L’avvio da parte degli Stati Uniti dell’Operazione Epic Fury da parte degli Stati Uniti, la Repubblica Islamica dell’Iran ha ripetutamente impiegato i gangli strategici situati nelle aree limitrofe ai suoi confini come strumento di pressione, chiudendo lo stretto di Hormuz alla navigazione dando il via ad una grande crisi energetica globale. In tal contesto, il gruppo armato Ansarallah, i cui membri sono comunemente noti come Houthi, alleato strategico dell’Iran nello Yemen, ha inizialmente mantenuto una posizione piuttosto cauta nel conflitto, limitandosi ad eseguire attacchi missilistici secondari a danno di Israele. A seguito della reintroduzione da parte degli Stati Uniti di un blocco navale a danno dell’Iran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha minacciato di interrompere «tutti i corridoi di esportazione che avvantaggiano gli Stati Uniti e i loro alleati». A tale dichiarazione ha fatto seguito un comunicato dei funzionari Houthi, il quale ha indicato come il gruppo fosse pronto a prendere il controllo dello Stretto di Ba bel Mandeb. Poco dopo, i ribelli hanno avviato un imponente dispiegamento di sistemi missilistici e droni nell’area.
Lo Stretto di Bab el Mandeeb, costituisce assieme al vicino Stretto di Hormuz, uno dei principali gangli strategici dell’economia globale. Esso funge infatti anzitutto da collegamento tra le grandi manifatture asiatiche e i mercati europei e rappresenta al contempo una fondamentale via di transito per i prodotti energetici provenienti dal Golfo Persico. Nel mese di luglio, a seguito di un forte incremento delle tensioni con l’Arabia Saudita, Anrasallah ha annunciato un embargo marittimo a danno di Riyad. Tale processo è culminato il 3 settembre 2026, quando gli Houthi hanno sferrato una massiccia offensiva lungo la linea costiera yemenita sul Mar Rosso. L’attacco ha rapidamente travolto le Forze di Resistenza Nazionale, la milizia schierata a difesa dell’area e comandata da Tareq Saleh, nipote dell’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, culminando nella conquista del porto di Mokha, ultima grande infrastruttura portuale sul Mar Rosso rimasta al di fuori del controllo dei ribelli, nonché delle isole Hanish e Perim. L’offensiva ha così posto di fatto lo Stretto di Bab el-Mandeb sotto il controllo dei ribelli.
La (non) risposta americana
A seguito della massiccia offensiva di Ansarallah, il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha richiesto agli Stati Uniti un sostegno militare volto a contrastare i ribelli. L’Amministrazione Trump ha tuttavia scelto, a dispetto del possibile coinvolgimento iraniano nelle operazioni, di incrementare il supporto in materia di intelligence e targeting alle forze del Regno, rifiutando, almeno per il momento, di intervenire direttamente. Le ragioni del mancato intervento statunitense sono riconducibili anzitutto alla minore dipendenza di Washington dalle merci e dalle risorse energetiche transitanti attraverso gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb. Una parte significativa del petrolio importato dagli Stati Uniti proviene infatti dal Canada e dal Messico, riducendo l’esposizione diretta di Washington alle interruzioni dei traffici attraverso i due chokepoint, al netto degli inevitabili aumenti di prezzo conseguenti. In secondo luogo, Washington ha già incontrato notevoli problematiche nel corso delle precedenti campagne contro gli Houthi. Gli attacchi aerei condotti dalle amministrazioni Trump e Biden hanno infatti incontrato significative difficoltà nel degradare in maniera decisiva l’arsenale di Ansarallah, anche a causa della scarsità di informazioni di intelligence sul terreno e delle capacità dei ribelli di disperdere, occultare e proteggere i propri sistemi d’arma.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono riusciti a interrompere efficacemente le linee di rifornimento degli Houthi e hanno perso diversi droni MQ-9 Reaper e due Boeing F/A-18 Super Hornet allocando consistenti risorse in un’operazione che ha prodotto scarsi risultati concreti. Il successivo accordo di cessate il fuoco tra le parti ha portato gli Houthi a interrompere gli attacchi contro le navi statunitensi, consentendo loro tuttavia di proseguire le azioni ostili contro imbarcazioni israeliane e di altri Paesi. L’accordo è stato pertanto interpretato da diversi osservatori come un risultato favorevole, se non addirittura un rafforzamento della posizione degli Houthi. Infine, il confronto con l’Iran ha sottoposto a forte pressione le scorte missilistiche statunitensi, in particolare quelle relative agli intercettori Patriot. Un eventuale ingresso diretto nel conflitto costringerebbe Washington a dispiegare un considerevole numero di asset per proteggere l’esteso territorio saudita dagli attacchi asimmetrici degli Houthi, spesso condotti attraverso sistemi relativamente economici. Il risultato sarebbe un ulteriore deterioramento delle scorte militari statunitensi, proprio nel momento in cui Washington è già impegnata a preservare le proprie capacità per eventuali scenari di confronto con altre potenze.
