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24/02/2026
Stati Uniti e Nord America

Economia e immigrazione: i pilastri trumpiani che complicano le midterm del GOP

di Alessio Celant

Nel ciclo politico che conduce alle midterm 2026, economia e immigrazione, storici pilastri della retorica trumpiana, mostrano segni di crescente fragilità. Tra politiche economiche rivelatesi sfavorevoli verso i cittadini, gestione controversa della sicurezza interna ed una strategia comunicativa conflittuale e sempre più orientata al breve termine, l’Amministrazione fatica a trasformare questi temi in fattori di consenso, esponendo il GOP a rischi politici significativi.

Nel ciclo politico che conduce alle midterm 2026, economia e immigrazione, storici pilastri della retorica trumpiana, mostrano segni di crescente fragilità. Tra politiche economiche rivelatesi sfavorevoli verso i cittadini, gestione controversa della sicurezza interna ed una strategia comunicativa conflittuale e sempre più orientata al breve termine, l’Amministrazione fatica a trasformare questi temi in fattori di consenso, esponendo il GOP a rischi politici significativi.

A novembre 2026 negli Stati Uniti si terranno le elezioni di metà mandato, che rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Storicamente le midterm rappresentano un passaggio critico per l’Amministrazione in carica: la cosiddetta “legge del pendolo” tende a favorire l’opposizione, ridefinendo gli equilibri tra esecutivo e legislativo. In questo contesto, una sconfitta potrebbe limitare la capacità di Trump di imporre la propria agenda; tuttavia, solo la perdita di entrambe le Camere, al momento meno probabile per quanto riguarda il Senato, configurerebbe una vera “lame duck presidency”, ossia una presidenza formalmente in carica ma politicamente indebolita. Al contrario, una vittoria repubblicana consoliderebbe la legittimazione dell’esecutivo e rafforzerebbe i margini di iniziativa presidenziale (basti pensare agli ordini esecutivi inerenti al DOGE) che in più occasioni hanno messo in discussione l’equilibrio istituzionale dei checks and balances.

È proprio alla luce di questa posta in gioco che assumono particolare rilievo le difficoltà dell’Amministrazione sui due pilastri tradizionali della dottrina Trump: economia e immigrazione, infatti, stanno progressivamente trasformandosi in fattori di vulnerabilità per il GOP. In questo articolo andremo ad analizzare nello specifico le cause di questo cambiamento inaspettato.

Economia: percezioni e risultati dopo un anno di Trump

In merito al primo pilastro, uno studio del Pew Research Center, autorevole “fact tank” statunitense, rileva che il 74% degli americani, tra cui il 56%  degli elettori repubblicani, ritiene che le proprie condizioni economiche non siano migliorate, attribuendo l’insoddisfazione a un’inflazione ancora elevata e agli effetti interni dei dazi sul costo della vita. Inoltre, un sondaggio NORC, in collaborazione con Associated Press, indica inoltre che solo 4 americani su 10 approvano l’agenda economica dell’Amministrazione. Le promesse elettorali di ridurre il costo della vita, sostenere l’occupazione e rilanciare il manifatturiero si confrontano oggi con le conseguenze delle scelte economiche più controverse adottate dal governo.

Il ritorno a una strategia commerciale apertamente protezionista, annunciata in occasione del Liberation Day, ha inizialmente destabilizzato i mercati finanziari, mettendo sotto pressione anche i Treasury bond, tradizionalmente considerati un bene rifugio. Sul piano dell’economia reale, alla vigilia delle tariffe, si è registrato un forte aumento delle importazioni, con effetti negativi sul PIL  nel primo trimestre. Jerome Powell ha definito la svolta come una manovra potenzialmente stagflazionistica, paventando crescita più debole e prezzi più alti per effetto del trasferimento dei dazi sui consumatori. Anche per questi rischi la FED ha mantenuto un approccio prudente, lasciando i tassi invariati al 3,75%: nonostante alcune tariffe siano rimaste allo stadio di minaccia e accordi bilaterali ne abbiano attenuato l’impatto (come l’intesa di luglio con l’UE sui dazi al 15%) l’inflazione ha comunque toccato il 3%, attestandosi oggi intorno al 2,7%.

