L’attuale scenario dell’estremismo violento evidenzia una convergenza tra jihadismo salafita e suprematismo bianco, nota come “jihad bianco”. Tale fenomeno si manifesta in una reciproca ibridazione di simbologie, retoriche e modalità operative, come confermato dall’elevazione a icone di figure radicali in ambienti ideologicamente opposti. Risulta pertanto prioritario determinare se si tratti di semplice contaminazione o dell’emergere di un nuovo paradigma di terrorismo ibrido. Un’analisi rigorosa di queste mutazioni è indispensabile per definire strategie di prevenzione e contrasto istituzionale calibrate, efficaci e preventive.
Convergenze cognitive: cospirazionismo
L’analisi comparata delle architetture cognitive sottese al jihadismo salafita e al suprematismo bianco consente di individuare una convergenza strutturale che eccede le divergenze teologiche e identitarie. In entrambi i casi si osserva un processo di riduzione della complessità storica, politica e sociale a uno schema interpretativo di natura cospirazionista, fondato su una narrativa di vittimizzazione permanente e di gioco a somma zero, sottoforma di assedio esistenziale.
Nella prospettiva jihadista, le dinamiche geopolitiche e l’esistenza di regimi musulmani definiti ṭaghut (apostati) non sono interpretate come variabili storiche, bensì come manifestazioni di un continuum di aggressione sistemica ai danni della Ummah, che si dipana senza soluzione di continuità dalle Crociate agli accordi di Sykes-Picot. Specularmente, nel panorama suprematista, costrutti come il Great Replacement (Grande Sostituzione) o lo ZOG (Zionist Occupied Government) fungono da pilastri di un’analoga visione del mondo, in cui i processi demografici vengono trasfigurati in un complotto deliberato contro la sopravvivenza della razza bianca. Tale osmosi concettuale ha permesso al cosiddetto “jihad bianco” di assimilare i principi cardine del jihadismo salafita, trasponendoli nella retorica della guerra razziale (RaHoWa).
In questa cornice ideologica, l’individuo approda a una suddivisione del reale in categorie inconciliabili, dove l’in-group, il “noi”, eletto viene investito di una missione salvifica, mentre l’out-group, “l’altro” subisce un processo di deumanizzazione, venendo percepito esclusivamente come minaccia biologica o metafisica. Così, tale premessa paranoide agisce come catalizzatore psicologico capace di neutralizzare i freni inibitori convenzionali, determinando una trasformazione semantica della violenza: l’atto terroristico cessa di essere crimine per essere riqualificato come imperativo etico e atto di autodifesa necessaria.
Attualmente, sono il disprezzo verso la comunità LGBTQ+ e l’antisemitismo (non da ultimo, strage di Bondi Beach) a costituire l’emblema ineludibile della narrativa cospirazionista e il principale motore di cross-pollination. La figura dell’ebreo e della persona LGBTQ+ viene elevata a nemico metafisico assoluto, configurandosi al contempo come “corruttore della fede” per il mujaheddin e come “regista della sostituzione etnica / corruttore della morale” nell’immaginario suprematista. Ne scaturisce il mito di una “lotta unica” contro un avversario comune. L’evidenza documentale di tale processo emerge con chiarezza nell’iconografia e nella propaganda di gruppi accelerazionisti quali The Base e Atomwaffen Division, attraverso la diffusione di contenuti che raffigurano soldati delle SS e combattenti di Daesh uniti sotto lo slogan “Inshalla” per l’abbattimento del presunto “parassita sionista”; poster come quelli dei cosiddetti “Fratelli nell’odio” che accostano membri del KKK, neonazisti e militanti dell’ISIS; espressioni quali “pace su di lui” impiegate da ambienti suprematisti per celebrare attentatori jihadisti, come nel caso di Omar Mateen, autore della strage nel locale gay Pulse Club di Orlando (2016).
Utopia e ingegneria sociale
L’utopia, intesa quale progetto di riconfigurazione radicale dell’ordine politico e antropologico, rappresenta un ulteriore punto di convergenza. Entrambi i fronti condividono una logica strutturale orientata alla creazione di un mondo ontologicamente “puro” per l’in-group, fondato sulla restaurazione di un passato idealizzato e sull’attesa di un evento palingenetico conclusivo.
