Il ruolo del Continente africano nei traffici di droga dei cartelli latino-americani è in fase di trasformazione, passando da semplice corridoio di transito verso l’Europa ad un vero e proprio hub produttivo.
In principio: l’Africa come corridoio di transito verso l’Europa
L’interesse dei cartelli latino-americani verso l’Africa ha cominciato a delinearsi a partire dagli anni ‘90. In quel periodo, infatti, l’incremento della domanda di cocaina in Europa, unito all’intensificazione dei controlli da parte delle autorità in acque strategiche per i cartelli, come Giamaica e Panama, crearono l’esigenza di individuare rotte che garantissero una nuova linea di distribuzione sicura per grandi quantità di stupefacenti. In tal senso, l’Africa si è rivelata particolarmente vantaggiosa rispetto ad altre vie di transito, inclusa la rotta marittima diretta verso il Continente europeo, non solo per la sua prossimità geografica con quest’ultimo, ma anche per la fragilità strutturale degli Stati africani.
Tale vulnerabilità si manifesta primariamente attraverso l’assenza del pieno esercizio della sovranità territoriale, dovuta all’estensione geografica di alcuni Stati e all’esistenza di tensioni e conflittualità etniche armate che, molto spesso, favoriscono la nascita di gruppi non statali ostili alle forze governative. La situazione è aggravata dall’alto tasso di corruzione che compromette ulteriormente le capacità di contrasto delle istituzioni statali, facilitando le operazioni illecite dei cartelli. Questi ultimi, inoltre, hanno potuto sfruttare le preesistenti reti di contrabbando già stabilite e gestite dalle formazioni armate locali.
La combinazione di questi elementi ha permesso a cartelli latino-americani di stabilizzare le proprie rotte in Africa e, per quanto riguarda i messicani, Cartello di Sinaloa e Cártel de Jalisco Nueva Generación (CJNG), di “delocalizzare” i propri laboratori.
I cartelli dominanti e il ruolo degli attori locali
I cartelli di Sinaloa e CJNG, classificati come organizzazioni terroristiche dall’Amministrazione Trump lo scorso febbraio, figurano tra i gruppi criminali più influenti dell’America Latina.
Emerso negli anni ‘80, Sinaloa è stato tra i primi a cogliere l’importanza strategica delle rotte africane, stabilendo una presenza radicata nel continente. Già nel corso degli anni 2000, l’organizzazione aveva stabilizzato il proprio controllo sul traffico di cocaina in Nigeria, Ghana, Mali e Senegal. Sebbene Sinaloa mantenga un netto vantaggio nei rapporti di forza, il CJNG, formatosi nel 2010, è riuscito comunque a stabilire una presenza in diversi Paesi africani, dopo aver avviato un processo di penetrazione nel 2017.
Il consolidamento e l’evoluzione della presenza dei cartelli sono stati facilitati dalla complicità di attori statali e non, in particolare gruppi etnici e organizzazioni terroristiche, che forniscono alle organizzazioni latino-americane sicurezza per il transito delle merci in cambio di una quota dei profitti. A livello statale, emblema di tale sostegno è la Guinea-Bissau, definita “narco-stato” per via della profonda collusione tra le personalità istituzionali e i traffici illeciti, agevolata anche dalla posizione geografica strategica che permette l’attracco nei suoi porti. Riguardo ai gruppi etnici, i Tuareg, a seguito della crisi maliana del 2012, hanno acquisito il controllo di significative porzioni di territorio, incluse le rotte di cocaina utilizzate dai cartelli, potendo così imporre una tassa. Infine, i cartelli intrattengono rapporti con diversi gruppi jihadisti, in particolare con la frangia di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e la Provincia dello Stato Islamico nell’Africa Occidentale (ISWAP), collaborando per il traffico di cocaina destinata all’Europa e al Medio Oriente attraverso la regione del Sahel.
