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23/01/2026
America Latina

Oil and Minerals: le ricchezze inesplorate del sottosuolo venezuelano

di Davide Bruseghin

La recente operazione militare statunitense volta all’estradizione del presidente venezuelano Maduro punta a dischiudere alle imprese USA un ricco bacino di risorse minerarie e idrocarburi.

La recente operazione militare statunitense volta all’estradizione del presidente venezuelano Maduro punta a dischiudere alle imprese USA un ricco bacino di risorse minerarie e idrocarburi.

La crisi venezuelana è al centro di un’accresciuta attenzione internazionale non solo per le sue profonde implicazioni politiche interne, ma anche per l’immenso potenziale delle sue risorse naturali, in particolare le riserve petrolifere più grandi al mondo. Negli ultimi mesi del 2025, gli Stati Uniti hanno lanciato la “Operation Southern Spear”, una vasta campagna militare e di sorveglianza, formalmente pensata per contrastare il traffico di droga e le reti criminali marittime nella regione caraibica e pacifica; tuttavia, l’operazione è stata anche percepita da analisti e attori regionali come un’escalation che va oltre gli obiettivi dichiarati e che riflette un interesse strategico statunitense nell’influenzare il controllo delle risorse venezuelane. Con un massiccio spiegamento di forze aeronavali, Washington ha infine catturato il presidente venezuelano Maduro il 3 gennaio 2026, mentre allo stesso tempo ha espresso l’intenzione di coinvolgere imprese energetiche statunitensi nella ricostruzione e nello sviluppo delle infrastrutture petrolifere del paese, segnando come la competizione per le ricchezze sotterranee di Caracas rimanga un elemento cruciale nel riassetto delle dinamiche di potere nel continente.

Overview: Idrocarburi e minerali

Il Venezuela dispone di una dotazione petrolifera di rilevanza globale, risultando nel 2024 uno dei paesi con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, stimate in circa 48 miliardi di tonnellate (equivalenti a circa 300 miliardi di barili), pari a circa il 17% delle riserve mondiali. La quasi totalità di queste riserve è concentrata nella Faja Petrolífera del Orinoco ed è costituita da greggio extra-pesante, caratteristica che rende l’estrazione altamente dipendente da tecnologie avanzate di upgrading e da investimenti ad alta intensità di capitale. Nonostante questa abbondanza, il peso del Venezuela nella produzione globale resta marginale: nel 2023 il paese ha contribuito a meno dell’1% della produzione mondiale di petrolio, evidenziando un forte divario tra potenziale geologico e capacità estrattiva effettiva, conseguenza del deterioramento infrastrutturale, delle sanzioni internazionali e della crisi operativa di PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A).

Per quanto riguarda il gas naturale, le riserve stimate ondeggiano tra 5,5 e 6,3 trilioni di metri cubi (Tm³), collocando il Venezuela tra i paesi con le maggiori disponibilità di gas a livello globale. Tuttavia, questa dotazione rimane largamente non valorizzata: la produzione è destinata quasi esclusivamente al mercato interno e alla reiniezione nei giacimenti petroliferi, mentre le esportazioni sono trascurabili. Le principali riserve si trovano offshore, in particolare nei bacini Urumaco e Caripano, ma lo sviluppo è ostacolato dalla mancanza di infrastrutture di trasporto e liquefazione, nonché da vincoli finanziari e regolatori. Di conseguenza, il gas naturale emerge come una risorsa strategica sottoutilizzata, con un potenziale significativo per la sicurezza energetica nazionale e per una futura diversificazione economica del paese.

Il settore minerario venezuelano è caratterizzato da una notevole abbondanza di risorse ma da una capacità estrattiva e infrastrutturale fortemente compromessa. Il paese dispone di importanti giacimenti di oro, ferro, bauxite, diamanti e minerali strategici come coltan, rame e nickel concentrati in larga parte nel sud del paese, in particolare nell’Arco Minero del Orinoco. Dal punto di vista geologico, il potenziale è significativo, ma la produzione formale rimane marginale a livello globale, segno di un divario strutturale tra dotazione naturale e sfruttamento effettivo. Infatti sul piano infrastrutturale, il comparto soffre di un grave deterioramento degli impianti estrattivi, della logistica e delle reti di trasporto, eredità della crisi economica, della riduzione degli investimenti e della gestione inefficiente delle imprese statali. Molte miniere risultano inattive o operano al di sotto della capacità nominale, mentre mancano infrastrutture moderne per la lavorazione, la raffinazione e l’esportazione dei minerali. Questa debolezza limita fortemente la possibilità di valorizzare le risorse in modo industriale e sostenibile, scoraggiando al contempo l’ingresso di capitali e tecnologie internazionali .

