Dal 29 settembre al 2 ottobre 2026, Roma ospiterà il primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua: un appuntamento senza precedenti per scala e ambizione nel settore idrico del bacino mediterraneo, organizzato dal Comitato One Water con il sostegno del CIHEAM di Bari, in collaborazione con l’Unione per il Mediterraneo (UpM) e l’Istituto Mediterraneo dell’Acqua di Marsiglia. Il Forum funge da tappa preparatoria della Conferenza ONU sull’Acqua del 2–4 dicembre 2026, co-ospitata da Emirati Arabi Uniti e Senegal. Il contesto che lo circonda è più urgente delle dichiarazioni che lo accompagnano: il rapporto Global Water Bankruptcy dell’UNU-INWEH, pubblicato il 20 gennaio 2026, ha dichiarato che il pianeta ha superato in modo permanente la propria capacità di rigenerazione idrica. Nel Maghreb e nel Sahel, questa condizione si traduce in deficit idrici cronici che alimentano instabilità e flussi migratori che nessun presidio di frontiera affronta alle radici.
A questa pressione si aggiunge una variabile nuova. Il 7 gennaio 2026, il presidente Trump ha firmato un’azione esecutiva che ha ordinato il ritiro degli Stati Uniti da oltre 65 organizzazioni internazionali, tra cui il meccanismo di coordinamento UN Water. Il vuoto lasciato da Washington nella governance idrica multilaterale è reale: Cina e Turchia si stanno già posizionando per riempirlo, attraverso la diplomazia delle infrastrutture e i finanziamenti chiavi in mano che caratterizzano la loro presenza in Africa.
Il Forum di Roma può essere quell’occasione. La domanda non è se la crisi esista: è se l’Italia sappia uscire dall’evento con accordi operativi, una leva finanziaria mobilitata e una presenza riconoscibile nella governance idrica del Sud Mediterraneo. La risposta dipende da scelte precise, alcune delle quali si fanno prima che il Forum apra i battenti.
Il Mediterraneo che si prosciuga: scarsità strutturale, non episodica
Il Nord Africa è già in scarsità idrica strutturale. Secondo il database AQUASTAT della FAO, l’indice Falkenmark classifica un Paese in “scarsità” sotto i 1.000 metri cubi di acqua rinnovabile per persona all’anno, e in “scarsità assoluta” sotto 500. Tutti i paesi del Maghreb si trovano sotto la prima soglia. Lo snapshot AQUASTAT 2025 documenta un calo del 7% della disponibilità pro capite di acqua dolce rinnovabile nell’ultimo decennio a livello globale — da 5.719 a 5.326 metri cubi per persona — con il Nord Africa tra le regioni con i valori assoluti più bassi del pianeta. La domanda, nel frattempo, cresce per effetto di demografia, urbanizzazione e agricoltura irrigua.
La Libia è il caso più fragile sul piano infrastrutturale. Il Paese dipende per circa il 70% dell’acqua consumata dalla Grande Riviera Artificiale: una rete di 4.000 chilometri di condotte che pompa acqua fossile dal Sistema Acquifero delle Arenarie Nubiane, non rinnovabile e stimata esauribile entro 60-100 anni agli attuali ritmi di prelievo. Il progetto, concepito in cinque fasi, ne ha completate solo tre: la guerra civile del 2011 ha interrotto i finanziamenti e danneggiato sezioni critiche, come documenta una ricerca del 2025 pubblicata su Springer. Una Libia che dipende da un’opera monolitica, parzialmente compromessa e priva di alternative pronte, è un Paese che ha urgente bisogno di partner tecnici affidabili: e Roma è praticamente sul mare.
Algeria e Tunisia mostrano vulnerabilità diverse ma ugualmente strutturali. Nel Sistema Acquifero delle Sabbie del Sahara Nord-Occidentale, condiviso dai due paesi con la Libia, i prelievi sono cresciuti da 14 a 82 metri cubi al secondo tra il 1950 e il 2000, riducendo in modo irreversibile le riserve di un acquifero fossile. L’Algeria ha risposto puntando sulla desalinizzazione — oggi prima in Africa per capacità installata — ma ogni metro cubo desalinizzato richiede energia: la sicurezza idrica resta vincolata alla produzione di idrocarburi. La Tunisia, in crisi economica prolungata, fatica a finanziare la manutenzione delle reti esistenti: secondo i dati UNICEF-MENA, oltre il 30% delle infrastrutture idriche della regione è obsoleto o fuori servizio.
