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Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

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22/01/2026
Stati Uniti e Nord America

Il cambiamento della politica estera americana

di Giovanni Maria Sorci Airaudo

L’assalto al Venezuela e la cattura del dittatore Maduro ufficializzano una vera e propria svolta per gli Stati Uniti, negli ultimi anni sempre cauti e oculati nell’intervenire o addirittura aprire possibili crisi internazionali. Dopo i raid sull’Iran, sugli Houti, sui jihadisti in Siria, Iraq, Somalia e Nigeria, il Presidente americano manda un messaggio molto forte al resto del mondo.

L’assalto al Venezuela e la cattura del dittatore Maduro ufficializzano una vera e propria svolta per gli Stati Uniti, negli ultimi anni sempre cauti e oculati nell’intervenire o addirittura aprire possibili crisi internazionali. Dopo i raid sull’Iran, sugli Houti, sui jihadisti in Siria, Iraq, Somalia e Nigeria, il Presidente americano manda un messaggio molto forte al resto del mondo.

Se con la seconda elezione alla Casa Bianca di Donald Trump nel novembre 2024 in molti avevano pronosticato un ritiro americano dai vari teatri di guerra e di tensione nel mondo, gli ultimi mesi hanno invece dimostrato che proprio gli americani sembrano intenzionati ad attuare una politica estera molto attiva in quella che considerano la loro sfera di influenza, anche alla luce della nuova National Security Strategy. L’intervento in Venezuela e il conseguente arresto del dittatore Nicolàs Maduro sono solo gli ultimi tasselli di un piano ben più complesso di quanto possa sembrare, con lo scopo di ridefinire gli equilibri nell’emisfero americano, impensierendo allo stesso tempo alleati (vedi la Danimarca per la Groenlandia) e nemici storici degli Stati Uniti in tutto il globo. 

L’annoso e complicato tema dell’isolazionismo americano 

Come è stato ampiamente dimostrato, per l’elettore medio americano la politica estera non è un fattore decisivo nella scelta del proprio candidato alle urne. Gli americani tengono ovviamente al prestigio e alla supremazia del proprio Paese nel mondo, ma senza che ciò li obblighi a intervenire in ogni crisi internazionale, specialmente con delle truppe sul terreno. 

Questa volontà di potenza di filosofica memoria è quindi accompagnata da un rifiuto verso gli obblighi che proprio la condizione di supremazia comporta. Non si ricordano civiltà o imperi egemonici (o aspiranti tali) nella Storia che siano stati in grado di mantenere l’egemonia senza essere coinvolti almeno nelle principali vicende internazionali. Un esempio di ciò, profondamente diverso da quello americano ma comunque significativo, fu l’Impero cinese durante l’Ottocento. Le velleità cinesi di supremazia sui Paesi vicini e perfino sulle grandi potenze europee si unirono all’isolazionismo culturale e tecnologico autoimposto, come spiegato anche da Henry Kissinger nel suo libro proprio sulla Cina: il risultato di questa strategia fu quello che ancora oggi in Cina è chiamato il secolo delle umiliazioni, i cui esempi eclatanti sono le due sconfitte rimediate dall’Impero celeste contro l’Impero britannico nelle guerre dell’oppio

Sempre durante l’Ottocento negli Stati Uniti nacque l’ormai celebre dottrina Monroe, dal nome dell’allora presidente James Monroe. Tale dottrina mise nero su bianco le mire statunitensi verso l’intero continente americano, invitando le nazioni europee a riconsiderare le proprie politiche espansionistiche in tale emisfero. Con la presidenza di Theodore Roosevelt tale dottrina vide una severa applicazione, dati gli interventi militari a Santo Domingo,in Nicaragua e ad Haiti, e si parlò già all’epoca di un “corollario Roosevelt”, che assegnava agli Stati Uniti il compito di mantenere l’ordine e difendere il continente dalle potenze coloniali europee

Risulta quindi difficile nel caso americano dare una definizione assoluta di “isolazionismo”. Questo vale anche per Trump, fino a un anno fa dipinto dai mass media e non solo come l’isolazionista per eccellenza e ora riscoperto come un Presidente interventista, tanto da aver ordinato il bombardamento di alcuni jihadisti perfino in Nigeria adducendo come motivazione la protezione dei cristiani locali dalle violenze dei terroristi, proposito nobile ma difficilmente adducibile a una priorità per la sicurezza nazionale americana.

