11/09/2026
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Comunicazione strategica e deterrenza: intervista a Giorgio Bertolin del Centro di Eccellenza NATO per le Comunicazioni Strategiche

di Lorenzo Ghidini

Dalla deterrenza alla gestione del conflitto, la comunicazione strategica costituisce una componente dell'azione politica e militare della NATO. Con Giorgio Bertolin del NATO StratCom COE analizziamo il ruolo di StratCom, il suo sviluppo dottrinale e le competenze necessarie per comprenderne le dinamiche.

La Strategic Communications (StratCom), o comunicazione strategica, occupa oggi un ruolo crescente nel modo in cui la NATO concepisce e conduce le proprie attività. La Allied Joint Doctrine for Strategic Communications (AJP-10) ne definisce l’approccio all’interno dell’Alleanza, integrando la comunicazione strategica nella concezione, pianificazione ed esecuzione delle attività NATO.

Un ruolo particolare nello sviluppo delle competenze a supporto dell’Alleanza è svolto dai NATO Centres of Excellence (COE). Questi sviluppano conoscenze e competenze specialistiche in specifiche aree di interesse che vengono messe a disposizione dell’Alleanza. Tra questi opera a Riga il Centro di Eccellenza NATO per le Comunicazioni Strategiche, che contribuisce allo sviluppo delle capacità di comunicazione strategica dell’Alleanza e dei Paesi alleati.

Presso il Centro, Giorgio Bertolin ricopre il ruolo di Senior Expert, con particolare attenzione alla ricerca nell’ambito delle scienze sociali. È inoltre psicologo iscritto all’Albo in Italia, con una specializzazione in scienze cognitive, e dottorando presso l’Università di Utrecht, dove studia i fear appeals e la fiducia nelle istituzioni nel contesto delle minacce alla sicurezza nazionale. I suoi interessi di ricerca comprendono la comunicazione del rischio, i processi decisionali e l’analisi degli ambienti informativi. 

Quando si parla di StratCom in ambito NATO, di cosa stiamo parlando esattamente e perché è una capacità rilevante per la difesa?

Secondo Bertolin, il primo equivoco da evitare è identificare la comunicazione strategica con le pubbliche relazioni. StratCom riguarda una dimensione molto più ampia dell’azione politica e militare, nella quale ciò che un attore comunica non può essere separato da ciò che concretamente fa.

Da questo punto di vista, chiedersi se per un Paese come l’Italia sia più utile investire in comunicazione strategica oppure in capacità cinetiche rischia di porre il problema nei termini sbagliati. I sistemi d’arma sono indispensabili, ma il loro impiego non costituisce un fine in sé. Le forze armate servono a produrre effetti funzionali al raggiungimento di obiettivi politici, attraverso la deterrenza oppure, quando necessario, attraverso forme di coercizione. Anche il possesso e il dispiegamento di una capacità militare comunicano qualcosa: possono aumentare i costi associati a una determinata scelta o rendere più conveniente per un altro attore un comportamento alternativo.

La comunicazione strategica interviene precisamente in questo rapporto tra mezzi, azioni ed effetti politici. Il punto, quindi, non è semplicemente disporre di maggiori capacità militari, ma comprendere come utilizzarle coerentemente con l’obiettivo politico che si intende raggiungere.

Comunicazione strategica significa allora semplicemente “comunicare meglio”?

No. Bertolin sottolinea come il termine possa generare confusione proprio perché comunicare è un’attività apparentemente familiare a tutti. Alcuni Paesi hanno sviluppato proprie terminologie e strutture per affrontare problemi analoghi e non è sempre semplice stabilire quanto determinate formulazioni nazionali abbiano influenzato l’elaborazione NATO o viceversa.

È però importante distinguere il concetto dalla sua formalizzazione. Bertolin propone a questo proposito un’analogia con la medicina: la necessità di curare le persone precede di molto la nascita delle moderne specializzazioni mediche, che hanno successivamente organizzato conoscenze e pratiche già esistenti all’interno di discipline sempre più definite. Analogamente, molti dei fenomeni oggi ricondotti alla comunicazione strategica esistevano ben prima che StratCom venisse formalizzata come disciplina e funzione specifica.

Come si inserisce questo approccio nella dottrina NATO?

L’AJP-10 ha sistematizzato StratCom all’interno della dottrina militare dell’Alleanza. L’approccio NATO è incentrato sul comportamento (behaviour-centric): nella pianificazione non conta soltanto ciò che viene fatto o detto, ma anche come azioni, immagini e parole possono essere interpretate dalle diverse audience e quali conseguenze possono produrre sui loro atteggiamenti e comportamenti.

A questo si accompagna il principio dell’esecuzione guidata dalla narrativa (narrative-led execution). La narrativa fornisce un quadro complessivo che collega la strategia dell’Alleanza alle singole attività e richiede coerenza tra ciò che la NATO fa, mostra e dice. La dimensione comunicativa non viene quindi aggiunta alla fine di un’operazione per spiegare decisioni già prese, ma deve essere incorporata nella comprensione, nella pianificazione, nell’esecuzione e nella valutazione delle attività.

Per Bertolin, questo aspetto è particolarmente evidente nel caso della deterrenza. La deterrenza dipende infatti dalla capacità di modificare il calcolo dell’altro attore: una capacità militare che non viene percepita, compresa o ritenuta credibile non produce necessariamente l’effetto deterrente desiderato. Guerra, coercizione e deterrenza hanno dunque una natura primariamente cognitiva e comunicativa.

