07/09/2026
Politica Militare

La lezione di Lipsia va oltre la Russia

di Matteo Mazziotti di Celso

Non serve condividere lo stesso giudizio sulla Russia per riconoscere che l’Italia deve prepararsi a un mondo più pericoloso. La priorità è costruire capacità di riflessione strategica.

Tra i temi più discussi in questi giorni in Italia figurano senza dubbio le nuove accuse mosse dal governo tedesco contro la Russia in relazione al tentato attacco, avvenuto all’inizio di agosto, ai danni di un aereo cargo ucraino presso l’aeroporto di Lipsia. Secondo le autorità tedesche, l’episodio sarebbe riconducibile alla strategia di guerra ibrida condotta da Mosca contro i Paesi europei che sostengono l’Ucraina.

Le accuse tedesche hanno riacceso il già aspro dibattito italiano sulle responsabilità della Russia. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha attribuito l’episodio alla «guerra ibrida» condotta da Mosca ed espresso solidarietà alla Germania. L’opinione pubblica e le forze politiche italiane restano però profondamente divise sulle responsabilità della Russia in Ucraina e, di conseguenza, sulla posizione che l’Italia dovrebbe assumere nei confronti di Mosca. Questa frattura è emersa chiaramente il 9 luglio scorso, quando il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha dichiarato: «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti». Posizioni analoghe sembrano diffuse anche tra gli elettori di Futuro Nazionale, il partito del generale Vannacci che, secondo i più recenti sondaggi, avrebbe ormai superato anche Forza Italia, schierata invece su posizioni nettamente più critiche verso Mosca.

Questa frattura nel giudizio sulla Russia si traduce in due modi opposti di concepire la difesa italiana. Chi considera Mosca una potenza ostile, impegnata in una guerra ‘ibrida’ contro l’Italia e i suoi alleati, ritiene necessario rafforzare le capacità di difesa italiane investendo nuove risorse. Chi vede invece la Russia come una vittima delle politiche dell’Occidente e non le attribuisce intenzioni ostili verso il nostro Paese tende a considerare tali investimenti ingiustificati, preferendo destinare le risorse ad altre priorità.

Questa tendenza a ricondurre il dibattito sulla difesa esclusivamente alla minaccia russa, tanto per sostenerne il rafforzamento quanto per opporvisi, rischia di essere riduttiva. Essa lascia intendere che sia solo l’atteggiamento russo la ragione per cui bisogna riarmarsi, quando invece le esigenze di sicurezza dell’Italia derivano da cambiamenti più profondi dell’ordine internazionale, destinati a protrarsi anche oltre l’attuale confronto con Mosca. Qualunque sia il giudizio sull’episodio di Lipsia e, più in generale, sulle responsabilità russe, la conclusione non cambia: il mondo è diventato più pericoloso e l’Italia deve dedicare maggiore attenzione alla propria difesa. Anche se Mosca non fosse responsabile del tentato attacco, non avesse intenzioni ostili nei nostri confronti e non stesse conducendo alcuna guerra ibrida, l’esigenza di rafforzare la nostra difesa resterebbe intatta. Essa deriva infatti dall’evoluzione dell’ordine internazionale avvenuta nell’ultimo decennio.

Il mondo multipolare è pericoloso

Qualche settimana fa International Security, una delle più prestigiose riviste accademiche nel campo della sicurezza internazionale, ha pubblicato un lungo articolo del professor John Mearsheimer, uno dei principali teorici della disciplina. Le sue riflessioni offrono un utile punto di partenza per spiegare perché, a mio avviso, l’attuale configurazione del sistema internazionale imponga un rapido rafforzamento delle capacità di difesa italiane, indipendentemente dall’atteggiamento assunto dalla Russia.

