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05/05/2026
Stati Uniti e Nord America

La fine di USAID e la nuova strategia sanitaria: il modello “America First” come nuovo concetto di Cooperazione 

di Rosa S. Serravalle

La fine dei programmi USAID e l’introduzione del modello di cooperazione allo sviluppo fondato su programmi sanitari asimmetrici. L’avvento del presidente Donald Trump ha modificato profondamente le priorità della politica estera americana, ponendo nuovamente al centro la sicurezza nazionale e gli interessi interni degli Stati Uniti.

Il 18 settembre 2025 il Dipartimento di Stato statunitense ha pubblicato un documento di 36 pagine intitolato America First Global Health Strategy (AFGHS), che delinea il nuovo approccio degli Stati Uniti alla cooperazione sanitaria internazionale. La strategia si fonda su tre pilastri principali — un’America più sicura, più forte e più prospera — e segna un cambio di paradigma rispetto ai modelli precedenti.

La nuova cooperazione internazionale 

L’orientamento adottato attraverso AFGHS si inserisce in un contesto più ampio caratterizzato dallo smantellamento, all’inizio del 2025, di USAID per anni pilastro fondamentale degli aiuti sanitari globali, e dal ridimensionamento dell’impegno statunitense nei confronti di grandi organismi multilaterali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La scomparsa di questa istituzione ha lasciato un vuoto significativo, poiché la nuova strategia, pur focalizzandosi su sicurezza, crescita e innovazione, non dispone della stessa capacità operativa né del capitale umano specializzato che in passato garantivano interventi efficaci.

A partire da ottobre 2025 il governo statunitense ha avviato un processo integrato di pianificazione sanitaria, che coinvolge programmi relativi a diverse malattie, tra cui HIV, tubercolosi, malaria, poliomielite e sicurezza sanitaria globale. Questo processo richiede un forte coinvolgimento dei governi beneficiari, di altri donatori e dei partner presenti sul territorio, con l’obiettivo di definire priorità condivise per l’assistenza sanitaria futura. Tale processo culmina con la stipulazione di accordi bilaterali pluriennali tra gli Stati Uniti e i singoli Paesi partner, destinati a orientare gli interventi negli anni successivi.

La strategia è stata rapidamente implementata attraverso la firma di numerosi protocolli d’intesa. I primi Paesi coinvolti sono stati Kenya, Nigeria, Ruanda e Uganda, seguiti poco dopo da Madagascar, Sierra Leone, Botswana ed Etiopia. Già alla fine del 2025 sono stati raggiunti accordi con 15 Paesi africani, mentre a marzo 2026 il numero totale è salito a 24, di cui 20 in Africa e 4 in America Latina. 

Questi accordi assumono la forma di Memoranda of Understanding (MOU), strumenti non giuridicamente vincolanti che esprimono un’intenzione di cooperazione. Tuttavia, nel contesto della strategia “America First”, essi funzionano di fatto come meccanismi di condizionalità asimmetrici: gli Stati Uniti mantengono la facoltà di interrompere il proprio impegno, mentre i Paesi partner risultano vincolati agli obblighi finanziari concordati. In caso di mancato rispetto degli impegni, come l’aumento della spesa sanitaria, gli aiuti e le forniture possono essere sospesi.

Un elemento centrale di questi accordi è rappresentato dalla gestione dei dati sanitari, considerati una risorsa strategica. Il governo statunitense collaborerà con i Paesi beneficiari per sviluppare sistemi di monitoraggio a lungo termine dei servizi sanitari e dei dati epidemiologici, definendo un insieme minimo di informazioni da raccogliere e adottando strutture di governance volte a garantire sicurezza e tutela della privacy. Sono inoltre previsti accordi duraturi per la condivisione dei dati che consentano agli Stati Uniti di accedere a informazioni cruciali per la sorveglianza delle minacce emergenti, la gestione dei programmi e la rendicontazione normativa. In questo senso, tali intese sono state descritte come una nuova “golden era” americana in Africa, in quanto incidono su una delle risorse più strategiche del continente: i dati.USAIDUSAIDUSAID

