L’operazione Epic Fury è stata presentata dall’Amministrazione Trump come una campagna militare rapida e decisiva contro l’Iran. I primi sondaggi mostrano tuttavia un consenso pubblico limitato, mentre gli obiettivi politici della guerra rimangono poco chiari. Una combinazione che rischia di trasformare il conflitto in un problema politico interno per Washington nell’anno delle midterm elections.
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte militare in Medio Oriente con l’inizio dell’operazione Epic Fury, una vasta campagna di attacchi contro obiettivi iraniani condotta insieme a Israele. Presentata dalla Casa Bianca come un’operazione decisiva, l’offensiva ha colpito duramente le infrastrutture militari e i vertici politici della Repubblica islamica. Tuttavia, mentre l’impatto militare è stato immediato, sul piano politico ha sollevato interrogativi e perplessità, soprattutto riguardo ai reali obiettivi. I primi sondaggi mostrano livelli di sostegno insolitamente bassi nell’opinione pubblica americana, mentre le dichiarazioni dell’Amministrazione non hanno chiarito quale sia l’obiettivo strategico della guerra. Epic Fury rischia così di trasformarsi in un potenziale fattore di forte instabilità nella politica interna statunitense.
L’insolita mancanza di consenso interno
L’operazione Epic Fury è stata concepita dall’Amministrazione Trump come un intervento ad alta intensità contro l’Iran. Lo stesso Trump, annunciandone l’inizio, l’ha definita «una delle operazioni militari più grandi, più complesse e più travolgenti mai viste», lanciata nell’arco di appena trentasei ore. Nella visione strategica della Casa Bianca, la campagna avrebbe dovuto creare uno shock militare immediato, colpendo contemporaneamente infrastrutture militari, sistemi di difesa e asset strategici iraniani. Gli obiettivi militari immediati e dichiarati erano quelli di degradare rapidamente le principali capacità operative di Teheran, soprattutto relativamente al programma nucleare, ridurne significativamente la capacità di risposta e minimizzare la capacità coercitiva del regime nei confronti della popolazione iraniana.
L’operazione includeva inoltre un obiettivo politico più ampio, ovvero colpire direttamente il vertice del sistema di potere della Repubblica islamica. Le prime ondate di attacchi hanno infatti preso di mira anche i centri decisionali del regime e il raid iniziale su Teheran ha portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, colpito insieme ad alti funzionari iraniani durante un attacco mirato contro un incontro tra i vertici politici e militari del regime.
Epic Fury ha però incontrato fin dall’inizio la mancanza di un solido consenso nell’opinione pubblica americana. I primi sondaggi condotti nei giorni successivi agli attacchi indicano infatti livelli di sostegno insolitamente bassi per l’intervento statunitense in Medio Oriente. Un sondaggio Reuters/Ipsos ha dimostrato che solo il 27% degli americani approva gli attacchi contro l’Iran, mentre il 43% si dichiara contrario e quasi un terzo rimane incerto.
Il dato appare significativo se confrontato con l’inizio di precedenti conflitti statunitensi. All’indomani dell’intervento in Afghanistan nel 2001 oltre il 90% degli americani si dichiarava favorevole all’uso della forza. Anche l’invasione dell’Iraq nel 2003, pur diventata successivamente impopolare, registrò inizialmente circa il 76% di approvazione. La guerra contro l’Iran, invece, parte da una base di consenso decisamente più fragile. Una parte di questa differenza è legata al modo in cui le Amministrazioni precedenti hanno preparato l’opinione pubblica all’uso della forza, spesso attraverso mesi di strategia comunicativa preventiva e di giustificazioni strategiche volte a costruire consenso nazionale. Nel caso di Epic Fury l’operazione è stata percepita da una parte significativa dell’opinione pubblica come improvvisa e fattualmente priva di urgenza.
Inoltre, i dati mostrano una forte opposizione all’eventualità di un’ulteriore escalation del conflitto. Circa tre quarti degli americani si dichiarano contrari all’invio di truppe di terra in Iran, mentre una larga maggioranza ritiene che l’Amministrazione non abbia ancora chiarito gli obiettivi dell’operazione. Sempre nello stesso sondaggio, emerge che il64% degli intervistati afferma che Trump non ha spiegato adeguatamente quali risultati politici o strategici gli Stati Uniti intendano ottenere dalla guerra.