L’esportazione degli hub di produzione
Il 28 luglio scorso, il Vice Comandante di United States Africa Command (AFRICOM), John W. Brennan, ha lanciato l’allarme sui cartelli messicani, con particolare riguardo alle zone occidentali, centrali e meridionali dell’Africa, destinata ad acuirsi nel tempo. Sebbene non abbia fornito ulteriori dettagli, è facilmente intuibile che il riferimento fosse all’esportazione dei laboratori.
Il ruolo dell’Africa è infatti in fase d’evoluzione, trasformandosi da corridoio di transito ad hub produttivo. Tale processo garantisce ai cartelli un incremento delle entrate, non solo dalle maggiori quantità di stupefacenti indirizzabili verso l’Europa, ma anche dalla crescita della domanda africana interna di stupefacenti. Inoltre, la posizione geografica dell’Africa, unita alla produzione in loco di sostanze, alimenterebbe i traffici verso il Medio Oriente e il territorio asiatico. L’efficacia di questa operazione è ulteriormente assicurata dall’assenza di una governance forte e stabile nei Paesi di transito e produzione, fattore che consente alle organizzazioni criminali di proseguire quasi indisturbate nei propri traffici. I dati a sostegno di questa ipotesi sono molteplici, a cominciare dal “National Drug Threat Assessment 2024” della Drug Enforcement Administration (DEA), che ha dichiarato l’espansione dei laboratori del Cartello di Sinaloa in Africa.
Congiuntamente, da pochi anni, le forze di polizia locali hanno effettuato arresti di cittadini messicani in laboratori per la produzione di stupefacenti in territorio africano. Tra i primi casi documentati vi è l’arresto, in Mozambico nel 2023, di due messicani inviati dal Cartello di Sinaloa il cui compito era esportare le capacità di produzione (know-how) degli stupefacenti, presumibilmente per ottimizzare e massimizzare le quantità generate. Successivamente, nell’ottobre 2024, l’Unità antidroga del Kenya ha arrestato tre autoctoni, due nigeriani e un messicano noto per la sua appartenenza al Cartello Jalisco Nueva Generación. Nel corso di quest’anno, si sono verificati ulteriori arresti, come quello avvenuto in Sudafrica il 22 settembre, che ha coinvolto cinque messicani con possibile appartenenza al cartello.
I dati relativi agli arresti appaiono coerenti con l’incremento dei sequestri e l’aumento della domanda interna di stupefacenti nel continente africano. Il “Global Cocaine Report 2023” dello United Nations Office on Drug and Crime segnalava che dal 2019 il ruolo africano nel traffico di cocaina, in particolare nelle regioni occidentale e centrale, è in netta crescita, con dati significativi anche per il Sudafrica (presumibilmente sfruttato per le sue infrastrutture).
Questa tendenza è stata confermata anche nel 2025: secondo il “World Drug Report” i sequestri di cocaina in Africa e in Asia sono aumentati dell’85% e più del 50% dei sequestri di oppioidi farmaceutici è avvenuto nel Continente africano.
Figura 1: Principali rotte del traffico di cocaina in africa. Fonte: United Nations Office of Drugs and Crime, “Global Cocaine Report 2023”.
Per quanto riguarda l’aumento della domanda interna di stupefacenti in Africa, quantificarne il trend è estremamente complesso, per difficoltà politiche, disponibilità di strumenti di contrasto, e scarsa presenza di un sistema di archiviazione statistica efficace e facilmente consultabile. Nonostante ciò, la riduzione dei prezzi, causata da una costante e maggiore offerta di prodotto, è in linea con i dati relativi all’aumento dei ricoveri per trattamenti legati al consumo di cocaina in diversi Stati africani, tra cui Mozambico e Sudafrica.