L’attacco al Venezuela come svolta nella politica estera americana

Già durante il primo mandato presidenziale Donald Trump aveva promesso all’elettorato di ridurre l’impegno militare americano nel mondo, per esempio chiedendo un maggiore contributo agli alleati della NATO e negoziando con i Talebani negli Accordi di Doha del 2020 il ritiro dall’Afghanistan. Il ritiro in particolare sarebbe stato ufficializzato dal successore Joe Biden poco tempo dopo, segno di come il consenso verso la fine della permanenza in Afghanistan fosse bipartisan. Durante la campagna elettorale del 2024 sempre Trump aveva rilanciato con promesse difficilmente concretizzabili, mirando alla fine della guerra in Ucraina entro 24 ore e all’inizio di un’epoca d’oro per gli Stati Uniti. Risulta evidente il fatto che il tycoon non abbia riscosso un grande successo in politica estera nel primo anno di presidenza, ma nei prossimi mesi la situazione potrebbe volgere in favore degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente nella contesa contro le potenze revisioniste, come Russia e Cina. 

L’assalto al Venezuela e la cattura di Maduro sono, almeno per il momento, gli eventi simbolo di questa svolta nella politica estera americana. A seguito dei fallimenti in Iraq, Afghanistan e anche in Libia dopo l’uccisione di Gheddafi, si era assistito a una strategia attendista da parte degli Stati Uniti verso i regimi ostili. Gli esempi sono numerosi: la timida reazione all’occupazione della Crimea da parte della Russia nel 2014, la prudenza con la Corea del Nord durante la prima amministrazione Trump; l’indecisione sulla fornitura di armi sempre più sofisticate all’Ucraina nella guerra iniziata nel 2022 e soprattutto l’atteggiamento tenuto verso gli scontri tra Israele e Hamas, Houti, Hezbollah, Siria e Iran. Perfino in questi ultimi due casi gli Stati Uniti avevano deciso di non intervenire massicciamente, temendo di delegittimare le rivolte tramite un’azione militare a sostegno dei ribelli stessi. Se la caduta di Assad sembrava infatti ormai inevitabile, in Iran avevano stabilito di attaccare solo i siti nucleari, senza mirare a un regime change che avrebbe potuto infuocare ulteriormente la regione.

L’attacco al Venezuela sconvolge questa tendenza, dimostrando che gli Stati Uniti sono pronti a una politica estera aggressiva su larga scala, che vada oltre eventi sporadici come bombardamenti ed eventuali uccisioni mirate di alcuni terroristi. A prescindere dalla legalità o meno dell’azione in Venezuela, è comunque innegabile che il diritto internazionale e le sue istituzioni abbiano perso ogni credibilità perfino da parte dei loro storicamente primi sostenitori, ovvero gli Stati Uniti. Inoltre, vanno fatte notare delle differenze incontestabili tra l’azione americana e la brutale invasione russa dell’Ucraina, sul cui confronto si è dibattuto negli ultimi giorni. I propositi sono oggettivamente i medesimi: una potenza (superpotenza nel caso americano) tenta di instaurare un regime amico in un Paese vicino. Ma proprio qui sorgono le differenze sostanziali: Zelensky è tuttora, in base alla legge ucraina, legalmente Presidente, eletto democraticamente; Maduro invece è un dittatore che ha vinto delle elezioni truccate secondo numerosi studi. Un’altra differenza incontestabile è il sostegno del popolo ucraino verso il proprio regime, di cui la guerra e la resistenza contro i russi sono una prova. Alla notizia della cattura di Maduro la comunità venezuelana ha esultato, dimostrando tutto il proprio dissenso verso la sua figura. 