Il retrenchment
Sin dal suo primo mandato, l’Amministrazione Trump si è trovata ad affrontare il complesso compito di riaffermare il primato relativo degli Stati Uniti nel sistema internazionale, pervenendo ad una sintesi tra la necessità di evitare un eccessivo overstretching delle risorse statunitensi, e il contrasto all’avanzamento delle potenze revisioniste. Tra queste ultime si distinguono in particolare la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Islamica dell’Iran, la cui potenziale convergenza venne identificata già negli anni Novanta da Zbignew Brezinski come uno scenario potenzialmente pericoloso per gli interessi statunitensi e per il mantenimento del primato americano. La National Security Strategy ha pertanto introdotto il concetto di un’America «selettivamente interventista», attribuendo priorità all’emisfero occidentale e richiedendo, nel contesto mediorientale, l’assunzione da parte dei partner regionali della responsabilità primaria in relazione al contenimento dell’Iran. Tale assunto è stato successivamente ribadito anche dalla National Defense Strategy. L’azione della Presidenza si è tuttavia sviluppata secondo una dinamica maggiormente ambivalente. Da un lato, Washington ha adottato misure coerenti con tali propositi, siglando un’importante intesa con Panama volto a garantire il dislocamento di truppe a rotazione nella zona del canale, nonché attraverso l’operazione militare risultata nella cattura del Presidente venezuelano Nicolas Maduro e nella successiva conclusione di un accordo volto a garantire agli Stati Uniti l’accesso a una quota significativa delle riserve petrolifere venezuelane.
Dall’altro, la Presidenza ha agito in parziale controtendenza rispetto all’impostazione delineata dalla National Security Strategy, conducendo una massiccia campagna militare volta a degradare al massimo il coefficiente di potenza della più debole tra le tre principali potenze revisioniste e, soprattutto, dell’unica priva di un deterrente nucleare. L’operazione, tuttavia, non ha prodotto il rapido collasso delle forze iraniane auspicato da Washington, trasformandosi invece in un conflitto d’attrito, profondamente impopolare a livello politico, che ha messo in luce alcuni limiti delle capacità militari statunitensi. La guerra ha inoltre inciso sulla credibilità internazionale degli Stati Uniti, anche a causa delle conseguenze prodotte sugli alleati, i quali hanno subito le conseguenze di un conflitto scatenato dagli Stati Uniti, non venendo neanche adeguatamente consultati in relazione al suo avvio. Parallelamente, la recente convocazione di un incontro tra l’Iran e le monarchie del Golfo, volto a discutere dello status dello Stretto di Hormuz in assenza degli Stati Uniti, costituisce un ulteriore indicatore del possibile ridimensionamento dell’influenza americana nella regione, a dispetto delle numerose incognite che circondano il meeting, il quale difficilmente sembra destinato a produrre un accordo definitivo.
Con l’avvio da parte degli Stati Uniti dell’Operazione Epic Fury, la Repubblica islamica dell’Iran ha ripetutamente impiegato i gangli strategici situati nelle aree limitrofe ai suoi confini come strumento di pressione, chiudendo lo stretto di Hormuz alla navigazione e dando il via ad una grande crisi energetica globale. In tal contesto, il gruppo armato Ansarallah, i cui membri sono comunemente noti come Houthi, alleato strategico dell’Iran nello Yemen, ha inizialmente mantenuto una posizione piuttosto cauta nel conflitto, limitandosi ad eseguire attacchi missilistici secondari a danno di Israele. A seguito della reintroduzione da parte degli Stati Uniti di un blocco navale a danno dell’Iran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha minacciato di interrompere «tutti i corridoi di esportazione che avvantaggiano gli Stati Uniti e i loro alleati». A tale dichiarazione ha fatto seguito un comunicato dei funzionari Houthi, il quale ha indicato come il gruppo fosse pronto a prendere il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb. Poco dopo, i ribelli hanno avviato un imponente dispiegamento di sistemi missilistici e droni nell’area.
