Dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la Repubblica Islamica ha reagito duramente attaccando, con missili e droni, navi commerciali e infrastrutture energetiche nella regione. Il blocco dello Stretto di Hormuz è una parte centrale della strategia iraniana che si basa anche sulla posa di mine navali.
L’Italia è toccata dagli eventi perché questi portano l’attenzione su una capacità da sempre centrale per la Marina Militare. Oltre all’esperienza e alla competenza da sempre riconosciuta nel settore, l’avvio del programma per i nuovi Cacciamine di Nuova Generazione e l’integrazione di sistemi a pilotaggio remoto nelle forze contromisure mine (MCM) indicano una particolare attenzione al mantenimento di capacità centrali nella sicurezza marittima contemporanea. La domanda, quindi, è quali strumenti abbia l’Italia per contrastare una minaccia come quella già concreta a Hormuz e perché contino.
Il ritorno delle mine navali
Durante la guerra, l’Iran ha da subito combinato diversi mezzi per compensare la propria inferiorità convenzionale e sfruttare una geografia favorevole in modo da imporre costi superiori agli Stati Uniti. Oltre agli attacchi con droni e missili contro le infrastrutture energetiche e portuali dei paesi del Golfo, Teheran ha anche posato mine navali.
Si stima che l’Iran abbia circa 6.000 mine navali di vario tipo. Queste possono essere ancorate a circa 100 metri di profondità (tipo Maham-3 e Maham-1), sia mine da fondo fino a 50 metri di profondità (tipo Maham-7). Diversi sono anche i tipi di innesco. Maham-3 e Maham-7 sono innescate da influenze acustiche o magnetiche. Maham-1 invece galleggia appena sotto la superficie (5-6 metri) e ha il classico innesco a contatto. Inoltre, oltre a forzare gli Stati Uniti a dover attuare operazioni MCM in un ambiente operativo poco permissivo, a posare le mine è una flotta di centinaia di barche di piccole dimensioni, appartenente alla Marina dei Guardiani della Rivoluzione (IRGCN), difficile da contrastare completamente.
L’approccio asimmetrico iraniano dimostra che la libertà di navigazione non può garantire solo offrendo protezione alle navi commerciali come con le operazioni Prosperity Guardian e EUNAVFOR ASPIDES dal 2023 accade nel Mar Rosso. L’attuale situazione a Hormuz conferma che le mine restano uno strumento di interdizione particolarmente efficace per l’Iran, in grado di forzare un avversario superiore a impegnarsi per ripristinare la libertà di navigazione. Tuttavia, le capacità americane in questo senso non sono pari a quelle degli alleati.
Nel caso degli Stati Uniti, gli strumenti impiegabili per la bonifica dello Stretto di Hormuz sono i cacciamine classe Avenger, le littoral combat ships (LCS) classe Independence, sistemi a pilotaggio remoto e droni UAV ed elicotteri imbarcati sulle LCS. Tuttavia, gli americani non sono attualmente pronti. Come precauzione presa prima dell’inizio delle ostilità, gli Stati Uniti hanno ricollocato nell’Indo-Pacifico le tre LCS Independence inviate in Bahrain in sostituzione delle quattro unità Avenger precedentemente dispiegate nella regione e poste in disarmo nel 2025. Come riportato da alcune fonti, una LCS Independence evacuata dal Golfo e due cacciamine Avenger precedentemente basati in Giappone stanno navigando verso ovest, in direzione Hormuz.
Storicamente, le capacità di sminamento sono state trascurate dagli Stati Uniti. La classe Avenger, avviata negli anni ’80 per rimuovere mine iraniane nel Golfo, mai considerata particolarmente affidabile, ha ampiamente superato la propria vita operativa a causa dell’assenza di un programma ad hoc per rimpiazzarla. È stata poi parzialmente sostituita dalla classe Independence, pensata per operare in acque contestate in congiunzione con altre unità, anche se le unità in configurazione MCM non sono abbastanza. Inoltre, le operazioni MCM sono lente ed espongono le navi coinvolte agli attacchi iraniani, rendendo necessario l’uso di navi e droni a difesa degli equipaggi.