Per quanto accaduto potrebbero esserci serie ripercussioni. La questione apre un pericoloso precedente, sebbene la rimozione di un Capo di Stato e l’ingerenza neanche troppo mascherata degli Stati Uniti nei confronti dei vicini americani non siano una novità nella storia, dalla presidenza Roosevelt analizzata in precedenza al sostegno al golpe cileno e all’uccisione di Allende fino all’invasione di Grenada sotto Reagan, per citare alcuni esempi. Nel caso specifico, il timore è che la Russia nei confronti di Zelensky e la Cina nei confronti del presidente di Taiwan Lai Ching-te possano fare altrettanto. 

Le possibili novità nello scacchiere internazionale

La caduta di Maduro non è un fatto da ritenere isolato, ma fino a questo momento risulta essere un grande colpo per la politica estera americana. In attesa dell’evolversi della situazione e senza fare previsioni affrettate, possiamo già notare come gli Stati Uniti siano stati in grado di indebolire fortemente un grande partner in America Latina di Russia e Cina, che è inoltre il primo Paese al mondo per riserve stimate di petrolio e vicinissimo ai BRICS.

Un eventuale cambio di schieramento di Caracas costituirebbe un danno epocale per altri Stati della regione storicamente antiamericani, specialmente Cuba che fa largo uso del petrolio venezuelano. Inoltre va segnalato che l’attuale segretario di Stato USA nonché Consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio è di origine cubana e ha alle spalle dei potenti gruppi di pressione, in primis le comunità americane formate dai discendenti degli esuli cubani della rivoluzione castrista e ancora rancorosi per tale avvenimento e per ciò che accadde alla Baia dei Porci durante l’Amministrazione Kennedy. Per questo motivo il segretario di Stato potrebbe, anche in vista delle future presidenziali americane del 2028, spingere personalmente per una politica molto aggressiva contro Cuba, mirando alla caduta dell’attuale regime comunista in favore di uno maggiormente filoamericano. 

Vi è poi la sempreverde questione iraniana, passata leggermente sottotraccia a causa degli avvenimenti in Sud America ma comunque meritevole di attenzione. Le proteste continuano a insidiare il debole regime degli ayatollah e sia Trump che Benjamin Netanyahu osservano interessati l’agonia della fin troppo longeva teocrazia. Se anche Cuba e specialmente l’Iran dovessero assistere alla nascita di regimi filoamericani, il successo degli Stati Uniti, nel caso iraniano anche di Israele, sarebbe innegabile. Per Trump potrebbe essere l’occasione per una rivalutazione del suo operato in politica estera, dopo i fallimenti con la Russia sull’Ucraina e con la Cina sui dazi. Inoltre facendo parte l’Iran del cosiddetto “asse del male” antioccidentale, le conseguenze per Cina e Russia sarebbero decisamente importanti, vedendo uno dei loro alleati più importanti cambiare schieramento insieme alle sue risorse minerarie, di cui la Cina ha grande necessità, e al suo know-how militare, fondamentale per la Russia nel caso dei droni nella guerra contro l’Ucraina. Un’eventuale caduta del regime teocratico iraniano sarebbe un successo anche per Israele e si andrebbe a sommare a quelli ottenuti contro Hamas, Hezbollah, Assad e in parte contro gli Houti, essendo tuttora l’Iran uno dei maggiori finanziatori di questi gruppi terroristici. Si potrebbe inoltre compiere il progetto americano degli Accordi di Abramo, la cui prima parte si è conclusa nel 2020, favorendo il dialogo tra i restanti Paesi arabi moderati e Israele. 

Se tutto ciò dovesse davvero riuscire a Trump, allora il giudizio storico sulla sua presidenza potrebbe davvero virare in positivo.

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