


SHIELD
“Sicurezza, Instabilità e Leve di Difesa nel Medio Oriente e Nord Africa – Criticità interne, minacce esterne e il ruolo dell’Europa nella stabilizzazione dell’area”
SHIELD è un progetto di ricerca del Centro Studi Geopolitica.info svolto in collaborazione con il Centro Studi Americani e il North Africa Program dell’Atlantic Council. Il progetto è sostenuto dalla Direzione Generale per gli affari politici e di sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e da EDISON. Le opinioni espresse nell’ambito delle attività del progetto sono esclusivamente riferibili ai ricercatori coinvolti e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Enti partner


Finalità e risultati attesi
Il progetto S(H)IELD si propone di investigare le dinamiche di sicurezza di una regione – quella del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) – che per l’Europa rappresenta sia una fonte di rilevanti opportunità che di rischi. Il MENA si configura, d’altronde, come un crocevia strategico di infrastrutture e corridoi energetici fondamentali per la diversificazione e la sicurezza dell’approvvigionamento europeo, oltre a disporre di un vasto potenziale di sviluppo nel campo delle energie rinnovabili. Allo stesso tempo, la giovane e numerosa forza lavoro dell’area costituisce una risorsa significativa in termini di cooperazione economica e scambio di competenze, con prospettive di mutuo beneficio in diversi settori produttivi e tecnologici.
Tali opportunità si intrecciano, tuttavia, con un contesto caratterizzato da minacce tradizionali – conflitti, terrorismo, competizione tra potenze – e da rischi “ibridi” e non convenzionali – crisi energetiche, insicurezza alimentare e migrazioni illegali, minacce alle infrastrutture critiche. La crescente interconnessione tra le due sponde del Mediterraneo fa sì che la sicurezza del MENA sia profondamente interdipendente con quella del continente europeo.
Dalla gestione delle risorse energetiche al controllo delle rotte migratorie, passando per la protezione di infrastrutture critiche marittime e digitali, l’Europa si trova a fronteggiare sfide che nascono nel MENA, ma che producono effetti profondi e immediati anche all’interno dei suoi confini. Questo è tanto più vero per i Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Italia, che si trovano in posizione di primo contatto con le crisi regionali e ne subiscono per prime le conseguenze in termini securitari, economici e sociali.
Il progetto S(H)IELD parte da questa constatazione: comprendere a fondo i fattori – interni ed esterni – che generano instabilità nella regione è essenziale per sviluppare politiche di stabilizzazione efficaci, in grado di integrare le dimensioni di difesa, diplomazia, cooperazione e sviluppo sostenibile.
Fattori di instabilità interni.
La regione MENA presenta un intreccio complesso di fragilità politiche, economiche e sociali che ne compromettono la stabilità. Le politiche di numerosi Stati dell’area sono minate da istituzioni deboli, diffusi fenomeni di corruzione, deficit democratici e persistenti fratture etniche, settarie o tribali. A ciò si aggiungono fattori strutturali di natura socio-economica – tra cui elevata disoccupazione giovanile, diseguaglianze radicate, insicurezza alimentare e forte esposizione a shock esterni – che creano un terreno fertile per conflitti armati, colpi di Stato e ingerenze straniere. Secondo il Fragile States Index 2024, diversi Paesi dell’area figurano tra quelli con più alti livelli di fragilità, con problemi ricorrenti quali la perdita di controllo di porzioni del territorio da parte delle autorità centrali, l’erosione della legittimità politica, l’incapacità di fornire servizi essenziali e la limitata capacità di interlocuzione efficace con altri Stati e organizzazioni internazionali. La NATO identifica questa condizione come un incubatore per il radicamento di reti criminali e terroristiche, ma anche come un fattore di attrazione per potenze revisioniste interessate a stabilire rapporti privilegiati con governi fragili in cambio di basi, avamposti o accesso a risorse strategiche.
