Nella scorsa settimana uno dei temi più dibattuti in Italia ha riguardato nuovamente Strade Sicure, l’operazione condotta ininterrottamente dall’Esercito Italiano a supporto della polizia dal 2008 a oggi. In questo momento l’operazione vede la presenza di ben 6.800 militari per le strade delle principali città italiane. Il dibattito è sorto perché la Lega ha imposto un’accelerazione della risoluzione 7-00342, a prima firma di Eugenio Zoffili, la quale impegna formalmente il governo ad ampliare l’impiego delle Forze armate sul territorio nazionale. Ora il passaggio cruciale è fissato per martedì 15 settembre, nell’Ufficio di presidenza della Commissione Difesa di Montecitorio. La mossa riapre così un dossier rimasto sospeso prima della pausa estiva e porta alla luce anche alcune tensioni interne alla maggioranza sulla futura estensione dell’operazione. Secondo la Lega, 61 capoluoghi di provincia sono ancora privi di un presidio militare. La proposta prevede quindi di estendere Strade Sicure alle città finora escluse e, più in generale, di rafforzare la presenza dei militari nelle aree urbane, nelle stazioni, lungo i confini e presso i siti sensibili, aumentando il numero di militari a 10.000 unità. Il costo dell’ampliamento viene stimato dal partito in 109 milioni di euro l’anno.
L’operazione Strade Sicure e l’uso interno delle Forze Armate
L’operazione Strade Sicure ha preso avvio nel luglio del 2008. L’obiettivo formale dell’operazione era quello di aumentare la sicurezza percepita nelle principali città italiane. L’esigenza non era quella di aumentare le misure di contrasto al terrorismo, che nel decreto di avvio non viene mai menzionato, ma rispondere alla crescente esigenza di sicurezza degli italiani. C’era poi anche una questione economica. Come ho spiegato nel mio ultimo volume, le forze di polizia non riuscivano a soddisfare l’esigenza di sicurezza degli italiani (soprattutto dopo una campagna elettorale svolta all’insegna del tema sicurezza), e assumere nuovi poliziotti o carabinieri era difficile, sia per il blocco del turnover, sia per la scarsezza di risorse. Inoltre, come ben emerge dal dibattito parlamentare in quei mesi, schierare un militare, in termini di soldi, costava di meno. Strade Sicure rispondeva quindi a due esigenze: aumentare la presenza dello Stato nelle città e farlo contenendo la spesa. In sostanza, l’Esercito poteva assorbire a costi relativamente bassi una parte delle attività ordinarie svolte dalla polizia.
L’operazione fu da subito estremamente popolare. In generale, agli italiani piace vedere i militari dell’Esercito nelle strade. Dal 1992 a oggi, cioè da quando l’operazione Vespri Siciliani in Sicilia ha inaugurato questa tradizione, tutti i sondaggi sulle principali operazioni interne hanno registrato livelli di consenso pari ad almeno il 70%. L’ultima rilevazione, condotta nel 2025 dall’Università di Genova e di prossima pubblicazione, mostra che più del 75% degli italiani è favorevole al mantenimento di Strade Sicure (il 51.8% vorrebbe addirittura aumentarla).
Questo consenso si è riflesso anche in Parlamento. Esaminando i dibattiti sulle successive proroghe, si nota come, dopo le divisioni iniziali, siano state molto rare le voci apertamente contrarie. Del resto, è difficile per i partiti opporsi a un’operazione tanto apprezzata dagli elettori.
Il centrosinistra espresse inizialmente diverse riserve, ma una volta al governo fece ampio ricorso all’operazione. Alcuni ministri della Difesa, tra cui Roberta Pinotti e soprattutto Lorenzo Guerini, provarono a ridimensionarla. La prima finì però per ampliarla in seguito alla crescente minaccia terroristica; il secondo riuscì a ridurre il contingente, ma poi la pandemia impose rapidamente un nuovo aumento. Dopo il Covid Guerini aveva chiesto una riduzione, ma con l’arrivo al governo di centrodestra, il numero dei militari è tornato a crescere, soprattutto su pressione della Lega. Quando il governo Draghi ha lasciato Palazzo Chigi, infatti, erano 5.000 i militari schierati, 1.800 in meno rispetto a oggi.