Il risultato è che il conflitto con l’Iran si sviluppa in un contesto domestico politicamente fragile, ulteriormente complicato dal fatto che le midterm elections sono destinate a trasformare la guerra anche in una questione di politica interna.
L’aumento dei prezzi e le spaccature interne al GOP
Accanto alle perplessità sull’obiettivo strategico dell’operazione Epic Fury, la guerra con l’Iran sta producendo anche effetti economici di gravità crescente che alimentano il malcontento interno negli Stati Uniti. Il principale fattore è la crisi energetica generata dagli attacchi e controattacchi in corso nel Golfo Persico e dal recente blocco del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz, uno dei più importanti chokepoint energetici globali. Circa il 20% del petrolio mondiale transita normalmente attraverso questo passaggio marittimo tra Iran e Oman. Dopo l’inizio degli attacchi, il traffico delle petroliere nello stretto si è progressivamente fermato, con numerose compagnie di navigazione che hanno sospeso le rotte per ragioni di sicurezza.
Il blocco dello Stretto fa tuttavia parte anche della strategia militare deliberata di Teheran. L’Iran ha infatti iniziato a posare mine navali nelle acque dello stretto come parte di una più ampia strategia di anti-access/area denial (A2/AD) volta a rendere estremamente rischiosa la navigazione per le petroliere e per le marine occidentali. La presenza di mine rende infatti la riapertura del traffico marittimo un processo potenzialmente lungo e complesso, perché le operazioni di sminamento in un contesto di guerra richiedono settimane o mesi e comportano rischi elevati per le unità navali impegnate. Di conseguenza, anche se le ostilità dovessero ridursi o fermarsi nel breve periodo, gli effetti sull’approvvigionamento energetico globale potrebbero prolungarsi nel medio termine. Il risultato immediato è stato lo shock nei mercati energetici: il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, mentre in alcuni momenti ha raggiunto picchi superiori ai 120 dollari, rendendo la crisi petrolifera come una delle più gravi dagli anni Settanta. L’aumento dei prezzi del petrolio si è poi rapidamente trasferito sui consumatori americani. Secondo dati riportati da Reuters, il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è aumentato di circa 60 centesimi al gallone dall’inizio della crisi, raggiungendo i 3,54 dollari e segnando un incremento di circa il 19%. L’aumento dei carburanti si inserisce in un contesto economico già sensibile al tema del costo della vita, che nei sondaggi rimane una delle principali preoccupazioni degli elettori americani.
L’impatto economico non è poi privo di effetti all’interno del partito repubblicano. Diversi esponenti del GOP temono infatti che l’aumento dei prezzi dell’energia possa trasformarsi in un problema elettorale nelle midterm elections del 2026. Alcuni senatori repubblicani hanno espresso apertamente queste preoccupazioni: Rand Paul ha avvertito che, se il prezzo del petrolio dovesse restare sopra i 100 dollari al barile a causa delle operazioni militari, il partito potrebbe andare incontro a “elezioni disastrose”. Altri senatori, come Thom Tillis e John Boozman, hanno sottolineato come il costo della benzina sia direttamente collegato alla percezione degli elettori sul tema dell’accessibilità economica e del costo della vita.
