Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
12/05/2026
Africa Subsahariana

Mali, con la caduta di Kidal l’iniziativa passa ai gruppi jihadisti

di Marco Bertoncelli

In Mali la caduta di Kidal segna una nuova fase del conflitto, con i gruppi jihadisti sempre più abili a sfruttare il disimpegno internazionale e nel dimostrare capacità di adattamento strategico, trasformando il vuoto di potere in opportunità di consolidamento territoriale e politico.

Nel contesto delle trasformazioni recenti della sicurezza internazionale, l’Africa subsahariana si sta progressivamente affermando come uno degli spazi più instabili e dinamici del sistema globale. In particolare, la regione del Sahel è divenuta negli ultimi anni un laboratorio di conflitti complessi, caratterizzati dalla sovrapposizione di fragilità statali, competizione tra attori internazionali e crescente protagonismo di gruppi armati non statali. Il progressivo disimpegno delle potenze occidentali e le difficoltà incontrate da nuovi attori esterni nel garantire stabilità hanno contribuito ad accentuare tali dinamiche, aprendo spazi di manovra sempre più ampi per organizzazioni jihadiste e movimenti ribelli.

In questo quadro, il caso del Mali assume un rilievo particolare. Gli sviluppi più recenti sul terreno, culminati nella presa di Kidal e nell’intensificazione delle operazioni coordinate tra gruppi jihadisti e ribelli Tuareg, non rappresentano soltanto un’ulteriore fase di un conflitto ormai decennale, ma evidenziano un cambiamento più profondo: la crescente capacità di questi attori di adattarsi, coordinarsi e sfruttare le debolezze del contesto politico e militare. L’analisi degli eventi maliani consente dunque di cogliere una tendenza più ampia, in cui l’iniziativa strategica sembra progressivamente spostarsi verso attori non statali, con implicazioni rilevanti per la stabilità regionale.

Contesto

La presa di Kidal da parte dei gruppi separatisti e militanti jihadisti in Mali rappresenta soltanto l’ultimo atto di un conflitto che si protrae dal 2012, quando gli esuli tuareg confinati in Libia e ritornati in Mali dopo la caduta di Gheddafi, organizzarono sotto la guida unificata dell’MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad) una ribellione delle popolazioni del Nord del Paese. L’MNLA era un’organizzazione assai eterogenea, essa comprendeva militanti Tuareg provenienti dalla ribellione in Libia contro Gheddafi, disertori dell’esercito maliano e tribù provenienti per la maggior parte dalle zone settentrionali del Mali. Nonostante i primi successi sul campo contro le forze governative, l’MNLA non riuscì a mantenere l’alleanza tra tuareg e arabi, dando la possibilità a vari gruppi jihadisti di emergere e distaccarsi completamente. 

Tra conquiste territoriali dei gruppi ribelli e il golpe avvenuto il 22 marzo 2012 che depose l’allora Presidente Amadou Toumani Touré, la situazione in Mali precipitò, spingendo vari attori internazionali ad impegnare attivamente le proprie forze nel Paese. Tra gli attori che maggiormente provarono a ristabilire l’ordine furono i francesi, che nel 2013 diedero inizio all’Operazione Serval, sostituita poi dall’Operazione Barkhane un anno dopo. Per quanto l’intervento ebbe successo nel limitare l’iniziativa jihadista, l’elevata conflittualità tra diverse etnie, il forte dissidio tra Nord e Sud e le conseguenze sanguinose di operazioni militari straniere, resero impossibile raggiungere una pace stabile e duratura su tutto il territorio nazionale.

La posizione dei francesi, e più in generale dei paesi occidentali (tra cui l’Italia) che avevano spedito un contingente militare sul suolo maliano, si complicò irrimediabilmente dopo i colpi di stato del 2020 e 2021. Il nuovo leader del Mali, il colonnello Assimi Goïta, entrò fin da subito in contrasto con i francesi, che non volevano una guida militare del Paese. La situazione poi degenerò completamente quando lo stesso Goïta strinse un’alleanza militare con i contractor russi della Wagner, tanto che il Presidente francese Emmanuel Macron dichiarò la fine dell’Operazione Barkhane, segnando il ritiro delle truppe francesi dal Mali nel 2022. 

La situazione, tuttavia, non migliorò dopo l’insediamento delle truppe russe della Wagner, poi rinominata Africa Corps. I contractor, infatti, si sono resi responsabili di violenze e crimini contro le popolazioni locali, alimentando nuovamente risentimenti e ribellioni tra una popolazione già altamente frammentata e provata da anni di guerre.