In questo contesto, alcuni Paesi si configurano come casi emblematici della condizione in cui versa la regione e assumono un rilievo particolare per l’Italia, sia per la vicinanza geografica sia per l’impatto diretto su sicurezza, approvvigionamenti e flussi migratori. L’Algeria, pur disponendo di vaste risorse energetiche, resta prigioniera di un’economia poco diversificata e fortemente dipendente dagli idrocarburi; le tensioni sociali latenti, alimentate dalla disoccupazione giovanile e dalle istanze di riforma politica emerse con le proteste del 2019-2020, rappresentano un elemento di instabilità a ridosso della sponda sud del Mediterraneo. La Tunisia, un tempo esempio di transizione democratica, vive un forte arretramento sul piano delle libertà politiche e civili, aggravato da una crisi economica strutturale che accresce il rischio di nuove ondate di protesta. La Libia, frammentata e priva di un’autorità centrale riconosciuta, è attraversata da conflitti interni e pesanti interferenze esterne – tra cui il sostegno russo alle forze del maresciallo Haftar – e rimane un nodo cruciale per il controllo delle rotte migratorie e delle infrastrutture energetiche mediterranee.
L’Egitto, che dopo la primavera araba ha subito registrato un forte riaccentramento del potere, affronta pressioni economiche rilevanti – tra debito elevato, inflazione e crisi valutaria – in un contesto di persistente restrizione delle libertà civili; la sua posizione strategica lungo il Canale di Suez lo rende al contempo indispensabile e vulnerabile. Il Libano è sprofondato in una crisi sistemica senza precedenti, con il collasso della valuta, gravi carenze nei servizi essenziali e un sistema politico bloccato da divisioni settarie, mentre la presenza di Hezbollah – seppur indebolito dalla decapitazione dei suoi vertici nel 2024 – e la vicinanza a teatri di crisi acuiscono l’instabilità. Infine, l’Etiopia, pur collocata nel Corno d’Africa, incrocia le dinamiche MENA per rilevanza strategica nell’area del Mar Rosso e per l’impatto sui flussi migratori: la recente guerra nel Tigray ha lasciato in eredità un quadro di tensioni etniche irrisolte e una fragilità istituzionale che rischia di riverberarsi su tutto il quadrante.
Minacce esterne e attori revisionisti.
Il progressivo ridimensionamento dell’impegno statunitense nel Mediterraneo allargato ha aperto spazi che attori revisionisti hanno rapidamente colmato, mettendo in atto strategie mirate a trasformare Stati fragili in strumenti di pressione geopolitica contro l’Europa e la NATO. Russia, Iran e Cina, con modalità e intensità differenti, stanno consolidando avamposti politici, economici e militari nell’area, sfruttando debolezze strutturali locali per weaponizzare interi Paesi, così da poterli attivare – quando necessario – come leve di influenza capaci di incidere su approvvigionamenti energetici, rotte commerciali, gestione dei flussi migratori e stabilità regionale.
La Russia ha fatto della proiezione di potenza militare il perno della propria strategia nel fianco sud euro-atlantico. Dall’intervento in Siria del 2015 a sostegno di Bashar al-Assad, fino al coinvolgimento diretto dal 2019 nella guerra civile libica al fianco di Khalifa Haftar, Mosca ha progressivamente ampliato la propria impronta strategica. L’impiego combinato di forze regolari e compagnie militari private le ha permesso di radicarsi anche nel Sahel e nel Corno d’Africa, ottenendo accesso a basi strategiche in Libia e Sudan. Questa architettura militare e logistica offre al Cremlino non solo la capacità di proiettare potenza verso il Mediterraneo e l’Africa subsahariana, ma anche di esercitare pressione su rotte energetiche, corridoi commerciali e direttrici migratorie vitali per l’Europa.
Nonostante i duri colpi subiti negli ultimi anni, anche l’Iran rimane un attore capace di proiettare instabilità su scala regionale. La campagna di bombardamenti condotta da Israele e Stati Uniti nel 2025, gli attacchi mirati contro i principali pilastri della “mezzaluna sciita” – Hamas nei Territori Palestinesi, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen – e la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria nel 2024 hanno ridotto, ma non annullato, la sua capacità di influenza. Teheran continua a sostenere reti di milizie proxy, a sviluppare capacità missilistiche avanzate e ad alimentare un programma nucleare privo di trasparenza e in costante espansione. Le sue pedine regionali hanno dimostrato di poter destabilizzare aree cruciali per il commercio globale, come il Mar Rosso, inducendo UE e Stati Uniti a rafforzare missioni navali di protezione. Parallelamente, il consolidamento dei legami strategici con Mosca e Pechino – coronato dall’ingresso nei BRICS nel gennaio 2024 – mirano a marginalizzare l’Occidente, mantenendo un portafoglio di crisi e alleanze “asimmetriche” da attivare per condizionare le agende di sicurezza euro-atlantiche.