La politica doganale del Trump 2.0 si è quindi rivelata un ulteriore costo per i consumatori: ciò contribuisce a spiegare perché una parte significativa dell’opinione pubblica fatichi a riconoscere il tanto annunciato ritorno all’“età dell’oro”. In primis, l’aumento dell’inflazione ha determinato una crescita significativa dei prezzi dei beni, inclusi quelli prodotti internamente, non solo per il già citato effetto dell’aumento dei costi di produzione, ma soprattutto a causa delle aspettative inflazionistiche e di comportamenti speculativi da parte degli operatori. Tale trend si è manifestato in settori chiave come l’immobiliare (+8,27%), l’energia, l’abbigliamento (+14,42%) e l’alimentare; in quest’ultimo caso con effetti marcati sui prodotti importati ad elevata domanda (+3,89%). Allo stesso tempo, tassi di interesse alti hanno inciso negativamente sulle transazioni nel settore immobiliare, in cui le vendite di case sono bloccate al minimo degli ultimi trent’anni. Vi sono poi ulteriori fattori di crisi: nonostante una leggera flessione, il tasso medio sui mutui trentennali si attesta ancora al 6,15%, mentre i prezzi delle abitazioni sono aumentati in media dell’1,4%, aggravando ulteriormente l’accessibilità al mercato della casa. In secondo luogo, le problematicità del comparto manifatturiero non sono state risolte, anzi si sono acuite: il tasso di occupazione di settore e la spesa per nuovi impianti industriali sono in calo; inoltre l’aumento dei costi per l’acquisizione di macchinari e materie prime, gravati dall’introduzione dei dazi, sta contribuendo a una contrazione della produzione di automobili (con ripercussioni su una delle filiere più estese e rilevanti in USA) e di altri beni durevoli

Le percezioni economiche negative sono state rafforzate dall’approvazione, il 3 luglio 2025, della manovra denominata One Big Beautiful Bill, varata con una maggioranza risicata. Il provvedimento prevede tagli alla spesa per 1.397 miliardi di dollari, con un ridimensionamento dei programmi a sostegno dei redditi più bassi, tra cui bonus e sussidi per le assicurazioni sanitarie. Proprio su questi interventi si è innescato lo shutdown più lungo di sempre, concluso dopo oltre 40 giorni senza garanzie chiare sul ripristino delle misure di assistenza sanitaria. La retorica fondata su tagli alle tasse e alla spesa pubblica, pertanto anche ai servizi di welfare, che tanto aveva premiato Trump in campagna elettorale, viene oggi percepita da una parte significativa della middle class americana come un freno al benessere collettivo. I dazi, il D.O.G.E. e la stretta sull’immigrazione, tutte misure presentate come fondamentali per contrastare il crescente costo della vita, non hanno finora tenuto fede alle aspettative generate. Da citare, poi, la progressiva e sempre più marcata svalutazione del dollaro, che accentua ulteriormente l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie americane.

 I repubblicani affrontano il tema dell’economia enfatizzando alcuni successi ottenuti, come i sussidi all’agricoltura e il basso costo del carburante, ma soprattutto avanzando iniziative più performative che strutturali; si tratta di misure orientate al breve termine, funzionali a distogliere l’attenzione dall’impatto delle radicali riforme precedentemente citate. In questo contesto si colloca la proposta del Credit Cap Act, una legge che imporrebbe un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito: il provvedimento è stato presentato al pubblico come una risposta diretta alle difficoltà economiche delle famiglie, ma presenta diverse criticità di natura tecnica. Nel 2023 il tasso annuo medio sulle carte di credito si attestava infatti al 22,8%; secondo alcuni dirigenti bancari, una limitazione così rigida e distante dai valori di mercato rischierebbe di restringere l’accesso al credito per le fasce di popolazione già in difficoltà, contribuendo alla formazione di un credit desert: situazione in cui il credito regolato diventa scarsamente disponibile e più costoso, con effetti negativi sia sui consumi sia sul mercato immobiliare.

Indipendentemente dalle possibili conseguenze economiche, a sostegno dell’ipotesi di una strategia più propagandistica che realmente efficace, va inoltre considerato che l’Amministrazione ha progressivamente indebolito gli organismi di vigilanza bancaria, proprio attraverso l’One Big Beautiful Bill. La riforma prevede infatti lo smantellamento, già avvenuto, del Consumer Financial Protection Bureau e l’eliminazione di una serie di vincoli a tutela della solidità patrimoniale degli intermediari finanziari. Pertanto, l’assenza di un adeguato apparato di supervisione potrebbe consentire alle grandi banche di aggirare il credit cap attraverso diversi meccanismi, privando di fatto la legge di una reale efficacia operativa.

