Il doppio blocco di Hormuz ha trasformato il principale snodo energetico del pianeta in un test di stress per un’Italia sempre più dipendente dal GNL via mare. Le iniziative diplomatiche e militari in corso non bastano: senza una postura marittima permanente nel Mediterraneo allargato, Roma resterà esposta ai prossimi shock sulle rotte energetiche.
Il 28 febbraio 2026 gli attacchi aeronavali congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno innescato una rapidissima sequenza di eventi che, nel volgere di poche settimane, ha paralizzato il principale snodo energetico del pianeta. Teheran ha reagito tempestivamente bloccando il traffico navale nello Stretto di Hormuz — 33 chilometri di mare da cui transita in tempo di pace il 20% del petrolio mondiale e oltre il 19% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) — ricorrendo al posizionamento di mine, ad attacchi asimmetrici, a operazioni di jamming GPS sui mercantili e all’imposizione di pedaggi in yuan. Il 13 aprile, dopo il clamoroso fallimento dei negoziati diplomatici ospitati a Islamabad, il presidente statunitense Donald Trump ha ulteriormente aggravato la situazione sovrapponendo un vero e proprio blocco navale statunitense mirato a soffocare l’export dei porti iraniani, probabilmente con finalità anti-cinese. Il risultato tangibile sul mercato è un doppio blocco incrociato che ha immediatamente spinto le quotazioni del greggio Brent sopra i 100 dollari al barile e fatto lievitare il prezzo del gas in Europa del 70%.
Per l’Italia, all’interno di questo scenario di attrito prolungato, la domanda fondamentale non è se il sistema-Paese sarà colpito, ma quanto duramente e per quanto tempo dovrà sopportarne le conseguenze. La produzione nazionale di gas copre appena il 4% del fabbisogno interno; il Paese importa circa il 75% dell’energia netta che consuma e lo fa, ormai, in larghissima misura via mare. L’imponente strategia di diversificazione avviata a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, che ha permesso di sostituire i rigidi gasdotti siberiani con i più flessibili carichi di GNL, ha di fatto raggiunto lo scopo di sganciare Roma da Mosca, ma ha parallelamente spostato l’asse della vulnerabilità dai tubi terrestri alle rotte marittime.
Come è possibile valutare, in termini numerici e sistemici, l’esposizione reale dell’Italia di fronte a questa crisi di approvvigionamento asimmetrica? E quale postura strategica, diplomatica e capacitiva deve assumere il governo di Roma per garantire la sicurezza del proprio commercio marittimo nel Mediterraneo e oltre, evitando che le strozzature in Medio Oriente compromettano la stabilità nazionale?
L’esposizione italiana: non fisica ma sistemica
Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha recentemente chiarito che l’impatto della prolungata chiusura di Hormuz sull’Italia non si materializza in modo diretto in termini di volumi fisici mancanti, ma si scarica con estrema violenza sulla dinamica dei prezzi. Si tratta di una distinzione tecnicamente corretta nel brevissimo periodo, ma fuorviante se assunta come rassicurazione strutturale per la tenuta del sistema. Prima dello scoppio della guerra, le importazioni italiane di GNL dal Qatar ammontavano a circa 6,4 miliardi di metri cubi l’anno, pari a circa il 30% del GNL importato e a circa il 10% delle importazioni totali di gas — mentre l’intero Medio Oriente valeva storicamente una quota non maggioritaria ma significativa dell’import petrolifero italiano. Il campanello d’allarme è suonato non appena QatarEnergy ha notificato la dichiarazione formale di forza maggiore, interrompendo la consegna di molteplici carichi di GNL primaverili.
Il danno più corrosivo per il Paese non risiede tuttavia nella sola perdita di quei carichi, bensì nell’effetto moltiplicatore che la crisi genera sui prezzi globali dell’energia. Secondo le stime diffuse da Oxford Economics, l’Italia è la nazione europea destinata a subire l’impennata inflattiva più severa a causa del blocco: secondo le più recenti previsioni macroeconomiche, l’Italia è tra i Paesi che subiranno un’accelerazione dei prezzi più marcata rispetto alla media UE». Ad aggravare la situazione, il Fondo Monetario Internazionale ha declassato le prospettive di crescita italiana portandole a un +0,5%, certificando il dato più basso del continente. Il gas naturale occupa ancora un peso preponderante nel mix energetico nazionale, essendo la fonte primaria per la generazione termoelettrica. L’Italia, in sintesi, non è il Paese più vicino al blackout fisico, ma è indubbiamente quello che paga il conto più salato per ogni euro di rincaro sul mercato spot, trasferendo istantaneamente il costo extra sulle bollette delle famiglie e sulla competitività industriale.
A rendere l’architettura energetica ancora più precaria concorre il delicato tema degli stoccaggi. A fine marzo 2026, le riserve europee di gas sono scivolate sotto la soglia critica del 28%, un livello ampiamente inferiore alla media quinquennale. Secondo i calcoli della società di intelligenza marittima Kpler, l’Europa è costretta a rastrellare l’equivalente di circa 700 cargo di GNL sui mercati internazionali solo per rimettere in sicurezza i propri depositi prima dell’arrivo del freddo. I tentativi diplomatici di compensazione avviati da Roma, come le recenti visite istituzionali ad Algeri per tutelare i flussi, si scontrano con la ferrea volontà dei fornitori nordafricani di rinegoziare i contratti al rialzo, sfruttando l’attuale momento di debolezza europea per massimizzare le proprie rendite.