Lo Stretto di Bab el-Mandeb, costituisce assieme al vicino Stretto di Hormuz, uno dei principali nodi strategici dell’economia globale. Esso funge infatti anzitutto da collegamento tra le grandi manifatture asiatiche e i mercati europei e rappresenta al contempo una fondamentale via di transito per i prodotti energetici provenienti dal Golfo persico. Nel mese di luglio, a seguito di un forte incremento delle tensioni con l’Arabia Saudita, Anrasallah ha annunciato un embargo marittimo a danno di Riyad. Tale processo è culminato il 3 settembre 2026, quando gli Houthi hanno sferrato una massiccia offensiva lungo la linea costiera yemenita sul Mar Rosso. L’attacco ha rapidamente travolto le Forze di Resistenza Nazionale, la milizia incaricata di difendere l’area e comandata da Tareq Saleh, nipote dell’ex Presidente Ali Abdullah Saleh. L’offensiva si è conclusa con la conquista del porto di Mokha, ultima grande infrastruttura portuale sul Mar Rosso rimasta al di fuori del controllo dei ribelli, nonché delle isole Hanish e Perim. L’offensiva ha così posto di fatto lo Stretto di Bab el-Mandeb sotto il controllo dei ribelli.
La (non) risposta americana
A seguito della massiccia offensiva di Ansarallah, il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha richiesto agli Stati Uniti un sostegno militare volto a contrastare i ribelli. L’amministrazione Trump ha tuttavia scelto, a dispetto del possibile coinvolgimento iraniano nelle operazioni, di incrementare il supporto in materia di intelligence e targeting alle forze del Regno, rifiutando, almeno per il momento, di intervenire direttamente. Le ragioni del mancato intervento statunitense sono riconducibili anzitutto alla minore dipendenza di Washington dalle merci e dalle risorse energetiche transitanti attraverso gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb. Una parte significativa del petrolio importato dagli Stati Uniti proviene infatti dal Canada e dal Messico, riducendo l’esposizione diretta di Washington alle interruzioni dei traffici attraverso i due chokepoints, al netto degli inevitabili aumenti di prezzo conseguenti. In secondo luogo, Washington ha già incontrato notevoli problematiche nel corso delle precedenti campagne contro gli Houthi. Gli attacchi aerei condotti dalle amministrazioni Trump e Biden hanno infatti incontrato significative difficoltà nel degradare in maniera decisiva l’arsenale di Ansarallah, anche a causa della scarsità di informazioni di intelligence sul terreno e delle capacità dei ribelli di disperdere, occultare e proteggere i propri sistemi d’arma.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono riusciti a interrompere efficacemente le linee di rifornimento degli Houthi e hanno perso diversi droni MQ-9 Reaper e due Boeing F/A-18 Super Hornet, allocando consistenti risorse in un’operazione che ha prodotto scarsi risultati concreti. Il successivo accordo di cessate il fuoco tra le parti ha portato gli Houthi a interrompere gli attacchi contro le navi statunitensi, consentendo loro tuttavia di proseguire le azioni ostili contro imbarcazioni israeliane e di altri Paesi. L’accordo è stato pertanto interpretato da diversi osservatori come un risultato favorevole, se non addirittura un rafforzamento della posizione degli Houthi. Infine, il confronto con l’Iran ha sottoposto a forte pressione le scorte missilistiche statunitensi, in particolare quelle relative agli intercettori Patriot. Un eventuale ingresso diretto nel conflitto costringerebbe Washington a dispiegare un considerevole numero di asset per proteggere l’esteso territorio saudita dagli attacchi asimmetrici degli Houthi, spesso condotti attraverso sistemi relativamente economici. Il risultato sarebbe un ulteriore deterioramento delle scorte militari statunitensi, proprio nel momento in cui Washington è già impegnata a preservare le proprie capacità per eventuali scenari di confronto con altre potenze.