Il punto di partenza di Mearsheimer è che l’ordine internazionale unipolare, affermatosi con la fine della Guerra fredda, abbia definitivamente ceduto il posto, a partire dal 2017, a un nuovo ordine multipolare. Accanto agli Stati Uniti sono emerse altre due grandi potenze: la Russia e, soprattutto, la Cina. La principale conseguenza della coesistenza di tre grandi potenze nell’arena internazionale è il ritorno della competizione per la sicurezza. Si tratta di un fenomeno trasversale, che riguarda diverse aree del mondo e investe contemporaneamente le dimensioni economica, tecnologica e militare.

Secondo Mearsheimer, la sfida posta dalla Cina agli Stati Uniti è particolarmente evidente nella politica estera di Pechino, che oggi persegue obiettivi ambiziosi. Il principale è la riunificazione con Taiwan, ma a questo si aggiungono le crescenti aspirazioni cinesi nel Mar Cinese Orientale e Meridionale. La sfida è evidente anche sul piano militare, soprattutto in ambito navale, dove la Cina ha costruito una flotta che, in termini numerici, supera ormai quella statunitense.

La competizione rimane molto intensa anche tra Stati Uniti e Russia. Washington ha armato per anni l’Ucraina, fornendo a Kiev intelligence e sostegno militare. Il confronto tra le due potenze, tuttavia, non si limita all’Europa. La Russia è sempre più attiva anche in Africa. Secondo diversi analisti, alla fine di agosto sono state proprio le forze russe dell’Africa Corps ad aiutare il governo del Niger a reprimere un tentativo di colpo di Stato condotto da una componente dell’esercito nigerino. Dal 2023, il governo del generale Abdourahamane Tiani ha progressivamente avvicinato il Paese alla Russia.

Nei prossimi decenni, secondo Mearsheimer, è molto probabile che queste tre grandi potenze mantengano il proprio status. I principali indicatori economici e demografici, infatti, suggeriscono che gli Stati Uniti e la Cina continueranno a dominare il sistema internazionale (fig. 1). La Russia dovrà affrontare maggiori difficoltà, soprattutto sul piano demografico ed economico, ma conserverà capacità militari e nucleari sufficienti a rimanere una grande potenza. In futuro potrebbe inoltre aggiungersi l’India, anche se è ancora difficile prevedere se e quando ciò avverrà.

Fonte: Mearsheimer, J. (2026). The Iron Cage of International Anarchy. International Security, 51 (1): 32–79. https://doi.org/10.1162/ISEC.a.415

Se Stati Uniti, Cina e Russia resteranno grandi potenze, continueranno inevitabilmente a competere per la propria sicurezza. È ciò che le grandi potenze hanno quasi sempre fatto nel corso della storia. Questa competizione non rende inevitabile la guerra, ma moltiplica le occasioni di crisi, gli errori di calcolo e il rischio di escalation. Secondo Mearsheimer, questa sarà probabilmente la configurazione del sistema internazionale almeno per i prossimi cinquant’anni.

I possibili focolai di crisi sono numerosi. Soltanto nei rapporti tra Stati Uniti e Russia vi sono l’Ucraina, il Mar Baltico, la Bielorussia, il Mar Nero, Kaliningrad e la Moldova. La competizione tra Cina e Stati Uniti presenta altrettanti punti di frizione: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la disputa sulle isole Diaoyu/Senkaku sono soltanto i più evidenti. Ognuna di queste crisi può creare enormi problemi anche all’Italia. Lo abbiamo già visto con gli effetti della guerra in Ucraina sui prezzi del gas e del petrolio, sull’inflazione e sulla crescita economica. Lo vediamo con l’instabilità in Africa e, soprattutto, in Medio Oriente, che incide sui flussi migratori, sulla sicurezza energetica e sulla stabilità del Mediterraneo. E lo vedremmo ancora più chiaramente nel caso di un conflitto nell’Indo-Pacifico, con conseguenze potenzialmente gravissime per il commercio e le catene di approvvigionamento.