Sviluppi sul terreno

Sono numerose le organizzazioni di ribelli attualmente presenti in Mali. La più potente è probabilmente il JNIM (Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani), che dal 2017, anno della sua fondazione, non ha mai smesso di opporsi all’autorità governativa centrale. Composto da cinque organizzazioni jihadiste attive nel Sahel (una fascia di territorio dell’Africa subsahariana che si estende dall’Oceano Atlantico fino al mar Rosso, comprendendo quindi anche il Mali), il JNIM è affiliato ad Al-Qaeda, ed è diffuso anche in altri stati africani quali Costa d’Avorio, Benin e Togo. Oltre al JNIM troviamo l’FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad), un gruppo di ribelli Tuareg stanziato nel nord del Paese che combatte per l’indipendenza dell’Azawad.

Gli scontri tra JNIM, FLA, esercito maliano (Forces Armées du Mali, FAM) e mercenari russi, si intensificarono nel corso del 2024 e 2025, portando ad alcuni scontri campali che hanno visto forze governative e mercenari russi avere la peggio, come avvenne durante la battaglia di Tinzaouaten. Ma gli avvenimenti più significativi sono quelli avvenuti nel corso delle scorse settimane, quando un’offensiva coordinata tra JNIM e FLA ha conquistato numerosi avamposti nemici, e occupato città chiave come Kidal, un tempo sede di una base militare francese nel nord del Mali.

Analisi

Jihadisti e ribelli Tuareg hanno agito con una rapidità e coordinazione insolita per il contesto maliano, conducendo attacchi coordinati in ben sette città del Mali: Kati, Senou, Gao, Kidal, Sevarè, Mopti e Segou. Addirittura a Kati, sobborgo della capitale Bamako dove si trovano le residenze dei ministri del governo, il JNIM ha fatto irruzione nella residenza del ministro della difesa, uccidendolo con un’autobomba. Anche la casa dello stesso Goïta è stata presa di mira, ma al contrario del suo ministro il colonnello è riuscito a mettersi in salvo.

Nel frattempo, a nord l’FLA dichiarava Kidal caduta, aggiungendo che era stato raggiunto un accordo con la guarnigione dell’Africa Corps di stanza nella città che prevedeva l’immediato ritiro delle truppe russe. Nel sud invece, il JNIM ha iniziato un blocco della capitale Bamako, minacciando di isolare completamente la più grande città del Mali.

Implicazioni

Gli attuali avvenimenti in Mali hanno conseguenze su una molteplicità di attori. In primo luogo una popolazione, quella maliana, che conta 24,5 milioni di persone e che è già sfiancata da anni di guerre e soprusi, e che si vede ora piombare nuovamente in un periodo di profonda instabilità. Stessa cosa vale per il leader del governo centrale, il colonnello Assimi Goïta, che nonostante abbia dichiarato “sotto controllo” la situazione a seguito degli attacchi dei gruppi oppositori, si trova ora di fronte a tre possibili scenari. Il primo, quello per lui e per la sua giunta più roseo, consiste nella possibilità di una perdita di slancio e coordinazione da parte dei rivoltosi, che gli consentirebbe quindi di contrattaccare con l’esercito, preservando il suo potere. Il secondo scenario potrebbe vedere Goïta mantenere il potere appoggiandosi all’aiuto russo, ma solo nel breve periodo. Dopo le recenti sconfitte l’Africa Corps ha perso credibilità e con una Russia impegnata sul fronte ucraino, Goïta non potrebbe più aspettarsi dal Cremlino l’aiuto di cui necessita portandolo a cercare alleanze con altri partner. Infine, il terzo scenario, vede una possibile coalizione politica tra JNIM e FLA alla guida del Mali. Possibilità, quest’ultima, tutt’altro priva di dubbi e incertezze circa la tenuta dell’alleanza.
Quel che è certo è che in Mali si è osservata una capacità operativa da parte dei gruppi irregolari insolita, in quanto abili nell’uso di armi moderne come i droni d’attacco, già ampiamente impiegati nel conflitto ucraino, e capaci di tessere una solida alleanza militare. In questo senso, il caso maliano mostra come il rafforzamento dei gruppi irregolari non sia soltanto il risultato di un vuoto di potere lasciato dagli attori internazionali, ma rifletta una crescente capacità di adattamento strategico, che consente loro di trasformare la frammentazione del contesto politico e militare in un vantaggio operativo. Se tale tendenza dovesse consolidarsi, il rischio è quello di un conflitto sempre più difficile da contenere, in cui attori non statali acquisiscono un ruolo centrale e duraturo nella definizione degli equilibri regionali.

Gli Autori