In questo contesto, il vuoto lasciato dall’industria formale è stato in larga parte colmato da attività minerarie informali e illegali, che utilizzano infrastrutture rudimentali e reti logistiche parallele, spesso controllate da attori armati o reti criminali. Tali attività, che si concentrano soprattutto sull’estrazione aurifera e del Coltan, avvengono anche in aree protette, aggravando il degrado ambientale senza contribuire allo sviluppo infrastrutturale del paese. Il risultato è un settore minerario frammentato, in cui l’abbondanza di risorse non si traduce in capacità produttiva, entrate stabili o infrastrutture moderne, ma alimenta invece economie estrattive a basso valore aggiunto e ad alto costo sociale e ambientale.

Gli interessi USA… ed europei

Gli Stati Uniti, prima dell’imposizione di dure sanzioni all’export del greggio venezuelano nel 2020, hanno sempre guardato con interesse alle risorse petrolifere venezuelane, risultando i secondi maggiori importatori dopo la Cina durante la riapertura delle importazioni nel 2023. Questa attenzione è dovuta al fatto che le raffinerie statunitensi tendono a lavorare meglio petroli più pesanti perché gran parte del sistema di raffinazione del paese, soprattutto lungo la Costa del Golfo, è stato progettato e potenziato nel corso di decenni per trattare in modo efficiente greggi pesanti e ad alto contenuto di zolfo (heavy-sour crude). Poiché il greggio pesante è generalmente venduto con uno sconto di prezzo rispetto a quello leggero, le raffinerie ottimizzate per questo tipo di input possono ottenere margini migliori, mentre l’utilizzo su larga scala di petrolio leggero da shale risulterebbe meno efficiente senza costose riconfigurazioni. Di conseguenza, circa il 70 % delle raffinerie USA lavora meglio con il petrolio pesante e questo rappresenta anche il 60% dell’import petrolifero statunitense di greggio.

Prima dell’accelerazione delle azioni statunitensi, oltre la metà delle esportazioni di greggio del Venezuela (circa 768.000 barili al giorno nel 2024) raggiungeva la Cina, rappresentando circa 4 % delle importazioni di greggio di Pechino nonostante le difficoltà legate alle sanzioni, con esportazioni spesso camuffate per eludere restrizioni. Parte di questo petrolio era destinata a ripagare prestiti cinesi stimati tra 10 e 12 miliardi di dollari, con programmi di credito collegati al settore energetico venezuelano. Con l’intervento degli Stati Uniti, che hanno cercato di convogliare tutte le esportazioni “attraverso canali autorizzati” e di bloccare le spedizioni dirette verso raffinerie indipendenti cinesi (“teapots”), questi legami energetici sono stati messi in dubbio, influenzando la capacità di Pechino di utilizzare il petrolio venezuelano come leva economica e strategica di influenza nell’area.  

Gli interessi economici europei in Venezuelasono concentrati soprattutto nel settore energetico, in particolare gas e petrolio, ma si estendono anche a rapporti commerciali bilaterali più ampi. Grandi compagnie europee come Eni e Repsol (Spagna) sono presenti in joint venture nel giacimento offshore di Perla, dove estraggono gas utilizzato anche per diluire il petrolio venezuelano, e stanno ora affrontando la difficile questione di recuperare circa 6 miliardi di dollari di pagamenti arretrati da Caracas, riflettendo sia l’importanza economica di tali investimenti sia i rischi associati all’operare sotto un regime di sanzioni internazionali. Parallelamente, progetti come lo sviluppo del giacimento offshore di gas Dragon che dovrebbe entrare in produzione nel 2026, con la partecipazione della Anglo-olandese Shell e partner regionali, dimostrano un interesse europeo nello sfruttamento dell’ampio potenziale energetico del paese. Inoltre, le relazioni economiche con l’Unione Europea mostrano che, sebbene il petrolio costituisca la maggior parte delle esportazioni venezuelane verso l’UE, paesi come Spagna, Italia, Francia e Germania intrattengono rapporti commerciali diversificati che includono macchinari, prodotti minerali e prodotti chimici, evidenziando interessi  che vanno oltre il settore oil & gas.

Nonostante l’interesse prevalente nell’area resti saldamente nella sfera statunitense, le risorse del paese latinoamericano fanno gola a diversi attori, bisognerà però aspettare che la polvere della rimozione di Maduro si posi per effettivamente capire le implicazioni a lungo termine.

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