Dati personali come merce di scambio

La raccolta e la condivisione dei dati sanitari rappresentano uno degli assi portanti della strategia statunitense. Washington punta a ottenere informazioni sui patogeni emergenti entro sette giorni dall’insorgenza di un focolaio epidemico, costruendo così un sistema di sorveglianza rapido ed efficace. Tuttavia, questa infrastruttura non ha soltanto una funzione sanitaria: i dati biologici costituiscono anche una risorsa economica strategica, essenziale per lo sviluppo di farmaci, vaccini e strumenti diagnostici. In questo quadro, l’obiettivo è anche favorire l’espansione delle esportazioni statunitensi di prodotti farmaceutici, dispositivi medici e tecnologie sanitarie nei mercati emergenti, in particolare africani. Gli accordi includono inoltre clausole stringenti sulla tutela dei brevetti, limitando la possibilità per i Paesi partner di produrre farmaci generici a basso costo.

Sul piano finanziario, i diversi accordi prevedono complessivamente circa 12,6 miliardi di dollari di contributi statunitensi e 7,3 miliardi a carico dei Paesi partner. Il principio del cofinanziamento implica che questi ultimi debbano aumentare progressivamente la spesa sanitaria nazionale per tutta la durata delle intese. Questo nuovo flusso di risorse arriva però in una fase particolarmente delicata per molti Stati coinvolti, che difficilmente possono permettersi di rifiutare tali offerte. È il caso del Madagascar: a fronte di recenti tagli alla sanità, la legge di bilancio per il 2026 destina al settore solo il 5,4% delle risorse, in calo rispetto al 6,5% dell’anno precedente.

Con l’adesione di Paesi come Madagascar, Sierra Leone, Botswana ed Etiopia, il continente africano si conferma come il principale terreno di sperimentazione di questo modello, che potrebbe essere esteso in futuro anche ad altre regioni, ma al costo di impegni finanziari e istituzionali sempre più stringenti. Almeno 17 Paesi africani — tra cui Kenya, Nigeria, Ruanda, Uganda, Mozambico ed Etiopia — hanno già firmato accordi bilaterali, assicurandosi complessivamente oltre 11 miliardi di dollari in aiuti sanitari, pur sollevando crescenti preoccupazioni sulle concessioni richieste in cambio. Non a caso, alcuni Stati come Zambia e Zimbabwe hanno rifiutato le proposte, ritenendole squilibrate soprattutto in relazione agli obblighi di condivisione dei dati. Mentre in Kenya l’accordo è stato sospeso dall’Alta Corte a seguito di ricorsi che mettevano in discussione la tutela della privacy e la sovranità nazionale, sostenendo che l’intesa concedeva agli Stati Uniti un accesso esteso ai dati biologici, clinici ed epidemiologici dei cittadini.

Il Dipartimento di Stato sottolinea che la strategia è orientata ai risultati, con l’obiettivo di garantire impatti concreti e misurabili e di ridurre la dipendenza strutturale dei Paesi beneficiari. L’obiettivo dichiarato è infatti quello di rendere i sistemi sanitari africani finanziariamente autonomi entro il 2030, riducendo progressivamente l’impegno economico diretto degli Stati Uniti. Questo approccio riflette anche una revisione critica delle politiche precedenti: nonostante oltre 175 miliardi di dollari investiti dal 2001, una parte significativa degli aiuti avrebbe sostenuto sistemi paralleli ritenuti poco sostenibili nel lungo periodo.

Nel complesso, emerge un nuovo modello di cooperazione sanitaria bilaterale fondato su uno scambio implicito: dati in cambio di finanziamenti. 