Gli effetti dell’operazione sulla sicurezza
L’Italia non è l’unico Paese a impiegare le forze armate a supporto delle forze di polizia. Questa è infatti una pratica abbastanza diffusa nel mondo. La regione dove questa tradizione è più forte è l’America Latina, dove le forze armate sono impiegate massicciamente in funzione di sicurezza interna. Ma in America Latina si registrano i più alti livelli di violenza del mondo (escluse le zone di guerra). Inoltre, in questi Paesi le forze di polizia godono spesso di scarsi livelli di fiducia, per cui i cittadini spesso preferiscono i militari ai poliziotti. Dal canto loro, i militari sono spesso contenti di svolgere queste mansioni, perché la minaccia esterna è poco percepita in America Latina, e quindi le forze armate hanno difficoltà a giustificare le loro richieste di fondi con la necessità di difendere i confini. Queste operazioni sono quindi una buona soluzione per rendersi utili.
In Europa, questa pratica è diffusa soprattutto in Belgio e Francia. In entrambi i casi, i governi nazionali hanno utilizzato le forze armate per aumentare il livello di sicurezza percepita dopo gli attentati terroristici del 2015. In entrambi i casi, le operazioni si sono rivelate molto popolari e si sono prolungate. In Belgio l’operazione Vigilant Guardian è proseguita fino al 2021, anche se negli ultimi mesi il governo belga ha ripreso a schierare militari dell’Esercito in questa funzione. In Francia invece l’operazione Sentinelle è ancora in corso, anche se schiera sul terreno un numero di militari pari a circa un terzo dei 10.000 iniziali.
In merito agli effetti di queste operazioni sulla sicurezza, ritengo che le fonti più affidabili siano due rapporti prodotti dalle Corti dei Conti francese e italiana. La prima si è espressa in merito all’operazione Sentinelle nel 2022, la seconda in merito a Strade Sicurenel 2013. I due rapporti giungono a conclusioni simili. La Corte dei Conti francese osserva che i dati raccolti dal ministero delle Forze armate descrivono il numero e il tipo di interventi effettuati, ma non consentono di misurare l’effetto preventivo o deterrente dell’operazione. L’effetto principale di Sentinelle è stato simbolico: la presenza dei militari ha rassicurato una parte della popolazione e ha reso visibile la risposta dello Stato alla minaccia terroristica. La Corte dei conti italiana era giunta a una conclusione analoga sull’efficacia di Strade Sicure. Nel rapporto del 2013 affermava che non era possibile verificare e valutare il presunto impatto positivo dei risultati operativi conseguiti dal personale impiegato. Arresti, denunce, controlli e sequestri indicavano che i militari avevano svolto delle attività, ma non permettevano di stabilire se l’operazione avesse effettivamente ridotto la criminalità o aumentato la sicurezza. La Corte individuava invece un beneficio economico quantificabile. Nel 2011 l’impiego dei militari aveva permesso di liberare 1.568 appartenenti alle forze di polizia, successivamente destinati ad altri compiti di pubblica sicurezza. Secondo la sua stima, l’utilizzo dei militari al posto dell’assunzione di un numero equivalente di nuovi agenti aveva prodotto un risparmio di circa 63 milioni di euro. Il beneficio più chiaramente documentabile di Strade Sicure non riguardava dunque la riduzione della criminalità, ma la possibilità di garantire una maggiore presenza sul territorio spendendo meno e senza ampliare gli organici delle forze di polizia.
Ad oggi quindi non disponiamo di evidenze empiriche chiare che dimostrino che queste operazioni riducano i reati e contribuiscano realmente all’aumento della sicurezza reale.
L’impatto sulle forze armate
Se non è possibile misurare con precisione l’impatto di queste operazioni sulla sicurezza, è invece più agevole valutarne gli effetti sulle Forze armate. Alcune conseguenze sono facilmente intuibili, mentre altre sono state documentate dalla ricerca scientifica, anche con riferimento specifico al caso italiano. Gli effetti dipendono innanzitutto dalle modalità con cui l’operazione viene condotta e dai compiti assegnati ai militari. Se l’impiego conserva un carattere propriamente militare, l’impatto sull’organizzazione può essere limitato o persino positivo. I militari svolgono infatti attività coerenti con le proprie competenze professionali, mantenendo così il livello di addestramento, la motivazione e la soddisfazione professionale. Naturalmente, il ricorso a capacità propriamente militari presuppone una minaccia particolarmente grave. Se per garantire la sicurezza interna diventano necessarie le competenze specifiche di un artigliere, di un guastatore o di un carrista, significa che il Paese si trova di fronte a una situazione eccezionale, nella quale gli strumenti ordinari delle forze di polizia non sono più sufficienti.
