08/09/2026
Difesa, Europa

Il minilateralismo nella sicurezza europea. L’E5 è un formato sostenibile?

di Gabriele Natalizia

Pochi giorni fa il governo tedesco ha attribuito alla Russia l’incidente con i droni all’aeroporto di Lipsia-Halle, un evento che ha dominato il dibattito sulla sicurezza nell’ultima settimana. È uno dei tanti sintomi, non la causa, dell’odierna instabilità internazionale. Confondere il sintomo con la causa potrebbe indurre a interpretazioni fuorvianti dei formati che l’Europa deve costruire per rispondervi, a cominciare dall’E5.

Il mutamento strutturale

L’instabilità che l’Europa sta vivendo non scaturisce dalle minacce convenzionali e ibride poste dalla Federazione Russa né dalla crescente assertività della Repubblica Popolare Cinese. Sono entrambi effetti di una trasformazione più profonda, una redistribuzione del potere tra gli Stati avviatasi non più tardi del triennio 2007-2009 e che ha progressivamente determinato il ritorno alla competizione tra grandi potenze.

Da quel momento è iniziata l’erosione di uno dei building blocks del potere latente del mondo occidentale – la ricchezza, in termini relativi – mentre l’altro – la popolazione – registrava già un trend declinante. È questa trasformazione che ha reso meno interessante il nostro continente dalla prospettiva americana. La National Security Strategy del 2025, d’altronde, riporta che l’Europa continentale è passata dal 25 per cento del PIL globale nel 1990 al 14 per cento di oggi e avverte che, “se le tendenze attuali continueranno, il continente sarà irriconoscibile entro vent’anni o meno”. Qualunque cosa si pensi del tono, l’aritmetica è la stessa sulle due sponde dell’Atlantico, anche se politiche efficaci potrebbero ancora invertire un trend negativo.

Il potere latente, del resto, può diventare potere effettivo, misurabile prima di tutto nella capacità militare. La conversione non è automatica, ma senza i due building blocks c’è ben poco da convertire per la difesa dalle minacce di medio e lungo termine. Gli Stati con interessi divergenti da quelli del mondo occidentale, Cina e Russia su tutti, un tempo trovavano conveniente rispettare, almeno formalmente, la gerarchia di potere e le regole del sistema internazionale scaturito dal triennio 1989-1991. Al variare della distribuzione del potere, invece, hanno cominciato a chiedere una revisione delle regole internazionali, della distribuzione delle risorse e del proprio status, così come erano stati definiti dopo la fine della Guerra fredda. Vogliono contare di più, come dimostrano i casi dell’Ucraina e di Taiwan.

Che cosa Washington chiede all’Europa, e che cosa è cambiato

La stessa trasformazione ha modificato le richieste di Washington ai propri alleati europei, soprattutto alla luce della sfida crescente posta dalla Cina per il primato internazionale. Sono richieste che precedono di molto Donald Trump e che hanno progressivamente dato forma alla domanda di burden sharing, articolata in tre componenti.

La prima è la condivisione dei costi, dal Defence Investment Pledge del 2014 all’impegno del 5 per cento concordato all’Aia nel 2025 e, nella sua dimensione economica, la riduzione del disavanzo commerciale transatlantico, perseguita con il TTIP sotto Obama, con i dazi settoriali della prima amministrazione Trump, con i sussidi industriali di Biden e con il ricorso molto più ampio ai dazi cui si assiste oggi. La seconda è la condivisione dei rischi, ossia essere disposti ad esporsi maggiormente alle minacce, assumendo la responsabilità primaria del loro contrasto sul Fianco orientale e nel Vicinato meridionale, che Washington non considera più vitali per la propria sicurezza. La terza era la condivisione dell’impegno nell’area – l’Indo-Pacifico – che gli Stati Uniti considerano strategica, perché ritengono che la partita per il primato internazionale prenda forma prioritariamente lì e che il controllo della regione ne sia la principale posta in gioco.

Ciò in cui la seconda amministrazione Trump differisce dalle precedenti è che la terza richiesta è stata chiaramente ritirata. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth lo ha detto senza giri di parole allo Shangri-La Dialogue del maggio 2025. “La ‘N’ di NATO sta per Nord Atlantico”, e “i nostri alleati europei dovrebbero massimizzare il loro vantaggio comparato sul continente”.