Data la complessità della situazione, il Presidente Trump ha a più riprese esortato i partner NATO a intervenire per riaprire Hormuz, ricevendo generalmente risposte negative. Aperture in questo senso, tuttavia, ci sono state nell’eventualità che operazioni MCM non siano sotto l’egida NATO e che si svolgano durante una tregua stabile. L’Italia, recentemente, è stata pressata dagli Stati Uniti per partecipare anche senza accordo con gli iraniani, verosimilmente per via delle riconosciute capacità italiane in queste operazioni.
Le capacità italiane
L’Italia ha ampia esperienza in operazioni MCM. Tra gli anni ’80 e ’90 l’Italia ha partecipato a varie operazioni di bonifica, anche nel Golfo Persico con l’operazione Golfo 1. Le classi Lerici e Gaeta (la seconda è un’evoluzione della prima) hanno a lungo rappresentato un’eccellenza nel settore. Prodotte da Intermarine, lo scafo in vetroresina e privo di rinforzi trasversali e longitudinali ha garantito un alto livello di protezione sia all’equipaggio sia agli stessi cacciamine, risultando nella vendita di decine di varianti della classe a numerose marine. L’ammodernamento di mezza vita della classe Gaeta è stato finanziato fino al 2024 e ha visto l’introduzione del sonar Thales Type 2093, pensato per una migliore identificazione di mine sia ancorate sia da fondo e di veicoli autonomi di superficie (USV).
L’ammodernamento delle capacità MCM non si limita solo a nuovi sistemi di rilevazione e a controllo remoto. Nel 2021, Intermarine ha avviato gli studi per lo sviluppo dei prossimi Cacciamine di Nuova Generazione Costieri (CNG-C) e d’Altura (CNG-A). Il programma manterrà lo scafo in vetroresina senza rinforzi, punto di forza delle classi precedenti, e avrà un ruolo maggiore nella sorveglianza dei fondali. I CNG saranno più grandi della classe Gaeta, con i CNG-C lunghi oltre 60 metri e i CNG-A circa 80. Nel 2025, è stata avviata la costruzione del primo CNG-C, con prevista consegna nel 2028. L’integrazione sempre maggiore di sistemi a controllo remoto, evidenziata dall’esercitazione OPEX TASK 1-25 e dallo sviluppo di un nuovo USV da parte di Intermarine indica un processo di costante evoluzione verso unità modulari e in grado di operare da remoto.
Proprio per via di queste capacità, non deve sorprendere la richiesta americana che Roma partecipi alle operazioni MCM a Hormuz anche in assenza di una tregua stabile (che appare improbabile), l’Italia si è mossa in coordinamento con gli alleati europei e altri “volenterosi” per una missione sul modello di ASPIDES. Il contributo italiano dovrebbe tradursi nell’invio di due cacciamine (su un totale di 8 classe Gaeta e 2 classe Lerici), un’unità di scorta e una di supporto logistico.
Come intuibile dalle parole del Ministro della Difesa Crosetto, la natura multilaterale della missione è centrale per la sua legittimazione. Sempre il Ministro, intervistato da Asharq Al-Awsat, ha rimarcato che, nonostante l’UE stia considerando l’estensione del mandato di ASPIDES ad Hormuz, l’importanza che lo Stretto ha per i paesi asiatici (superiore agli europei) deve corrispondere in un maggiore impegno. Ciononostante, in quanto paese dipendente dal mare, l’Italia ha grande interesse nella tutela della libertà di navigazione, come dimostrato da ASPIDES e come può dimostrare la partecipazione a un’operazione multilaterale a nello Stretto.
Hormuz può essere un banco di prova importante per l’Italia e la sua bonifica un buon biglietto da visita per i nuovi sistemi sviluppati negli ultimi anni, in attesa dei nuovi CNG.

