Negli ultimi tempi il regime iraniano non è riuscito a porre un freno definitivo alle proteste interne. Al contempo, nel corso degli anni i diversi movimenti di protesta hanno incontrato numerose difficoltà, tra cui spicca l’assenza di una leadership in grado di catalizzare e rappresentare la voce del dissenso. Questa grave lacuna comporta implicazioni rilevanti ma costituisce, allo stesso tempo, una diretta conseguenza della situazione politica interna.
Il 28 dicembre 2025 è iniziata la più recente ondata di mobilitazioni di protesta contro il regime in Iran. La causa scatenante è stata il collasso economico, con una svalutazione record del rial e un’inflazione alimentare che ha superato il 70%. Queste condizioni hanno spinto piccoli commercianti e imprenditori del Gran Bazar di Teheran a scendere in piazza in un momento in cui il consenso della popolazione per il regime era ai minimi storici.
Nella Repubblica islamica le proteste non rappresentano solo reazioni isolate a singoli eventi (elezioni, aumento dei prezzi, violenza della polizia), ma esprimono un divario più profondo e persistente tra le aspirazioni della società e il funzionamento del sistema politico. Si tratta di una crisi strutturale, non episodica, in cui l’establishment clericale subisce costanti pressioni e risponde adottando rigidi meccanismi repressivi di dissenso e rivendicazioni sociali, rafforzando la percezione di una crisi tutt’altro che contenuta.
Proteste diverse, radici comuni: l’evoluzione delle rivendicazioni
I cicli di protesta in Iran sono divenuti sempre più ricorrenti: una dinamica in parte riconducibile al progressivo impoverimento della popolazione e all’assottigliamento della classe media. Questi fattori hanno reso il rischio legato alla partecipazione alle manifestazioni secondario rispetto alla necessità di garantire la propria sopravvivenza economica.
Sebbene le mobilitazioni degli ultimi dieci anni siano state frequenti e mosse da differenti istanze di partenza, numerose sono le caratteristiche comuni. Tra queste vi è soprattutto la chiara opposizione alla Repubblica islamica come sistema politico, che supera quindi la semplice critica alla corruzione o all’inefficienza del governo e delle istituzioni. Un elemento centrale delle mobilitazioni più recenti riguarda la percezione di ipocrisia del potere: i manifestanti criticano il regime per imporre rigorosi valori morali e religiosi, mentre le élite finanziano le vite dei propri figli adulti in Occidente, sostenendo stili di vita che contrastano con i principi dichiarati e alimentando impoverimento e repressione all’interno del Paese. Infatti, non si tratta più di mobilitazioni che cercano di confrontarsi con lo Stato per interagire con le istituzioni. Al contrario, sembra essersi compiuto un passaggio cruciale: dalla convinzione che le istituzioni potessero ascoltare le richieste dei manifestanti, alla consapevolezza che questa disponibilità all’ascolto non esiste. Di conseguenza, queste mobilitazioni non esprimono leadership precise e rimangono fenomeni spontanei e diffusi.
Nonostante la natura estemporanea delle rivolte e il fatto che le differenze culturali e di classe limitino la portata di alcune rivendicazioni, negli ultimi anni l’Iran è stato attraversato da cicli di proteste molto ravvicinati. Queste frequenti mobilitazioni hanno contribuito a sviluppare una crescente consapevolezza internazionale sulla situazione dei diritti umani nel paese e una diffusa aspirazione a una vita migliore, favorendo così una partecipazione più ampia e trasversale alle proteste. Dunque, la tensione principale si articola tra una società civile e una popolazione che reclamano libertà, trasparenza, opportunità economiche e diritti individuali, e un sistema politico che mantiene rigidamente il controllo attraverso repressione, censura e limitazioni alle libertà civili. Questa frattura strutturale non può essere risolta con misure temporanee del regime: ogni nuova crisi economica, sociale o politica ha il potenziale di far riemergere le proteste.
Assenza di leadership e le sue implicazioni
Le proteste emerse nell’ultimo decennio, pur originate da motivazioni diverse, presentano un carattere prevalentemente spontaneo e non centralizzato. Una delle principali fragilità delle forze antisistema in Iran risiede proprio nell’assenza di una leadership riconosciuta, nella mancanza di coordinamento tra i diversi gruppi di protesta e nell’incapacità di convogliare il malcontento popolare dilagante in un progetto politico condiviso. Questa frammentazione incide direttamente sull’efficacia delle mobilitazioni: se da un lato favorisce la spontaneità e la diffusione delle proteste, dall’altro ne limita la capacità di organizzarsi nel lungo periodo, definire obiettivi politici comuni ed esercitare una pressione coordinata sul regime. Il regime non ha, perciò, un reale interlocutore con cui negoziare e a cui fare concessioni, può facilmente delegittimare i “caotici” movimenti di piazza e attraverso la strategia del dividi et impera riesce a frammentare l’opposizione e impedire l’emersione di un leader che funga da collante per la società.