Il patto oggi sul tavolo, dunque, è più limitato ma anche più chiaro che in passato. Gli europei si sobbarcano in larga parte la responsabilità della sicurezza a est e a sud dell’Alleanza Atlantica, mentre Washington si fa carico della sicurezza nell’Indo-Pacifico. In cambio gli Stati Uniti mantengono il loro impegno su alcuni asset strategici di cui le medie potenze non dispongono, o non dispongono nella misura richiesta dalla competizione tra grandi potenze, vale a dire l’ombrello nucleare, gli enablers strategici, l’intelligence, il comando e controllo. La National Defense Strategy del 2026 descrive quel ruolo residuo con una formula da tenere a mente, “critical but more limited”. Ne discende una conclusione che è la premessa di tutto il resto. Queste richieste hanno preceduto Trump e sopravvivranno a Trump. Una nuova amministrazione potrà cambiare toni e stile narrativo, ma molto probabilmente non modificherà gli obiettivi degli Stati Uniti né le loro richieste agli alleati, soprattutto a quelli più capaci.

L’E5 come risposta 

L’E5 è il formato informale che riunisce i ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito, cioè i cinque maggiori bilanci per la difesa della NATO europea. Nato a Berlino nel novembre 2024 su iniziativa tedesca per coordinare il sostegno all’Ucraina e il riarmo europeo, si riunisce da allora con cadenza quasi bimestrale, senza segretariato né trattato istitutivo. Su questo sfondo l’E5 presenta tre indubbi punti di forza.

Il primo è che l’Europa ha finalmente recepito il messaggio e si è lasciata alle spalle le illusioni post-storiche coltivate dopo il 1989. Secondo il SIPRI, la spesa militare dei Paesi dell’Europa centrale e occidentale, Russia e Ucraina escluse, ha raggiunto nel 2025 i 580 miliardi di dollari, con un aumento del 16 per cento in un solo anno: per gli alleati europei della NATO, la crescita più rapida dal 1953.

Il secondo, e più importante, è che l’Europa ha capito che questo processo deve essere guidato dagli Stati che hanno le risorse, le capacità, l’esperienza e la proiezione internazionale per sostenerlo. Secondo i dati della NATO, i cinque pesano per circa il 65 per cento della spesa per la difesa della NATO europea. Il minilateralismo non è soltanto un’idea elegante e di tendenza a livello internazionale. È il riconoscimento di un’asimmetria esistente, che gli europei la ammettano pubblicamente oppure no. Un formato a cinque può decidere rapidamente, ed efficacemente, di fronte a una minaccia improvvisa, mentre un formato a ventisette o a più Stati, in assenza di una leadership incontestata, rischia di produrre principalmente comunicati.

Il terzo è che l’E5 ha mantenuto obiettivi limitati e concreti, dal long-range strike alla difesa aerea, dall’iniziativa LEAP sui droni a basso costo lanciata a Cracovia nel febbraio 2026 all’impegno preso a Parigi nel marzo 2025 per rimuovere le barriere regolatorie che rallentano il procurement. Obiettivi di questo tipo rispondono esattamente alle richieste di Washington e agevolano così un compito politico fondamentale, ossia tenere gli Stati Uniti ancorati al continente europeo.

Tre rischi, visti da Roma

Un giudizio positivo, tuttavia, non è un giudizio incondizionato e, infatti, dal punto di vista dell’Italia il formato E5 presenta tre rischi principali.

Il primo è la trappola dell’autonomia e, come sua conseguenza diretta, il rischio di sganciare gli Stati Uniti. La preoccupazione di fondo di Roma è che l’E5, come la Coalizione dei volenterosi, possa essere letto a Washington come un passo verso la piena emancipazione dagli Stati Uniti anziché come un contributo all’Alleanza. Se l’autonomia strategica fosse intesa come autonomia da Washington, il formato non solo cesserebbe di essere una soluzione per l’Alleanza e diventerebbe la premessa della sua fine, ma rischierebbe di porre le medie potenze europee in una condizione di estrema fragilità in un contesto internazionale dove prende forma una competizione tra attori che hanno coefficienti di potenza superiori a quelli degli Stati europei. Di qui la formula costante di Roma, un’Europa più forte dentro una NATO più forte, nonché la proposta di garanzie per l’Ucraina ispirate all’articolo 5 e coordinate con Washington.

