse confrontare il costo di reclutamento e di sostentamento dei vari reparti con il servizio che ciascun ramo svolge in tempo di guerra, si arriverebbe a una cifra che esprimerebbe l’equazione ottimale”.
Tuttavia, avverte che tentare di risolvere quest’equazione è più un esercizio intellettuale che uno sforzo realmente utile. La difficoltà di quantificare le perdite umane e i costi imprevisti di una campagna militare rende l’equazione ancora più complessa. Anche se un esercito potesse trovare una soluzione matematica ai suoi problemi in termini di costi-benefici, il rischio che la guerra sfugga a qualsiasi formula è sempre presente.
In questo contesto, Clausewitz offre una visione della guerra che va oltre i numeri e le strategie convenzionali. Siamo di fronte a un fenomeno intrinsecamente umano, e proprio per questo i fattori morali e psicologici sono altrettanto significativi quanto quelli materiali. Un comandante deve saper ispirare e motivare, mantenendo alta la morale delle sue truppe. La capacità di comprendere e gestire le emozioni e le aspettative è cruciale per il successo delle operazioni militari.
Inoltre, i cambiamenti tecnologici influenzano profondamente il modo in cui la fanteria deve essere addestrata e schierata. L’evoluzione delle armi ha reso i combattimenti più letali e complessi, obbligando i leader a integrare la tecnologia nella strategia. Clausewitz sottolinea che l’innovazione tecnologica deve sempre essere accompagnata da una comprensione pratica delle dinamiche della battaglia.
Esperienze sul Campo
Riflettendo sulla campagna del 1806, Clausewitz criticò il governo prussiano per la sua incapacità di concentrare tutte le risorse contro Bonaparte: “Così, delle famose forze prussiane pronte al combattimento, che ammontavano a 220.000 uomini, solo la metà era effettivamente presente e pronta per lo scontro più decisivo che avrebbero mai dovuto affrontare”.
Allo stesso modo, nell’analizzare il 1812, valutò in modo altrettanto critico i russi, i quali vinsero “quasi contro se stessi” a causa dell’impazienza nel cercare la battaglia.
Esaminando gli esempi opposti della vittoria napoleonica sulla Prussia e del fallito intervento in Russia, possiamo chiarire ulteriormente il significato dell’impegno di Clausewitz nello sviluppo di una teoria universale. Nonostante fosse un acerrimo avversario di Napoleone, Clausewitz lo riconobbe come il “Dio della guerra”.
Le sue eccezionali qualità lo resero un caso fondamentale nello sviluppo della riflessione teorica. Pertanto, una teoria che faccia eccezione per il genio non è realmente utile; essa deve comprendere sia il divino che il mortale.
La Teoria della Guerra
Clausewitz concepiva il ruolo della teoria come un mezzo per comprendere e giudicare meglio la realtà. Essa non fornisce risposte automatiche, ma aiuta nel processo di elaborazione. La visione della teoria come una serie di dettami era precisamente ciò contro cui Clausewitz si opponeva, criticando i lavori di Jomini; una teoria della guerra non può essere un manuale, ma deve fungere da guida per riflettere sui problemi affrontati e per apprendere da essi.
Clausewitz identificò la concentrazione dello sforzo e della massa per la battaglia decisiva come la naturale tendenza della guerra. Che questa sia una tendenza naturale in teoria costituisce un punto di riferimento per la pratica, non un dogma. È cruciale riconoscere il percorso di minor resistenza in un contesto in cui “anche la cosa più semplice è difficile”.
Solo comprendendo le tendenze della guerra si possono valutare adeguatamente i vari corsi d’azione rispetto ad essa.
Il pensiero di Clausewitz si dimostra incredibilmente pertinente nel XXI secolo. La guerra sta evolvendo e, con essa, le dinamiche di conflitto e le interazioni fra Stato, esercito e popolazione. La guerra totale presenta sfide uniche, che Clausewitz avrebbe certamente considerato significative; già due secoli fa affermava che “La guerra è dunque un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”.
Le guerre moderne, frequentemente caratterizzate dall’intervento di attori statali e non, richiedono una riflessione rigorosa sui metodi di combattimento e sulla giustificazione della violenza.
La Dialettica tra Strategia e Morale
Clausewitz legava l’efficacia di una strategia al morale delle truppe e alla volontà di combattere. La guerra non è semplicemente un confronto armato; essa implica anche la manipolazione delle percezioni e delle emozioni di coloro che combattono (o più in generale delle società che sostengono lo sforzo bellico). In un mondo in cui i conflitti si combattono con mezzi ibridi, che uniscono forze militari tradizionali e operazioni non convenzionali, la teoria di Clausewitz rivela l’importanza cruciale della comprensione della natura umana.
Quando la guerra è parte integrante della politica, si suggerisce che, sebbene le modalità di conflitto possano variare, le motivazioni dietro di esse rimangono costanti. La guerra è tanto una questione di rapporti di forza quanto di opinioni pubbliche e politiche. Di conseguenza, emerge la necessità di esplorare più approfonditamente i costi umani e sociali dei vari conflitti.
Infine, di fronte agli orrori delle guerre totali, forse è vero ciò che pensava Ernst Jünger: “Clausewitz avrebbe probabilmente visto nient’altro che un’utopia barbarica nel modo in cui le guerre vengono combattute tra i lavoratori, sebbene, come Tocqueville, avesse già un’idea del substrato necessario, il Grande Spazio (Großraum)”.

