Entrato nel terzo anno di conflitto, il Sudan non è più solo un teatro di uno scontro interno per il potere, ma uno spazio di competizione tra potenze regionali e attori globali. La sovrapposizione tra collasso umanitario e rivalità geopolitiche sta rendendo sempre più difficile una soluzione negoziale, trasformando il Paese in un nodo strategico del Mar Rosso e del Corno d’Africa.
La guerra civile in Sudan — iniziata nell’aprile 2023 come confronto armato tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e la potente milizia paramilitare delle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidata da Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo — è progressivamente degenerata in un conflitto prolungato e frammentato. L’assenza di un’autorità statale funzionante e il moltiplicarsi dei fronti militari hanno accelerato la disintegrazione istituzionale del Paese.
Escalation militare e collasso umanitario
Negli ultimi mesi si è registrata una nuova intensificazione delle operazioni militari, in particolare nella regione del Kordofan e nel Darfur settentrionale. L’impiego di droni e bombardamenti aerei da entrambe le parti ha segnato un salto qualitativo nel conflitto, aumentando l’esposizione dei civili alla violenza diretta.
Secondo dati recenti, nella sola regione del Kordofan i raid continuano con un bilancio tragico: oltre 90 civili uccisi e 142 feriti a causa dei bombardamenti con droni tra fine gennaio e inizio febbraio 2026. Il 7 febbraio un attacco di droni da parte delle RSF nel North Kordofan ha ucciso almeno 24 persone, inclusi 8 bambini.
La città di El Fasher, assediata dalle RSF, è divenuta uno dei simboli del deterioramento della situazione sul terreno. Attacchi contro aree residenziali, infrastrutture essenziali e convogli umanitari hanno aggravato una crisi già profonda, compromettendo ulteriormente la capacità delle organizzazioni internazionali di fornire assistenza. Il 6 febbraio l’attacco contro un convoglio del World Food Programme ha causato almeno una vittima e la distruzione delle forniture alimentari. Il 26 dicembre 2025 un team delle Nazioni Unite guidato dalla Coordinatrice residente e umanitaria per il Sudan, Denise Brown, ha effettuato la prima visita nella città dall’inizio dell’assedio. Al termine della missione, Brown ha definito El Fasher una “scena del crimine”, stimando che migliaia di persone potrebbero essere state uccise.
Dall’attacco su larga scala lanciato dalle RSF contro El Fasher ad ottobre 2025, molti civili sono stati costretti a fuggire dalla città: si stima che alla fine del 2025 il numero totale di sfollati interni originari di El Fasher fosse salito a 1.22 milioni.
La situazione umanitaria continua a deteriorarsi in modo drammatico. L’ultimo Rapporto dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), pubblicato il 5 febbraio, evidenzia un rapido peggioramento delle condizioni alimentari. Il documento segnala il superamento delle soglie di carestia per malnutrizione acuta e un rischio elevato di mortalità in eccesso in due località del Darfur Settentrionale, Um Baru e Kernoi. Secondo i dati presentati dal Rapporto IPC, decine di milioni di persone, tra cui donne e bambini, risultano colpiti da malnutrizione critica.
Diplomazia umanitaria e ritorno del multilateralismo competitivo
La gravità della crisi ha riattivato l’attenzione internazionale. Il 3 febbraio gli Stati Uniti hanno ospitato a Washington una conferenza internazionale con l’obiettivo di mobilitare nuove risorse finanziarie e rilanciare il coordinamento diplomatico sulla crisi sudanese.
Gli impegni finanziari annunciati ammonterebbero a circa 1,5 miliardi di dollari, inclusi 200 milioni stanziati dagli Stati Uniti – cifra già ricompresa nel contributo complessivo di 2 miliardi di dollari promesso ai fondi multilaterali gestiti dall’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) – e 500 milioni stanziati da Emirati Arabi Uniti.
In questo contesto si inserisce il cosiddetto “Quad” — composto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — che avrebbe discusso un documento preliminare contenente le linee di un piano di pace, secondo quanto dichiarato dal Senior Advisor statunitense per gli Affari Arabi e Africani, Massad Boulos. Il testo mirerebbe a garantire una tregua umanitaria e l’apertura di corridoi sicuri per la consegna degli aiuti, e sarebbe destinato ad essere sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una volta formalizzato.
Abu Dhabi ha sottolineato tali misure come essenziali per un processo di transizione indipendente dalle parti in conflitto e dai gruppi estremisti, inclusi quelli legati ai Fratelli Musulmani.
La diplomazia umanitaria, tuttavia, non è neutrale. Gli impegni finanziari e le iniziative negoziali si inseriscono in un contesto di competizione per l’influenza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Il Sudan, per posizione geografica e fragilità istituzionale, rappresenta un tassello strategico nella ridefinizione degli equilibri regionali.
Al di là degli impegni annunciati, resta però il nodo strutturale dell’accesso umanitario e della sicurezza sul terreno: senza un contenimento effettivo delle ostilità, il rischio è che le risorse promesse non si traducano in assistenza concreta per le popolazioni colpite.
Il ruolo degli EAU e la regionalizzazione del conflitto
Tra gli attori più controversi figurano gli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi si è presentata come sostenitrice degli sforzi umanitari e del coordinamento diplomatico, ma è stata anche oggetto di accuse relative a un presunto sostegno logistico, finanziario e militare alle RSF. Secondo un’indagine recente di Reuters, l’Etiopia avrebbe ospitato un campo di addestramento per migliaia di combattenti dell’RSF con finanziamenti e addestratori degli Emirati. Sebbene tali accuse siano state respinte ufficialmente, esse alimentano la percezione di un coinvolgimento indiretto nelle dinamiche militari del conflitto.
Queste accuse sono parte di una narrativa più ampia. La proiezione emiratina nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa risponde a una strategia di consolidamento della propria influenza commerciale e militare lungo rotte strategiche globali. In questo quadro, il Sudan assume un valore che va oltre la dimensione interna, diventando uno spazio di competizione tra potenze del Golfo, Egitto e altri attori interessati alla sicurezza regionale.
La trasformazione della guerra civile sudanese in un’arena geopolitica riduce gli incentivi a una soluzione negoziale rapida. Finché il conflitto resterà intrecciato agli equilibri regionali e alle rivalità strategiche, ogni tentativo di mediazione rischierà di scontrarsi con interessi divergenti. Il Sudan non è più soltanto un Paese in guerra: è diventato uno snodo della competizione per l’influenza nel Mar Rosso, e proprio questa dimensione esterna rende la pace più lontana.