Il secondo rischio è quello dell’overreach. Formati sovrapposti come E5, Weimar+, Coalizione dei volenterosi ed E3 non sono soltanto inefficienti. La loro proliferazione è il primo sintomo di una competizione per la guida del processo. E nel dibattito attuale l’overreach trova la sua epitome nella proposta strisciante di un deterrente nucleare europeo. La posizione di Roma è che l’arsenale francese resti sotto controllo francese e che la cornice di sicurezza nella dimensione non convenzionale resti quella dell’Alleanza Atlantica. Un progetto di quel tipo rischierebbe di far disperdere ai Paesi europei risorse nell’inseguire una capacità difficile e costosa da ottenere nella misura necessaria, allontanando nel frattempo l’unica garanzia che già possiedono.

Il terzo è il punto specificamente italiano. L’E5 è un formato composto da Paesi orientati quasi interamente verso il Fianco orientale. Il focus strategico del Regno Unito è sempre più rivolto verso l’Artico, come conferma la centralità assunta dalla Joint Expeditionary Force, la coalizione a guida britannica che riunisce dieci Paesi del Nord Europa e del Baltico per la sicurezza del Fianco nord. Germania e Polonia guardano a est per geografia e ormai, anche nel caso tedesco, per esperienza diretta. La Francia, con l’arretramento della sua posizione nel Sahel, si sta ripensando come attore di sicurezza più continentale. L’Italia è l’unico membro dei cinque con un baricentro pienamente mediterraneo.

Questo non significa che l’Italia sia meno impegnata nel contenimento della Russia, come dimostrano il suo contributo alla Enhanced Forward Presence in Lettonia e all’Air Policing sui Paesi baltici e sulla Romania. Significa che spinge per un contenimento della Russia lungo un perimetro molto più ampio del solo Fianco orientale. Nel Mediterraneo allargato, infatti, Mosca sfrutta sistematicamente gli Stati fragili, Libia, Siria e quelli del Sahel, trasformandoli in armi contro l’Europa attraverso i flussi migratori, l’energia e le materie prime critiche, il reclutamento di milizie da impiegare oggi in Ucraina e domani su nuovi teatri di crisi. Se l’E5 finisse per disinteressarsi del Fianco meridionale, considerandolo una distrazione dalla Russia, dimostrerebbe non solo di aver sottovalutato gli strumenti di Mosca, ma anche di aver frainteso la partita che sta giocando, che va oltre la guerra in Ucraina e punta ad apportare cambiamenti profondi all’ordine internazionale.

Sul Consiglio di sicurezza europeo

Resta un’ultima considerazione, sulla tentazione di istituzionalizzare il formato. Non ce n’è bisogno e sarebbe – probabilmente – un errore. Il valore dell’E5 sta esattamente in ciò che un trattato gli toglierebbe, cioè la rapidità, l’assenza di una leadership cristallizzata e il fatto che nessuno debba essere formalmente escluso, perché nulla di formale esiste. Istituzionalizzare un gruppo che si occupa esplicitamente di sicurezza europea farebbe emergere all’istante tre problemi esiziali – una contesa su chi lo guida, una contesa su chi vi entra e il risentimento di chi ne resta fuori – come hanno evidenziato le polemiche seguite alla proposta del commissario Andrius Kubilius nel gennaio 2026 di costituire un Consiglio di sicurezza europeo.

L’E5, quindi, è sostenibile come strumento, non come istituzione. Funzionerà finché si dimostrerà capace di accelerare decisioni che rendono più forte il pilastro europeo e più duraturo e credibile l’impegno americano. Smetterà di funzionare, invece, il giorno in cui diventerà una sede di autorità a sé stante, innescando una lotta interna per il suo controllo, e Washington comincerà a interpretarlo come una luce verde per abbandonare l’Europa.