Difatti, i dati condivisi dai Paesi partner possono essere considerati una sorta di “materia prima” scientifica: chi li fornisce rischia di non beneficiare direttamente delle innovazioni sviluppate a partire da essi, che rimangono prevalentemente sotto il controllo delle industrie farmaceutiche statunitensi. In questo senso, la strategia solleva interrogativi non solo sulla sostenibilità e l’equità della cooperazione sanitaria, ma anche sulla distribuzione dei benefici derivanti dall’utilizzo di una risorsa sempre più centrale come i dati.

Le conseguenze geopolitiche

Gli aiuti sanitari internazionali sono sempre più plasmati da dinamiche di potere politico, trasformandosi progressivamente da strumenti fondati sulle necessità epidemiologiche a leve di pressione geopolitica e negoziale. In questo contesto, la condizionalità legata agli interessi strategici dei Paesi donatori assume un ruolo centrale: la concessione e la continuità dei finanziamenti dipendono sempre più dall’allineamento politico e diplomatico dei beneficiari, spesso a scapito delle reali priorità sanitarie. Un caso emblematico è rappresentato dalla sospensione dei fondi statunitensi per la lotta all’HIV in Sudafrica, motivata da divergenze su questioni politiche e internazionali, senza considerare né la gravità della situazione epidemiologica né la capacità del sistema sanitario locale.

In questo scenario, aumenta sensibilmente la vulnerabilità dei Paesi beneficiari, che risultano esposti al rischio di interruzioni improvvise del sostegno internazionale. L’efficienza operativa e i bisogni delle popolazioni non costituiscono più una garanzia: il pericolo principale per i Paesi a basso e medio reddito diventa quello di un ritiro unilaterale degli aiuti in assenza di convergenza politica con i donatori. Le conseguenze sono già visibili, con carenze di farmaci essenziali — come antiretrovirali, ossitocina e solfato di magnesio — e l’interruzione di servizi fondamentali, tra cui quelli per la salute materna, lasciando intere comunità senza un’adeguata assistenza.

Questo mutamento si inserisce nel quadro più ampio della strategia statunitense, che segna una netta discontinuità rispetto ai modelli precedenti. La strategia sostituisce l’assistenza continuativa con accordi bilaterali a tempo determinato, promuove il finanziamento interno e soprattutto subordina esplicitamente la cooperazione sanitaria agli interessi geopolitici statunitensi. In questo modo, la continuità dei programmi può dipendere non tanto dalle esigenze sanitarie, quanto dall’allineamento su questioni di sicurezza, migrazione o commercio. Gli accordi prevedono inoltre obblighi stringenti in materia di raccolta e condivisione dei dati sanitari, rafforzando ulteriormente il controllo esercitato dai donatori.

Tali obblighi di condivisione dei dati introducono ulteriori criticità, legate alla forte asimmetria di potere tra donatori e Paesi beneficiari e alle preoccupazioni per la tutela della privacy. I governi locali si trovano spesso costretti ad accettare condizioni che non possono negoziare efficacemente, senza disporre di strumenti adeguati a modificarne i termini o le tempistiche. Questa disparità non può essere colmata soltanto attraverso il rafforzamento delle capacità tecniche, ma richiede l’introduzione di garanzie giuridiche formali capaci di riequilibrare i rapporti di forza. 

Nonostante l’attuale orientamento degli Stati Uniti punti a ridurre gli aiuti esteri in nome degli interessi nazionali, questa strategia comporta anche rischi geopolitici. Negli ultimi anni, attori come Cina e Russia hanno rafforzato la loro presenza in Africa attraverso investimenti significativi e partnership strategiche. 

In questo contesto, la salute globale viene così progressivamente ridefinita come un asset strategico e politico. La neutralità degli aiuti appare ormai superata: l’accesso e la continuità dei finanziamenti dipendono sempre meno dai bisogni umanitari e sempre più dalla capacità dei Paesi di rafforzare il proprio potere negoziale, di integrare la salute in trattative intersettoriali e di dotarsi di strumenti legali per tutelarsi dalle asimmetrie. 

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