Nel jihadismo salafita, l’archetipo normativo coincide con l’epoca dei Salaf (i “pii antenati”), mentre la dimensione escatologica culmina nel Giorno del Giudizio. Nel suprematismo bianco, l’orizzonte palingenetico è esemplificato dal “Day of the Rope”, descritto nel romanzo The Turner Diaries di William Luther Pierce, testo che ha esercitato un’influenza diretta dall’attentato di Oklahoma City, fino al massacro perpetrato da Anders Breivik.
In entrambi i casi, la memoria storica viene trasformata in paradigma normativo prescrittivo e in motore di mobilitazione concreta. La realizzazione dell’utopia implica un controllo pervasivo della compagine sociale, concepita come organismo da preservare da ogni forma di contaminazione. Così, nell’esperienza territoriale dell’autoproclamato Stato Islamico, l’istituzione della hisbah (polizia morale) e l’applicazione rigorosa della Sharia hanno costituito strumenti di disciplinamento comportamentale e di ingegneria sociale. Specularmente, l’utopia suprematista prefigura un ethnostate fondato su purezza biologica e morale tradizionale, garantite mediante regolamentazione coercitiva dei rapporti interrazziali e dei ruoli di genere. Tale visione ha trovato espressione programmatica nel Northwest Territorial Imperative promosso da Harold Covington, fondatore del Northwest Front, volto alla creazione di un’enclave etnicamente omogenea nel Pacific Northwest statunitense.
La dimensione territoriale assume, pertanto, una valenza sacrale: spazio purificato e laboratorio di sperimentazione politico-antropologica. In questa prospettiva, il concetto jihadista di hijra (migrazione verso territorio conforme alla legge divina) viene riletto in chiave secolare come esodo dalla società pluralista verso una comunità segregata e omogenea dal punto di vista identitario.
Ibridazione operativa e mutazione tattica
Nel terrorismo suprematista, sul piano strettamente logistico, si osserva una progressiva assimilazione di modelli d’azione un tempo prerogativa esclusiva del radicalismo islamista: le pubblicazioni dottrinali di Al-Qaeda e del sedicente Stato Islamico, quali Inspire e Rumiyah, hanno ad esempio operato una sistematizzazione del terrorismo veicolare inteso come strumento a bassa soglia d’accesso ma ad altissimo rendimento mediatico. Tale paradigma è stato recepito e metabolizzato in contesti occidentali, portando a una preoccupante normalizzazione dell’uso di veicoli come armi improprie, un metodo che sta progressivamente affiancando le tattiche tradizionali della destra radicale, storicamente ancorate a sparatorie di massa e attentati dinamitardi. Inoltre, sebbene analisi autorevoli, come quelle di Daniel Koehler, abbiano inizialmente ipotizzato una resistenza culturale dei movimenti suprematisti verso il martirio sacrificale — ritenuto antitetico a una mitologia centrata sulla sopravvivenza della stirpe — l’evidenza empirica segnala uno slittamento semantico. Il concetto di “sacrificio estremo” sta guadagnando terreno, spesso declinato attraverso la lente dell’accelerazionismo o come atto finale di individui affetti da malattie terminali. Casi registrati in seno a gruppi come la Aryan Strikeforce o le dichiarazioni intercettate ad esponenti di Génération Identitaire dimostrano che la fascinazione per l’annientamento di sé in funzione della causa è una realtà molto più pervasiva di quanto la letteratura classica avesse previsto.
Tale osmosi, tuttavia, non è solo tattica, ma profondamente estetica e narrativa: ambienti neofascisti e accelerazionisti attivi su piattaforme digitali come 4chan e canali criptati promuovono oggi la canonizzazione dei perpetratori, elevandoli a figure di “martiri” o “santi” attraverso un’iconografia che ricalca fedelmente la propaganda dell’ISIS. Il manifesto Militant Accelerationism (2021), ad esempio, giunge a teorizzare esplicitamente la figura di Jihadi John come un paradigma operativo da traslare nel contesto suprematista. O ancora, l’appropriazione del gesto del Tawhid (l’indice alzato a indicare l’unicità di Dio) e l’adattamento della Shahada in chiave hitleriana (“non c’è altro Dio all’infuori di Hitler”) non sono semplici provocazioni estetiche, ma indicano una profonda fascinazione per la capacità di mobilitazione e la ferocia del jihadismo contemporaneo.