Gli italiani stanno comprendendo questa trasformazione troppo lentamente. Come mostra un sondaggio dell’ECFR del maggio 2026, più della metà degli italiani non sostiene un aumento della spesa militare (fig. 2). Tra i quindici Paesi europei inclusi nel sondaggio, nessun altro registra un saldo altrettanto negativo; neppure la Spagna. Gran parte dell’opinione pubblica italiana continua a immaginare la difesa come se vivesse ancora nel mondo degli anni Novanta e Duemila, quando la superiorità americana sembrava garantire la stabilità internazionale e consentiva ai Paesi europei di ridurre progressivamente le proprie capacità militari. Anche chi sostiene la tesi opposta, però, continua a discutere di difesa come se la necessità di riarmarci fosse dovuta esclusivamente all’atteggiamento assunto dalla Russia dopo il febbraio del 2022. In realtà, come ha spiegato Mearsheimer, la Russia è solo una parte di un problema più grande, per cui l’Italia non è affatto pronta.

Fonte: Kobzová, J., & Zerka, P. (2026). Home alone: Europeans are ready to defend themselves. European Council on Foreign Relations. https://ecfr.eu/wp-content/uploads/2026/06/Home-alone-Europeans-are-ready-to-defend-themselves-v3.pdf

L’Italia non è attrezzata per questo mondo

Nel nuovo ordine multipolare, le minacce alla sicurezza dell’Italia si moltiplicano, mentre la rapidissima evoluzione tecnologica le rende sempre più complesse da decifrare. Per difendersi da esse, il nostro Paese deve sviluppare una politica di difesa all’altezza del compito. Raggiungere questo obiettivo, tuttavia, non richiede solamente risorse. La qualità delle decisioni che, nel loro insieme, costituiscono la politica di difesa di un Paese dipende, in primo luogo, dalla qualità dell’articolato processo di riflessione strategica che porta alla loro elaborazione. Questo processo deve individuare con chiarezza le minacce e stabilire, di conseguenza, quali strategie adottare per affrontarle. Lo ha spiegato bene un gruppo di ricercatori italiani (Andrea Gilli, Mauro Gilli, Antonio Missiroli e Niccolò Petrelli) in un articolo pubblicato nel 2025, dove gli autori osservavano che il vero problema di molti Paesi europei oggi non è tanto o solamente la mancanza di capacità militari, ma anche il deficit di capacità di pensiero strategico. Essi facevano notare che l’Europa è ‘intellettualmente sottofinanziata’ nel campo degli studi strategici, ovvero in quella disciplina che si occupa esattamente di insegnare i fondamentali del pensiero strategico, e che questo deficit impedisce oggi alla maggior parte di questi Paesi di elaborare politiche di difesa efficaci.

La capacità di riflessione strategica è quindi una competenza chiave di cui deve disporre un Paese per potersi difendere dalle minacce alla sua sicurezza. Questa capacità, a sua volta, è determinata da numerosi fattori, i principali dei quali però, a mio avviso, sono due. Il primo è di natura istituzionale. Affinché questo processo possa essere svolto con efficacia, è necessario disporre delle strutture necessarie per poter coordinare gli attori che prendono parte al processo, garantire un’efficace comunicazione tra le parti, e tradurre le loro decisioni in scelte concrete. Questo spesso significa disporre di strutture come un Consiglio di Sicurezza Nazionale e di strumenti come le Strategie di Sicurezza Nazionale. Su questo piano, l’Italia è stata a lungo indietro, ma ha fortunatamente cominciato a correre ai ripari. Il governo Meloni ha infatti dato avvio all’elaborazione di questo documento e anche alla creazione delle istituzioni preposte, come hanno spiegato bene Gabriele Natalizia e Lorenzo Termine nelle loro ricerche.

Il secondo fattore, sul quale vorrei soffermarmi maggiormente, riguarda la dimensione della conoscenza. Perché il processo di elaborazione strategica possa tradursi in scelte di politica di difesa efficaci, vale a dire adeguate ad affrontare le minacce, è necessario che gli attori coinvolti possiedano la conoscenza necessaria per portare avanti questo processo di riflessione.