Nel Sahel la crisi non è scarsità assoluta d’acqua, ma incapacità di distribuirla. I bacini del Niger, del Senegal e del Volta contengono risorse significative, ma dipendono da piogge sempre più irregolari e da reti di distribuzione inadeguate. Solo il 31% della popolazione subsahariana dispone di acqua potabile gestita in modo sicuro — una quota cresciuta di appena quattro punti in un decennio in cui la popolazione è aumentata del 20%, come certifica il rapporto UNU-INWEH. Nel 2025, questa pressione si è tradotta in conflitti tra pastori e agricoltori, epidemie di colera e crisi di governance in Zambia, Zimbabwe, Malawi e Mozambico.
Il Forum di Roma: da mediterraneo a euro-mediterraneo, con la Ministeriale UpM in agenda
Il primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua nasce da una scelta deliberata di ampliare il perimetro del dialogo idrico. I precedenti forum organizzati dall’Istituto Mediterraneo dell’Acqua si erano limitati ai paesi del bacino. Quello di Roma, su impulso del ministro degli Esteri Antonio Tajani, include per la prima volta tutti gli stati europei e balcanici, superando la logica del solo Mediterraneo. Partecipano oltre 40 delegazioni tra paesi UpM, osservatori e organizzazioni internazionali. La direzione dichiarata è netta: “raggiungere la sicurezza idrica nel Mediterraneo entro il 2050”.
L’approccio “One Water” adottato dal Forum risponde direttamente al limite che ha reso inefficaci molti accordi idrici precedenti: la frammentazione settoriale. Invece di trattare separatamente acqua potabile, acque reflue, irrigazione e risorse costiere, il Forum li considera come un sistema integrato. A questa visione si affianca il nexus WEFE (Water, Energy, Food, Ecosystems) — il quadro che riconosce l’interdipendenza strutturale tra disponibilità idrica, produzione alimentare, energia e integrità degli ecosistemi — al centro del percorso preparatorio svolto a Roma nel marzo 2026. È un cambio di paradigma reale: dare all’acqua lo stesso status sistemico che l’energia ha avuto nei grandi negoziati degli ultimi trent’anni.
La Riunione Ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo, ora fusa con il Forum nella stessa settimana, raddoppia il peso dell’appuntamento. Originariamente prevista a Roma il 25 marzo 2026, la Ministeriale è stata rinviata dall’UpM in ragione dell’instabilità regionale e rifissata a fine settembre. Roma ospiterà così in una sola settimana sia il livello tecnico-industriale che quello politico-diplomatico del dialogo idrico mediterraneo. L’output atteso è una Dichiarazione Euromediterranea sull’Acqua incentrata sul nexus WEFE e su forme di governance cooperativa. La Ministeriale UpM sull’acqua di La Valletta del 2017 — unico precedente comparabile — non ha prodotto impegni vincolanti. Roma deve fare meglio.
Il Piano Mattei e l’acqua: competenze che aspettano una dottrina
L’Italia ha già nella cassetta degli attrezzi le competenze necessarie per operare nel settore idrico africano in modo credibile. Il caso più concreto e recente è quello di ACEA: nel marzo 2026, il principale gestore idrico italiano si è aggiudicato il progetto Saep Doué a Brazzaville — in Congo, nell’ambito del Piano Mattei e con il supporto dello UNDP — per portare acqua potabile a oltre un milione di cittadini. È la prova che il know-how italiano può tradursi in cantieri aperti.
Il Piano Mattei ha dedicato all’acqua uno dei suoi sei assi d’intervento, ma l’esecuzione fatica a tenere il passo delle ambizioni. L’ultima Relazione annuale al Parlamento indica come obiettivo lo sviluppo del settore idrico africano lungo tutto il ciclo: approvvigionamento, distribuzione, riutilizzo, depurazione. I paesi pilota includono Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto e Mauritania. Ma secondo il monitoraggio indipendente della CRUI, dei 64 progetti complessivi del Piano solo 29 risulterebbero concretamente avanzati. Gli interventi idrici avviati in Libia e Tunisia — bonifica agricola, miglioramento igienico-sanitario — sono utili ma ancora distanti da una presenza idrica di sistema.