La Cina, pur mantenendo un profilo militare meno assertivo, ha perseguito una strategia di penetrazione lenta ma costante, fondata su investimenti infrastrutturali, cooperazione economica e strumenti di soft power. Il partenariato venticinquennale con l’Iran e la Belt and Road Initiative hanno ampliato la rete cinese di porti e snodi logistici dal Nord Africa al Levante, creando una mappa di infrastrutture dual use suscettibili di impiego strategico. Sul piano militare, la base di Gibuti – attiva dal 2017 – e le valutazioni su nuove presenze navali in Africa occidentale completano un quadro di crescente proiezione. Pechino, Paese leader del gruppo BRICS, ha sostenuto attivamente l’allargamento del blocco a Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia e Iran, rafforzando la propria rete di partner strategici e ampliando le connessioni politiche ed economiche tra Asia, Africa e Medio Oriente in chiave di progressiva erosione dell’influenza occidentale. Anche in questo caso, l’obiettivo è assicurarsi posizioni da cui influenzare rotte commerciali, catene di approvvigionamento e, se necessario, generare pressioni indirette sugli interessi euro-atlantici nella regione.
Queste tre potenze, pertanto, stanno ridisegnando la geografia strategica del Mediterraneo, erodendo l’influenza euro-atlantica e predisponendo un arsenale di leve statali e non statali da utilizzare come strumenti di coercizione politica, economica e militare contro i Paesi europei e la NATO.
Finalità del progetto S(H)IELD:
- 1 –Colmare il gap analitico sulle dinamiche di insicurezza del MENA
Integrare lo studio delle minacce interne – crisi alimentare e migrazioni illegali, commercio e ricadute dazi, minacce alla libertà di navigazione nel Mediterraneo, vulnerabilità delle infrastrutture critiche, sicurezza energetica e deficit democratico – con l’analisi delle minacce esterne, in particolare le interferenze di attori revisionisti come Russia, Cina e Iran, e delle loro strategie di weaponizzazione degli Stati fragili;
- 2 –Analizzare in profondità i fattori di fragilità di Paesi-chiave per l’Italia e l’UE
Approfondire le specificità politiche, economiche, sociali e strategiche di Paesi particolarmente rilevanti per la sicurezza e gli interessi italiani ed europei – Algeria, Tunisia, Egitto, Libia, Etiopia e Libano – valutando come le fragilità interne e le pressioni esterne interagiscano nel determinare il loro grado di stabilità o vulnerabilità;
- 3 –Fornire raccomandazioni operative per la politica italiana ed europea
Tradurre i risultati della ricerca in proposte concrete indirizzate alle istituzioni italiane ed europee per sviluppare un approccio coerente, integrato e multidimensionale alla stabilizzazione del MENA, capace di coordinare strumenti diplomatici, economici, militari e di cooperazione allo sviluppo;
- 4 –Promuovere il dialogo strutturato tra ricerca e policy
Creare un canale stabile di interazione tra comunità accademica, think tank, decisori politici e operatori sul campo, così da favorire la circolazione di informazioni aggiornate, la condivisione di buone pratiche e l’allineamento delle priorità strategiche tra Italia, UE e partner transatlantici;
- 5 –Rafforzare la consapevolezza pubblica
Sensibilizzare opinione pubblica e stakeholder strategici italiani ed europei sull’importanza del Mediterraneo allargato per la sicurezza comune, contrastando narrazioni distorte o parziali che sottovalutano i rischi provenienti dal fianco sud o minimizzano la rilevanza della regione per gli equilibri globali;
- 6 –Offrire strumenti pratici per la prevenzione e la gestione delle crisi
Produrre analisi, scenari e policy brief operativi che consentano alle istituzioni di anticipare minacce, mitigare l’impatto delle crisi e sfruttare le opportunità derivanti da partenariati strategici nell’area, con particolare attenzione a energia, commercio e infrastrutture critiche