Se, al contrario, l’operazione non ha un carattere propriamente militare, ma consiste nell’affidare alle Forze armate compiti ordinari di polizia — come avviene con Strade Sicure — le conseguenze possono essere gravi.
In primo luogo, l’operazione sottrae personale e reparti all’addestramento specificamente militare. Durante l’impiego in Strade Sicure, un carrista, un artigliere o un guastatore non può esercitarsi con regolarità nelle attività proprie della sua specialità e vede quindi ridursi inevitabilmente il proprio livello di preparazione. Il problema, inoltre, non riguarda soltanto i sei mesi trascorsi materialmente nell’operazione. A questi si aggiungono tre o quattro mesi di preparazione, durante i quali l’addestramento viene orientato ai compiti di Strade Sicure, e il successivo periodo di recupero, necessario per compensare lo straordinario accumulato e garantire le licenze dovute. Nel complesso, come riconosciuto dagli stessi vertici militari, un ciclo di impiego può compromettere quasi un intero anno di addestramento.
In secondo luogo, Strade Sicure rischia di svilire la professionalità del militare. Chi si arruola nell’Esercito per diventare carrista, guastatore o fante difficilmente può sentirsi professionalmente realizzato se viene impiegato a lungo nello svolgimento delle attività più routinarie della polizia. I giovani si arruolano per fare i militari, ma vengono poi impiegati in massa in attività lontane dalle competenze per le quali sono stati selezionati e addestrati. Come lamentato dai vertici militari e riconosciuto anche da autorevoli esperti di sicurezza interna, è difficile immaginare che ciò non produca conseguenze negative sulla loro motivazione e sulla volontà di rimanere nelle Forze armate. In Italia mancano ancora studi sistematici su questo specifico aspetto. In Francia, invece, diverse autorità politiche e militari hanno segnalato gli effetti negativi di Sentinelle sul morale e sulla permanenza del personale nell’Esercito. Anche la Corte dei Conti ha rilevato che l’elevato numero di giorni trascorsi nell’operazione Sentinelle ha inciso sulla motivazione e sulla retention dei militari, oltre a creare rischi per la preparazione operativa.
Per non parlare, poi, dell’effetto che l’operazione produce sull’immagine dell’Esercito. Dobbiamo smettere di presentarlo come una forza di polizia, perché il rischio è che gli italiani finiscano per considerarlo davvero tale. E quando avremo file di giovani che si arruolano pensando di andare a pattugliare la metropolitana, sarà difficile chiedere loro di pattugliare una strada in una zona di guerra. E non si dica che è la stessa cosa, perché non è affatto vero. A Roma o a Torino i nostri militari si confrontano con dei cittadini, non con potenziali nemici pronti a ucciderli.
Che fare?
Che l’operazione Strade Sicure riduca l’efficacia e la prontezza operativa del nostro Esercito credo che sia evidente a tutti, anche a coloro che la invocano. Tuttavia, si continua su questa strada, come se dell’efficacia dell’Esercito in combattimento non importasse davvero a nessuno. Eppure, mentre si indebolisce l’efficacia della forza terrestre, l’Italia continua ad aumentare gli investimenti in difesa. Ora, gli aumenti della spesa per la difesa sono finalizzati, per definizione, ad aumentare la capacità delle nostre forze armate. Altrimenti, non si capisce perché si investe. Ma se si spendono soldi per aumentare la capacità delle forze armate, allora perché continuare a spenderne altri (Strade Sicure costa circa 240 milioni di euro all’anno) per indebolirle? Questo è, a mio avviso, la vera domanda che la politica si deve porre. Se si decide che le forze armate devono essere una forza di polizia, allora le si organizzi di conseguenza, come si fa in tanti Paesi, inclusa l’America Latina. Ma in America Latina non si spendono miliardi per sviluppare un caccia di sesta generazione, non si comprano centinaia di mezzi corazzati e blindati per garantire la capacità di combattimento convenzionale della nostra forza terrestre, e soprattutto non si deve affrontare una minaccia concreta alla sicurezza nazionale come quella che oggi l’Italia incontra sul fianco orientale e su quello meridionale dell’Europa. Se invece si decide che le forze armate italiane servono e devono essere forti, allora si metta fine a un impiego che ne riduce la capacità operativa. Come proposto lo scorso anno dal ministro della Difesa, Strade Sicure può continuare, ma i militari devono essere progressivamente sostituiti dalle forze dell’ordine: organizzazioni istituzionalmente e professionalmente preparate proprio per svolgere questi compiti.
Leggi l’articolo e segui la rubrica Politica Militare anche su Substack.