L’obiettivo di StratCom è quindi evitare la guerra?

Non necessariamente. La comunicazione strategica è uno strumento al servizio di determinati obiettivi politici e militari. Se l’obiettivo è prevenire un conflitto attraverso la deterrenza, StratCom contribuisce a questo risultato. Il suo ruolo, tuttavia, non si esaurisce con l’eventuale inizio delle ostilità. Anche durante un conflitto, la comunicazione strategica può essere impiegata per influenzare il comportamento dell’avversario, incidere sulla sua volontà di combattere o indurlo a compiere determinate scelte. Bertolin chiarisce quindi come la funzione della comunicazione strategica dipenda dall’obiettivo politico e militare perseguito e dagli effetti che si intende produrre.

Allo stesso tempo, non è necessario impiegare sempre tutte le capacità disponibili. Una comunicazione strategica efficace richiede di comprendere quali strumenti siano realmente necessari e, soprattutto, quali effetti sia concretamente possibile ottenere. L’ambizione comunicativa deve essere sostenuta da capacità reali: promettere, minacciare o segnalare qualcosa che non si è in grado di sostenere rischia di produrre un effetto indesiderato, compromettendo la credibilità.

Quanto è importante che la comunicazione strategica sia compresa anche al di fuori degli ambienti specialistici? 

Secondo Bertolin, la conoscenza della comunicazione strategica da parte dell’opinione pubblica non costituisce necessariamente la priorità. Molte funzioni essenziali di uno Stato sono altamente specialistiche senza che i cittadini debbano comprenderne nel dettaglio il funzionamento. Bertolin ricorre all’esempio di una centrale idroelettrica: non è necessario che l’opinione pubblica ne conosca nel dettaglio il funzionamento, mentre è fondamentale che i decisori ne comprendano l’importanza per il fabbisogno energetico e sappiano avvalersi delle competenze degli esperti del settore. Allo stesso modo, nel caso della comunicazione strategica, ciò che conta è soprattutto che i decisori politici e le forze armate ne comprendano la rilevanza e sappiano avvalersi adeguatamente delle competenze specialistiche disponibili. 

La sensibilizzazione dell’opinione pubblica può essere utile in determinati contesti, ma non rappresenta necessariamente un obiettivo in sé. Concentrarsi sul pubblico può apparire come la soluzione più immediata proprio perché comunicare verso l’esterno sembra relativamente semplice; ciò che è semplice da realizzare, tuttavia, non coincide necessariamente con ciò che è più efficace.

Bertolin evidenzia inoltre una difficoltà che la comunicazione strategica condivide con le scienze sociali: comunicazione, comportamento umano e interazione tra individui e istituzioni sono parte dell’esperienza quotidiana e possono quindi apparire intuitivi anche a chi non possiede una preparazione specifica. Si rischia così di sottovalutare il contributo degli esperti e di colmare eventuali lacune conoscitive attraverso assunzioni. Queste possono talvolta rivelarsi corrette, ma non possono sostituire in maniera sistematica conoscenze e competenze specialistiche.

Quali competenze e discipline contribuiscono alla comunicazione strategica in ambito NATO? 

In ambito NATO, StratCom si basa su una combinazione di professionalità civili e militari e su competenze provenienti da discipline differenti. Non esiste un’unica figura professionale in grado di coprire l’intero settore. Sono particolarmente rilevanti le scienze sociali e comportamentali, che permettono di studiare come individui e gruppi interpretano informazioni e modificano il proprio comportamento. 

A seconda del problema possono inoltre essere necessarie diverse competenze tecniche, comprese quelle relative ai sistemi informativi e alle tecnologie attraverso cui l’informazione viene prodotta, trasmessa e ricevuta. Il valore della comunicazione strategica deriva quindi anche dalla capacità di mettere in relazione competenze differenti, anziché trattare la comunicazione come un’attività separata dal resto della pianificazione.

Come è cambiato il rapporto tra deterrenza e StratCom dalla Guerra fredda a oggi?

Secondo Bertolin, il cambiamento è stato in larga misura bottom-up: più che essere stata la teoria a trasformarsi autonomamente, sono mutate le condizioni strategiche alle quali essa deve rispondere.

Durante la Guerra fredda la deterrenza rappresentava già una funzione centrale dell’Alleanza e molti dei principi oggi associati a StratCom erano presenti nella pratica, anche se non erano ancora organizzati all’interno dell’attuale framework dottrinale. La capacità di segnalare intenzioni, dimostrare credibilità e influenzare il calcolo dell’avversario era parte integrante della competizione strategica.

Il contesto contemporaneo ha tuttavia reso questa relazione ancora più complessa. L’attuale ambiente di sicurezza è caratterizzato da una maggiore pluralità di attori, dalla sovrapposizione tra competizione, crisi e conflitto e da minacce ibride che sfruttano deliberatamente l’ambiguità. L’informazione circola inoltre attraverso un ecosistema molto più rapido, frammentato e interconnesso.

In questo senso, la formalizzazione di StratCom non significa che la dimensione comunicativa della strategia sia nata recentemente. Significa piuttosto che fenomeni già presenti nella competizione politica e militare sono stati progressivamente riconosciuti, studiati e sistematizzati. Bertolin richiama ironicamente Copernico: il fatto che per secoli mancasse una corretta formulazione del sistema eliocentrico non significa che fino agli studi di Copernico fosse il Sole a girare intorno alla Terra. Allo stesso modo, la recente formalizzazione della comunicazione strategica non implica che la sua logica fosse assente dai conflitti e dalla deterrenza del passato.

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