Bab el-Mandeb e Suez: il collasso del Mediterraneo Allargato
La gravità della paralisi di Hormuz risiede nella sua natura sistemica: la crisi si estende a cascata verso il Mar Rosso. L’Iran, sfruttando le logiche del conflitto asimmetrico, ha rapidamente attivato la minaccia di estendere il blocco marittimo ben oltre il Golfo Persico, mobilitando i propri proxy operativi — gli Houthi yemeniti — per interdire il transito nello Stretto di Bab el-Mandeb. Come evidenziato da un’analisi dell’ISPI, per l’impalcatura energetica europea lo stretto adiacente al Golfo di Aden riveste un’importanza geostrategica persino superiore a quella di Hormuz in termini di import petrolifero diretto: dei 6,2 milioni di barili al giorno che solcano quelle acque, oltre 3,6 milioni sono storicamente destinati al Vecchio Continente, completando la rotta attraverso il Canale di Suez.
La disarticolazione simultanea di questi due colli di bottiglia costringe le flotte mercantili alla logorante circumnavigazione dell’Africa. Questa deviazione impone un allungamento dei tempi di percorrenza stimato in 10-15 giorni, generando un disastroso incremento dei costi logistici che finisce inevitabilmente per scaricarsi su qualsiasi bene importato, dai combustibili ai beni di prima necessità. Per l’Italia, Paese che vive e prospera sfruttando il Mediterraneo come bacino di ricezione privilegiato di quasi tutte le proprie importazioni marittime, la destabilizzazione della sequenza logistica Hormuz–Bab el-Mandeb–Suez si traduce in una profonda minaccia. Una chiusura prolungata, come rimarcato dagli analisti di AnalisiDifesa, ha il potere reale di isolare il Mediterraneo, dirottando i grandi network dello shipping a tutto vantaggio delle rotte oceaniche dal Capo di Buona Speranza verso i grandi scali nordeuropei.
Questa complessa congiuntura mina alle fondamenta il concetto stesso di Mediterraneo Allargato, che costituisce la bussola della politica estera italiana. Come dimostrato in modo inequivocabile dal recente studio di Geopolitica.info, le sfide transnazionali e le minacce alla libertà di navigazione in questo quadrante non costituiscono più delle semplici emergenze temporanee, ma rappresentano vulnerabilità infrastrutturali strutturali. Qualora il Mediterraneo dovesse smettere di funzionare come arteria di transito cardine per gli scambi globali, l’Italia si vedrebbe privata del proprio principale asset geoeconomico, subendo una rapida retrocessione logistica.
La risposta di Roma: dalla Marina Militare alla transizione energetica
Il governo italiano ha risposto tempestivamente muovendosi lungo molteplici binari. Sul fronte diplomatico, Roma ha aderito alla Coalizione dei Volenterosi per Hormuz, una formazione di oltre 40 nazioni, presenziando attivamente al vertice tecnico di Parigi del 15 aprile dedicato alla pianificazione delle complesse operazioni di sminamento. Parallelamente, con Paesi Bassi ed Emirati Arabi Uniti, la Farnesina ha chiesto la creazione di un corridoio umanitario per i fertilizzanti, riconoscendo il rischio di una crisi alimentare a catena. Si tratta di passi molto significativi, ma di natura ancora prettamente reattiva. L’Italia è tra i tre maggiori Paesi UE per lunghezza del proprio territorio costiero, un’altissima concentrazione di traffico nel Mediterraneo centrale e interessi diretti in tutti i choke-point della catena Hormuz-Suez: la crisi impone di consolidare una capacità permanente di protezione delle linee di comunicazione marittima.
Per perseguire l’interesse nazionale, la prima direttrice impone di istituzionalizzare la presenza navale italiana nel Mediterraneo allargato — dal Golfo di Guinea a Bab el-Mandeb — in modo stabile, come già avviene con la partecipazione all’operazione EUNAVFOR Aspides nel Mar Rosso, assumendo un deciso ruolo di leadership nella governance marittima europea. Tale ambizione si scontra tuttavia con i persistenti limiti capacitivi e di budget di una Marina Militare il cui naviglio opera sotto forte pressione. Il jamming GPS iraniano ha palesato le lacune occidentali in guerra elettronica e contromisure mine; per questo motivo, riveste un’importanza vitale il programma per l’acquisizione di Cacciamine di Nuova Generazione Costieri (CNG/C), siglato dai cantieri Intermarine e Leonardo per la fornitura di cinque unità avanzate destinate al pattugliamento e alla seabed surveillance. Solo una flotta modernizzata può garantire la proiezione necessaria.L’Italia ha la geografia, le competenze e gli interessi strategici per guidare la sicurezza nel quadrante, ma la sola deterrenza militare non può sanare del tutto la radice della fragilità energetica. Roma ha evitato la dipendenza dai gasdotti dell’Est, ma sconta oggi la debolezza del GNL d’importazione. L’unica soluzione strutturale di lungo periodo risiede nell’utilizzare la transizione energetica non solo come un imperativo climatico, ma come un solido strumento di hard security. Accelerare massicciamente l’installazione di impianti a fonti rinnovabili interne e spingere sull’efficienza equivale a blindare lo Stato. Una nazione capace di produrre autonomamente energia pulita traduce questa autonomia nello scudo geopolitico più formidabile: l’indipendenza green è l’unico vero deterrente in grado di proteggere l’economia nazionale da future ripercussioni su zone sensibili, sancendo che la sicurezza interna è la vera precondizione di ogni libertà geopolitica.