Qui vale richiamare la logica che ha dato il nome al Piano. Enrico Mattei non possedeva petrolio: ciò che offriva ai paesi produttori — il 75% dei profitti, il trasferimento di know-how, il coinvolgimento della manodopera locale — era una formula che le grandi compagnie non erano disposte a concedere. Fu quella asimmetria di metodo, non di risorse, a rendere l’Italia indispensabile in Algeria, Tunisia e Marocco. Il Forum Euromediterraneo dell’Acqua è l’occasione per trasformare queste competenze diffuse in una presenza organica, invece di lasciarle frammentate in singoli progetti senza connessione tra loro.
Tre condizioni per non sprecare Roma 2026
Il rischio principale del Forum è l’eventismo: numeri alti, dichiarazioni solenni, e poi la corsa al prossimo appuntamento senza che nulla cambi. È un rischio che i promotori stessi riconoscono: come ha spiegato la presidenza del Comitato One Water, il Forum “non è un evento culminante ma un impegno continuo”. Perché questo impegno sia credibile, sono necessarie tre condizioni che non si costruiscono nella settimana del Forum, ma nei mesi che la precedono e la seguono.
Prima condizione: accordi verificabili, non dichiarazioni di principio. Una Dichiarazione Euromediterranea sull’Acqua che si limiti a enunciare l’importanza del nexus WEFE è uno strumento povero. Per contare, deve contenere obiettivi misurabili: target di riduzione delle perdite di rete (in Libia e Tunisia superano il 40%), percentuali di riutilizzo delle acque reflue (in Algeria coprono meno del 10% del potenziale), calendari di co-finanziamento infrastrutturale bilaterali con singoli paesi. Il precedente della Ministeriale UpM di La Valletta 2017 è lì a ricordare cosa succede quando si esce con buone intenzioni e nessun meccanismo di verifica.
Seconda condizione: mobilitare capitali privati, non solo risorse pubbliche. L’Italia ha già uno strumento concreto: il Rome Process/Mattei Plan Financing Facility (RPFF), un fondo multidonatore istituito nel febbraio 2025 presso la Banca Africana di Sviluppo con un contributo iniziale italiano di 100 milioni di euro, cui si sono aggiunti Emirati Arabi Uniti (25 milioni di dollari) e Danimarca. È uno strumento di blending finance progettato per attrarre capitali privati e fondi sovrani verso infrastrutture idriche, rinnovabili e trasporti in Africa. Il Forum deve essere il luogo in cui l’RPFF smette di essere un meccanismo tecnico e diventa una proposta politica concreta per i partner del Sud Mediterraneo.
Terza condizione: che la cooperazione sia percepita come beneficio reale, non come condizionamento. Il viceministro Edmondo Cirielli ha collegato esplicitamente scarsità idrica e migrazioni al Senato in marzo: il nesso è corretto, ma va maneggiato con cura. Se i partner del Sud percepiscono la cooperazione idrica come uno strumento di contenimento migratorio, il suo valore politico si annulla. Anche qui vale la lezione suggerita da Mattei: i 75 centesimi di profitto che restavano ai paesi produttori non erano filantropia, erano il prezzo della credibilità. Nell’acqua, quel prezzo si paga con i pozzi costruiti, le reti funzionanti e i tecnici locali formati — non con le dichiarazioni d’intenti.Roma 2026 è il momento in cui l’Italia può smettere di essere nel Mediterraneo del Sud un commentatore qualificato della crisi idrica e diventare un protagonista con una proposta operativa. La differenza tra un evento e un cambio di rotta si misurerà sugli accordi firmati, sui cantieri aperti e sulla credibilità costruita nei mesi successivi. Il tempo per costruire quella credibilità è adesso — non durante i panel del Forum, ma prima che le delegazioni arrivino a La Nuvola.