Tale dinamica può essere osservata con particolare chiarezza già nel 2009, con l’avvento del cosiddetto Movimento Verde. In quell’occasione, due importanti figure emersero come leader riformisti del movimento, Mo Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, ma ricoprirono un ruolo piuttosto simbolico e di “facciata”: restarono candidati “pre-approvati” dal regime, con un margine di autonomia politica molto limitato. I veri protagonisti del movimento di protesta erano invece rappresentati da studenti, donne, attivisti per i diritti umani e politici, le cui posizioni erano radicalmente contrarie a quelle dell’Ayatollah Khamenei e della Guardia Rivoluzionaria.
Per questo motivo, le reali istanze della società non trovarono spazio nell’arena politica.
La mancanza di una leadership sostanziale al Movimento ebbe numerose implicazioni sugli effetti e sui risultati delle proteste, che non riuscì di fatto a sviluppare un discorso politico strutturato. Le proteste si basavano principalmente su slogan improvvisati nelle piazze, che gli intellettuali cercarono successivamente di interpretare e rappresentare. Inoltre, la leadership, invece di guidare il movimento, spesso si limitò a seguire le richieste dei manifestanti, temendo di essere accusata di ignorare le voci popolari, e si trovò ad affrontare aspettative elevate senza un sostegno esteso tra i diversi gruppi sociali. Un’ulteriore debolezza fu rappresentata dalla discontinuità della mobilitazione: il movimento tendeva infatti ad attivarsi prevalentemente in occasione di eventi specifici, senza riuscire a mantenere una presenza costante nel tempo.
Queste fragilità organizzative risultano particolarmente evidenti durante le proteste economiche del 2017 e in quelle legate al caro carburante del 2019, caratterizzate da partecipazioni ampie ma prive di coordinamento centrale, che ne hanno limitato l’efficacia politica a lungo termine. In questo contesto di mobilitazioni ricorrenti ma frammentate è emerso, nel 2022, il movimento “Donne, Vita, Libertà”, che si è distinto per l’ampiezza della partecipazione popolare, per la forza delle sue richieste e per l’attenzione ai diritti delle donne e alla difesa della vita, segnando una mobilitazione che pur spontanea e su larga scala mostra caratteristiche di coesione e determinazione particolarmente rilevanti.
Pur portando in superficie la richiesta di trasformazioni significative nelle norme sociali della società iraniana, sul piano organizzativo e strategico, non è riuscito a proporre un’alternativa concreta e realizzabile al sistema di potere esistente.
Vuoto di leadership: debolezza o strategia?
Un aspetto innovativo può essere riscontrato nel fatto che, se nel 2009 l’assenza di una leadership strutturata ha rappresentato soprattutto una debolezza organizzativa del movimento, nelle mobilitazioni più recenti sembra invece assumere anche una dimensione strategica, scelta deliberatamente da molti attivisti per ridurre i rischi di repressione e prevenire la formazione di nuove élite politiche. Lo studioso Asef Bayat analizza i cosiddetti “non movimenti” (Bayat, 2010), forme di lotta quotidiane apparentemente invisibili ma capaci di accumularsi fino a generare uno scontro diretto con lo Stato. È quanto si è visto nella rivolta di “Donne, Vita e Libertà” del settembre 2022, e in modo analogo nelle proteste dello scorso dicembre, con raduni locali replicatisi poi in altre città.
Sotto questo punto di vista si può osservare un duplice effetto. Da un lato, la totale assenza di una leadership centralizzata rende il messaggio dei manifestanti più effimero e inconsistente agli occhi del regime, determinando un’incapacità di negoziazione e coordinamento. Dall’altro, è proprio il regime a trovarsi maggiormente in difficoltà, non potendo mai porre fine definitivamente alle proteste perché non esiste un leader unico da eliminare. Inoltre, i sociologi contemporanei sottolineano come i movimenti post-2009 (Movimento Verde) e post-2022 (Donne, Vita, Libertà) abbiano scelto consapevolmente di evitare figure di spicco, adottando strutture orizzontali e senza leader come strategia per proteggersi dalla repressione statale sia per evitare la riproduzione di nuove forme di autoritarismo all’interno dell’opposizione stessa.