La mancanza di un obiettivo dichiarato, l’allontanamento da Tel Aviv
Se il sostegno dell’opinione pubblica americana appare fragile, un’altra delle ragioni principali risiede nella difficoltà di capire quale sia l’obiettivo strategico della campagna militare contro l’Iran. Dall’inizio dell’operazione, l’Amministrazione Trump non ha fornito una definizione coerente del fine politico dell’intervento. Questa ambiguità è stata sottolineata da diversi osservatori. Secondo un’analisi pubblicata su Foreign Affairs, il problema centrale dell’intervento statunitense in Iran riguarda proprio la mancanza di una chiara visione dell’endgame, cioè dell’esito politico che Washington intende raggiungere attraverso l’uso della forza. L’operazione militare rischia di trasformarsi in una campagna senza un obiettivo strategico definito, nella quale gli strumenti militari vengono impiegati senza che sia chiarito quale ordine politico o regionale dovrebbero generare. L’incertezza sugli obiettivi è evidente anche nelle dichiarazioni dello stesso Presidente. In diverse occasioni Trump ha alternato minacce militari ad aperture al negoziato, ha richiesto la resa incondizionata e ha fatto appelli alla popolazione iraniana affinché si ribelli al regime; ha detto che l’operazione sarebbe durata quattro o cinque settimane, poi fino alla resa, poi ha annunciato che “è quasi conclusa” a poco più di dieci giorni dal suo inizio.
A complicare la prospettiva strategica dell’operazione è il fatto che neppure Israele sembra avere una chiara aspettativa sugli effetti politici della guerra. Secondo quanto riportato da Reuters, funzionari israeliani hanno riconosciuto che non vi è alcuna certezza che il conflitto porterà al collasso del sistema di potere della Repubblica islamica, perché se è evidente che gli attacchi abbiano indebolito il vertice del regime, rimane incerto se saranno sufficienti a provocarne il crollo politico. A questa incertezza si aggiunge anche la dimensione politica del rapporto tra Washington e Tel Aviv nella gestione della crisi, gli interessi dei due Paesi sembrano infatti allontanarsi progressivamente. Secondo il New York Times, il governo israeliano ha svolto un ruolo importante nello spingere verso l’escalation militare contro l’Iran, sostenendo fortemente e da tempo la necessità di un intervento diretto contro il regime di Teheran. Inoltre, per il governo di Netanyahu, l’indebolimento strutturale, e possibilmente il crollo, del sistema di potere iraniano rappresenta un obiettivo strategico. Per Washington, invece, rimane meno chiaro se l’intervento debba limitarsi a ridurre le capacità militari iraniane, a esercitare pressione negoziale sul regime o a favorire un cambiamento politico più profondo, “in breve, Trump vuole piegare l’Iran. Netanyahu cerca di spezzarlo”. Questa differenza di prospettiva sugli obiettivi di lungo periodo suggerisce che, dietro la cooperazione operativa tra i due alleati, esista anche una crescente ambiguità sulla direzione strategica che la guerra dovrebbe prendere. A conferma di queste tensioni interne al dibattito strategico statunitense, risultano significative le dimissioni di Joe Kent, Direttore del National Counterterrorism Center, primo alto funzionario dell’Amministrazione a lasciare l’incarico in dissenso sulla guerra. Nella sua lettera di dimissioni, Kent ha affermato che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente e ha attribuito l’avvio del conflitto anche alle pressioni israeliane, segnalando divisioni interne emergenti all’interno della coalizione trumpiana. Questa incertezza è resa ancora più complicata dagli sviluppi interni alla leadership iraniana dopo l’uccisione di Ali Khamenei. All’inizio di marzo l’Assemblea degli esperti ha infatti nominato suo figlio, Mojtaba Khamenei, come nuova Guida Suprema della Repubblica islamica, assicurando una rapida continuità del vertice del regime. In pratica, il passaggio di potere è avvenuto da Khamenei a Khamenei, con cambiamenti che si prospettano essere molto limitati nell’architettura del sistema politico iraniano. Anche alla luce di questa successione che predilige la continuità, rimane incerto se la campagna militare statunitense e israeliana sia realmente in grado di produrre gli effetti politici impliciti in molte dichiarazioni dell’Amministrazione americana. Il risultato è una guerra strategicamente ambigua e senza una solida base consensuale: mentre gli strumenti militari sono stati impiegati con grande rapidità e intensità, rimane incerto quale assetto politico o regionale l’Amministrazione Trump intenda costruire attraverso l’uso della forza. Ed è proprio questa mancanza di chiarezza sugli obiettivi che contribuisce ad alimentare lo scetticismo dell’opinione pubblica americana nei confronti del conflitto.