Conseguenze per l’Italia, l’Europa e possibili strategie di contrasto
La presenza dei laboratori controllati direttamente dai cartelli latinoamericani nel Continente africano introduce numerose criticità, che vanno oltre il più intuitivo aumento dei flussi di stupefacenti diretti verso l’Europa. In primo luogo, la trasformazione del territorio africano da mera rotta a polo di produzione amplificherebbe le instabilità e le vulnerabilità istituzionali succitate. Inserendosi in contesti estremamente fragili, i cartelli latino-americani potrebbero penetrare più facilmente nelle strutture statali africane più deboli. Tale scenario non produrrebbe conseguenze esclusivamente interne, ma avrebbe un impatto significativo anche sui rapporti diplomatici e sulla capacità del continente di attrarre investimenti di Paesi terzi. L’ingombrante presenza dei cartelli minerebbe la fiducia nella governance degli Stati coinvolti e aumenterebbe i rischi alla sicurezza delle infrastrutture e dei progetti di partner stranieri. Infatti, le reti criminali ed i loro alleati potrebbero decidere di colpire siti ad alto valore strategico nell’ottica di un’ipotetica escalation contro i governi locali e gli attori internazionali che li sostengono. Tra le iniziative chiave vi sono i numerosi progetti promossi dall’Italia attraverso il Piano Mattei: iniziativa strategica di cooperazione e investimento volta a rafforzare e rinnovare i legami con il Continente africano basato sul principio del partenariato tra pari. Alcuni progetti sono localizzati in Paesi dove sono stati registrati arresti connessi ai cartelli come il Mozambico, dove a luglio del 2024 è stato firmato un accordo per la costruzione di un Centro Agroalimentare di Manica, dal valore di 38 milioni di euro, concepito per rafforzare le filiere produttive locali e favorire la trasformazione e distribuzione dei prodotti agricoli a livello regionale. Parallelamente, in Kenya, l’Italia sostiene diversi interventi, tra cui il progetto “Restoration and Sustainable Management of Cherangany Forest Ecosystems for Climate Change Resilience and Improved Livelihoods”, finanziato con 4,5 milioni di euro. Quest’ultimo contribuisce al programma nazionale di riforestazione e gestione sostenibile delle risorse naturali, con l’obiettivo di incrementare la resilienza climatica e migliorare le condizioni di vita delle comunità locali. Oltre ai numerosi progetti del Piano Mattei, diverse imprese italiane operano in Africa tra cui Eni ed Enel, le cui filiere produttive possono essere messe a rischio dalla presenza dei cartelli.
Un’ulteriore criticità che potrebbe sorgere con la stabilizzazione dei laboratori di produzione in Africa riguarda il consolidamento delle relazioni tra i cartelli e gli attori criminali locali, come le mafie nigeriane, i gruppi tuareg e le organizzazioni jihadiste citate in precedenza. Tali interazioni potrebbero generare nuovi conflitti o, al contrario, rafforzare il potere e l’influenza di questi attori con ripercussioni dirette anche per gli Stati occidentali nella lotta contro organizzazioni sempre più radicate e influenti. Ad esempio, la Missione Italiana di Supporto in Niger (MISIN), comprometterebbe la formazione e l’addestramento delle Forze Armate nigerine dovendo fronteggiare le minacce dei cartelli e degli attori locali.
Al di là del contesto italiano ed europeo, gli Stati Uniti giocano un ruolo chiave nel contrasto ai cartelli in Africa con sette indagini in corso su quattro giurisdizioni contro i cartelli di Sinaloa e CJNG e con il dispiegamento di diverse unità DEA, tra cui le Vetted Units (VU) e le Sensitive Investigative Units (SIU), dove agenti statunitensi e forze locali collaborano nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale.

Figura 2: Presenza delle unità VU nel mondo. Fonte: Drug Enforcement Administration, “Report on the Drug Enforcement Administration Foreign Operations Review”, 2023.

Figura 3: Presenza delle unità SIU nel mondo. Fonte: Drug Enforcement Administration, “Report on the Drug Enforcement Administration Foreign Operations Review”, 2023.
Il coinvolgimento statunitense, unito agli interessi europei nel contrasto ai cartelli, crea la base per una cooperazione tra gli Stati occidentali ed africani volta a contenere la minaccia e garantire la stabilizzazione regionale. Infatti, la condivisione di informazioni strategiche tra Europol e DEA, risulta fondamentale per monitorare i movimenti dei cartelli e consolidare la cooperazione tra Europa e Stati Uniti.