Il costo politico e sociale della stretta sull’immigrazione

Sul fronte dell’immigrazione, sin dall’inizio l’Amministrazione ha adottato una linea molto dura, estendendo le operazioni di enforcement federale ben oltre il confine messicano. Secondo i dati del Dipartimento della Sicurezza Interna, oltre 2,5 milioni di immigrati irregolari sono stati espulsi nel 2025. Tuttavia, la decisione di impiegare la Guardia Nazionale in diversi Stati, per lo più a guida democratica e spesso senza il consenso dei governatori locali, ha rapidamente alimentato tensioni sociali e proteste contro l’intervento federale. La situazione è ulteriormente esplosa con Operation Metro Surge a Minneapolis, dove l’accentuazione della presenza federale ha polarizzato l’opinione pubblica. La tensione è infatti salita bruscamente dopo due episodi di violenza che hanno segnato profondamente il dibattito nazionale: l’omicidio di Alex Pretti, un infermiere di Minneapolis colpito a morte da agenti federali durante un’operazione di controllo, e quella di Renee Good, una donna uccisa in circostanze simili nei primi giorni di gennaio. Questi eventi hanno portato a manifestazioni non solo nel Minnesota, ma anche in altre città degli Stati Uniti, dove decine di migliaia di persone si sono radunate per chiedere indagini approfondite e limiti più chiari all’uso della forza da parte delle autorità federali. 

Alle critiche del pubblico si sono unite anche frange moderate del GOP, non solo tra gli elettori ma anche all’interno del partito: esponenti come il Senatore della North Carolina Thom Tillis hanno espresso il timore che un approccio percepito come eccessivo possa rivelarsi controproducente sul piano elettorale. La gestione mediatica ufficiale, di cui Kristi Noem è l’artefice, è stata caratterizzata da toni fortemente conflittuali, nonché basata sulla spettacolarizzazione delle operazioni di polizia e su una narrazione spesso orientata a forzare i fatti. Questo approccio ha suscitato crescente disagio tra vari congressmen repubblicani eletti in distretti in bilico, in cui la vittoria di un Partito, piuttosto che l’altro, dipende proprio dai consensi degli elettori moderati, di solito riluttanti a questo tipo di comunicazione divisiva. Il tema della sicurezza rischia, quindi, di rappresentare un peso più che un vantaggio per molti politici repubblicani: non a caso, sette senatori repubblicani si sono schierati con i democratici per bloccare la prima proposta di legge di spesa sui finanziamenti al Department of Homeland Security. La richiesta democratica consisteva nel vincolare i fondi al DHS a riforme operative dell’ICE, tra cui l’uso obbligatorio di body-cam e di sistemi di identificazione visibile, un maggiore coordinamento con le forze di polizia locali e l’obbligo di operare sulla base di mandati giudiziari. A tal punto, i repubblicani, una volta ricompattatisi, hanno tentato di estendere i fondi tramite leggi di spesa provvisorie, allo scopo di rinviare le questioni in merito all’ICE; tuttavia, giovedì 12 febbraio il Senato non è riuscito a trovare un accordo, dando così origine al secondo shutdown, seppur limitato al funzionamento del DHS, dell’era Trump 2.0.

I pilastri MAGA alla prova del consenso

L’impressione che ne deriva, quindi, è che la gestione dell’immigrazione e dell’economia stiano diventando un problema politico per il GOP. Da un lato, l’inasprimento delle tensioni sociali e la comunicazione conflittuale alimentano il timore, tra le fila repubblicane, di una perdita di consenso tra moderati e indipendenti; dall’altro il forte contrasto tra narrazione e realtà determina un’azione di governo che appare sempre più orientata a interventi di breve periodo e misure tampone, adottate per contenere il malcontento senza agire sui problemi strutturali che, se risolti, risulterebbero in contraddizione con le riforme precedentemente promosse e rivendicate.

I democratici stanno già sfruttando queste dinamiche, facendo leva proprio sulla distanza tra percezioni e risultati, per rafforzare la propria offensiva elettorale in vista delle midterm che indubbiamente sarà imperniata attorno al tema del costo della vita e dell’immigrazione. Sebbene manchino ancora parecchi mesi alle votazioni, i sondaggi mostrano maggiore motivazione al voto tra gli elettori democratici, chiaro segnale di come i due pilastri fondamentali della dottrina MAGA stiano progressivamente trasformandosi in terreni sempre più favorevoli alla mobilitazione dell’opposizione.

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