Nella dimensione della conoscenza – è doveroso ammetterlo – l’Italia è ancora oggi molto carente. Per troppi anni, il nostro Paese ha potuto fare a meno di dedicarsi a questa disciplina. Basta considerare il numero limitato di corsi universitari dedicati agli studi strategici, la scarsità di think tank specializzati nella difesa e il ridotto investimento delle istituzioni pubbliche nella formazione e nella circolazione delle competenze.

Un rapido confronto con la Francia aiuta a comprendere le dimensioni del problema. All’École militaire di Parigi, dove lavoro, ha sede l’ACADEM, l’Académie de défense de l’École militaire: una struttura creata per coordinare e mettere in rete 21 organismi che si occupano di ricerca, formazione superiore e produzione dottrinale nei campi della difesa, della sicurezza, della strategia e della geopolitica. Ne fanno parte, tra gli altri, l’IRSEM, l’IHEDN, l’École de guerre, il Centre des hautes études militaires, il Centre d’études stratégiques de la Marine, il Centre d’études stratégiques aérospatiales e il Commandement du combat futur. Nel loro insieme, questi organismi coinvolgono centinaia di militari, funzionari, ricercatori civili e docenti, che quotidianamente producono studi, rapporti, analisi, riviste, podcast, conferenze e attività di formazione. E questo è soltanto l’ecosistema pubblico sviluppatosi intorno alle istituzioni della difesa e della sicurezza. Al suo esterno opera una rete altrettanto importante di think tank indipendenti, come l’IFRI e la Fondation pour la recherche stratégique, che dispongono di programmi specificamente dedicati alla difesa e contribuiscono stabilmente al dibattito strategico nazionale. È questa densità di istituzioni, competenze e occasioni di confronto che consente alla Francia di elaborare, discutere e aggiornare la propria politica di difesa in maniera efficace.

In Italia la situazione è molto diversa. Lo stato della difesa italiana in materia di capacità di analisi e produzione di pensiero strategico è difficilmente paragonabile a quello francese, e lo stesso si può dire in relazione alla presenza di think tank indipendenti specializzati nei temi della difesa e della sicurezza. Negli ultimi anni qualcosa ha cominciato a cambiare. La trasformazione del Centro Alti Studi per la Difesa in una Scuola superiore universitaria a ordinamento speciale, per esempio, rappresenta certamente un’ottima iniziativa. Tuttavia, la strada resta ancora lunga.

L’urgenza del cambiamento

La lezione che le nostre istituzioni dovrebbero trarre dai fatti di Lipsia non riguarda soltanto la Russia. Episodi come questo ci ricordano che il mondo in cui viviamo è profondamente diverso da quello di vent’anni fa. Al di là del dibattito sulle responsabilità di Mosca, quello che occorre far notare a tutte le forze politiche italiane è che siamo tornati in un sistema multipolare, nel quale la competizione per la sicurezza è intensa, coinvolge ogni continente e si estende dalla dimensione militare a quelle economica, tecnologica ed energetica. Pertanto, anche se domani la Russia rinunciasse a tutte le proprie pretese sull’Ucraina e fermasse immediatamente le sue azioni ‘ibride’ in Europa, la necessità di rafforzare la nostra difesa rimarrebbe immutata. È una consapevolezza che dovrebbe unire gli italiani, perché riguarda la sicurezza del Paese e non può più essere rimandata.

Per rafforzare la nostra sicurezza servono certamente più risorse, ma le risorse da sole non bastano. L’Italia deve sviluppare una maggiore capacità di riflessione strategica, intervenendo sulle istituzioni e, soprattutto, costruendo le competenze necessarie. L’urgenza, in altre parole, è attrezzarci anche sul piano cognitivo. Difendere l’Italia oggi significa finanziare la ricerca negli studi strategici, avviare nuovi corsi di laurea e master, promuovere occasioni di confronto, creare centri di ricerca e analisi e offrire a chi possiede queste competenze la possibilità di lavorare nel nostro Paese. Senza questa infrastruttura intellettuale, anche un aumento delle risorse rischia di tradursi in una politica di difesa costosa e inefficace.

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