Il Centro Studi Geopolitica.info riprende l’intervento dell’On. Arnaldo Lomuti (M5S), Segretario della IV Commissione (Difesa) (10 giugno 2025) e Segretario della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (13 aprile 2023), sulla difesa dell’Unione europea, in occasione dell’evento “Come cambiano le relazioni transatlantiche. L’esperienza delle Commissioni Affari Esteri e Difesa della Camera dei Deputati”, tenutosi il 14 ottobre 2025 presso UnitelmaSapienza.
I paesi della NATO hanno deciso di impegnarsi per raggiungere un traguardo ambizioso nel corso dei prossimi 10 anni, scadenza 2035, ovvero investire il 5% del PIL sulle spese per la difesa. Nel caso dell’Italia si tratterebbe di aggiungere un ulteriore 3,5% al 2%, questo recentemente raggiunto con fatica. Quali possono essere gli effetti di medio termine, anche sui rapporti tra gli alleati, rispetto a questa promessa di raggiungere il 5% del PIL, siglata a L’Aia nel Summit del 25 giugno 2025?
Il Movimento 5 Stelle si oppone all’aumento delle spese militari NATO, definendo un obiettivo del 5% del PIL come una “follia insostenibile” e una “suicida” per l’Italia, soprattutto se a scapito di altri settori come sanità e istruzione. Il partito promuove invece la creazione di una difesa comune europea, ritenendo che rafforzerebbe l’Europa politicamente e strategicamente. Siamo certi di trovarci dinanzi ad un onere insostenibile per i nostri bilanci, a meno che non si decida di procedere verso tagli in altri settori cruciali.
Il M5S ritiene che la difesa sia una voce importante perché la sicurezza di un Paese è un affluente importante della democrazia. Per questo, la nostra priorità passa da una vera difesa europea, unita, strategica, più efficace e che ci permetterebbe di diventare la seconda potenza militare al mondo, dopo gli USA.
L’UE deve acquistare indipendenza dall’America, oggi attrice protagonista globale che non si accontenta di parlare solo alla sua comunità. Lo deve fare in nome della libertà del popolo europeo che ha diritto all’autodeterminazione senza dominii o ingerenze esterne. L’indipendenza, inoltre, permette a uno stato di decidere autonomamente il proprio regime politico, economico e sociale e di non essere soggetto alla sovranità o alla politica di altri paesi.
Quanto al target del 5% NATO, dobbiamo sforzarci di capire le cause del diktat trumpiano, senza crisi per sindrome da abbandono. D’altronde, l’America non ci lascerà mai, dato che il vuoto verrebbe colmato dai suoi rivali. Trump ci chiede di iniziare a potenziare la difesa europea sul fianco orientale con i nostri soldi in vista di un potenziale scontro aperto con la Cina. Questi sono i motivi per i quali veniamo trattati da clienti (si vedano i dazi) e non da alleati.
Probabile che nel medio termine, Washington tornerà a trattarci con un approccio più delicato di quello che sta utilizzando già da prima di Trump (con l’ultimo presidente è mutato solo il linguaggio). Questo per due motivi fondamentali: 1) favorire investimenti in settori chiave da integrare nella propria filiera produttiva; 2) evitare che la corda si spezzi, ben sapendo che Russia e Cina non sterebbero a guardare. In Europa, la narrazione della superpotenza americana non trova nessuna obiezione mentre il resto del mondo subisce l’influenza russa, cinese e turca.
Difesa e sicurezza comune sembrano oramai imprescindibili per l’Italia e l’Europa ma al contempo la NATO fornisce ancora l’ombrello fondamentale. Ritiene che i tempi siano maturi per considerare l’organizzazione di una cooperazione intergovernativa rafforzata che superi il sistema di votazione dell’unanimità? Contemporaneamente a ciò, si potrebbe provare ad avviare un dialogo sulla parte industriale-militare con paesi come la Germania, e di conseguenza coinvolgere anche gli altri Stati nella costituzione di una difesa unica europea sui modelli della CECA e della mancata CED, tenendo sempre presente l’obbligo di delegare i compiti a un organo sovranazionale?
I tempi sono più che maturi. L’Unione europea e i suoi meccanismi caratterizzati dalla possibilità che anche un solo Stato – ponendo il veto – possa bloccare tutto, rischia di subire un indebolimento permanente. Il concetto di sicurezza, dato anche dalla capacità diplomatica e di mediazione, è stato rivisto con la seconda presidenza Trump e i modi del presidente americano di fare politica internazionale. Un caso recente è la situazione in Medio Oriente, dove Trump è intervenuto per porre fine al conflitto tra Israele e i palestinesi. Ma tornando all’Europa, gli Stati dovrebbero in realtà impegnare maggiormente le loro agende politiche affinché gli scopi designati siano più facilmente raggiungibili, aprendosi all’idea della creazione di un sistema di difesa comune, capace di porci, come già detto, come seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti. Si potrebbe concludere che gli Stati fondatori dell’UE come Italia, Francia, Spagna, ma anche Regno Unito – nonostante la sua uscita con la Brexit – hanno nel loro DNA questa idea di difesa per garantire la pace sul continente europeo. In questo quadro, l’Italia ricopre un ruolo fondamentale, e il M5S crede che essa debba impiegare le sue risorse in maniera più efficace, più intelligente e più organica al concetto stesso di Europa riconducibile a quello dei suoi padri fondatori, affinché le politiche degli Stati Membri dell’Unione europea possano essere indirizzate, senza ostacoli, nella costruzione di una difesa comune.
Nel chiudere con una nota di speranza, dobbiamo riconoscere che, nonostante i molteplici macro-errori, nel vecchio continente il mito dell’Europeismo continua miracolosamente a sopravvivere. Sopravvive anche all’euro-propaganda che ci deve convincere che in fondo va tutto bene, quando, invece, va tutto male. Procrastinare il fine vita di un ciclo politico culturale non al passo coi tempi vuol dire accelerare la fine di un sogno che coinvolge 450milioni di europei. Un accanimento terapeutico su un paziente non ancora in pericolo di vita e che andrebbe, invece, stabilizzato.
Così come tacciare di populismo quella legittima critica, lontana anni luce dall’euroscetticismo, non fa altro che allontanare la soluzione al problema. Tra l’altro, nel nostro caso, l’europeismo radicale e l’euroscetticismo si alimentano a vicenda inquinandone il dibattito.
Serve una riflessione profonda che porti a scelte importanti, coraggiose e lungimiranti che tocchino anche la struttura dello stesso funzionamento dell’UE. La speranza è nelle future generazioni europee alle quali la raccomandazione è non ripetere gli errori delle generazioni contemporanee e di riprendere lo spirito dei vecchi, saggi, folli padri fondatori.