Il retrenchment
Sin dal suo primo mandato, l’amministrazione Trump si è trovata ad affrontare il complesso compito di riaffermare il primato relativo degli Stati Uniti nel sistema internazionale, pervenendo ad una sintesi tra la necessità di evitare un eccessivo overstretching delle risorse statunitensi, e il contrasto all’avanzamento delle potenze revisioniste. Tra queste ultime si distinguono in particolare la Federazione russa, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica islamica dell’Iran, la cui potenziale convergenza venne identificata già negli anni Novanta da Zbignew Brezinski come uno scenario potenzialmente pericoloso per gli interessi statunitensi e per il mantenimento del primato americano. La National Security Strategy ha pertanto introdotto il concetto di un’America «selettivamente interventista», attribuendo priorità all’emisfero occidentale e richiedendo, nel contesto mediorientale, l’assunzione da parte dei partner regionali della responsabilità primaria in relazione al contenimento dell’Iran. Tale assunto è stato successivamente ribadito anche dalla National Defense Strategy. L’azione della Presidenza si è tuttavia sviluppata secondo una dinamica maggiormente ambivalente. Da un lato, Washington ha adottato misure coerenti con tali propositi, siglando un’importante intesa con Panama volto a garantire il dislocamento di truppe a rotazione nella zona del canale, nonché attraverso l’operazione militare risultata nella cattura del Presidente venezuelano Nicolas Maduro e nella successiva conclusione di un accordo allo scopo di garantire agli Stati Uniti l’accesso a una quota significativa delle riserve petrolifere venezuelane.
Dall’altro, la Presidenza ha agito in parziale controtendenza rispetto all’impostazione delineata dalla National Security Strategy, conducendo una massiccia campagna militare con l’obiettivo di degradare al massimo il coefficiente di potenza della più debole tra le tre principali potenze revisioniste e, soprattutto, dell’unica priva di un deterrente nucleare. L’operazione, tuttavia, non ha prodotto il rapido collasso delle forze iraniane auspicato da Washington, trasformandosi invece in un conflitto d’attrito, profondamente impopolare a livello politico, che ha messo in luce alcuni limiti delle capacità militari statunitensi.
La guerra ha inoltre inciso sulla credibilità internazionale degli Stati Uniti, anche a causa delle conseguenze prodotte sugli alleati, i quali hanno subito le conseguenze di un conflitto scatenato dagli Stati Uniti, non venendo neanche adeguatamente consultati in relazione al suo avvio. Parallelamente, la recente convocazione di un incontro tra l’Iran e le monarchie del Golfo, volto a discutere dello stato dello Stretto di Hormuz in assenza degli Stati Uniti, costituisce un ulteriore indicatore del possibile ridimensionamento dell’influenza americana nella regione, a dispetto delle numerose incognite che circondano il meeting, il quale difficilmente sembra destinato a produrre un accordo definitivo.
Alla luce di tali sviluppi, l’intersezione tra gli esiti dell’operazione contro l’Iran, l’avanzata degli Houthi e la progressiva riduzione dell’importanza relativa del Medio Oriente nella politica estera americana potrebbe paradossalmente favorire proprio la realizzazione dello scenario delineato dalla National Security Strategy e dalla National Defense Strategy. La conquista di Mokha e delle isole di Hanish e Perim da parte degli Houthi, con il conseguente rafforzamento della loro posizione lungo Bab el-Mandeb, ha infatti evidenziato come il progressivo disimpegno statunitense dalla regione risulti passibile trasferire sui partner locali la responsabilità della sicurezza di alcuni dei principali chokepoint del commercio globale. La richiesta saudita di un intervento americano e il rifiuto di Washington di assumere un ruolo diretto nel conflitto rappresentano, in questo senso, un esempio concreto della volontà statunitense di limitare il proprio coinvolgimento militare, anche a fronte di una minaccia potenzialmente rilevante per la sicurezza energetica e commerciale internazionale. Parallelamente, l’accordo siglato con Panama nel 2025 e l’azione militare contro il Venezuela hanno contribuito a rafforzare il primato politico statunitense nell’emisfero occidentale, mettendo in sicurezza la principale via di navigazione della regione e l’accesso alle riserve petrolifere venezuelane. Queste ultime, nonostante gli elevati costi di estrazione e trasporto, presentano infatti caratteristiche particolarmente adatte alle raffinerie costiere statunitensi, data la natura pesante e densa del greggio. Gli esiti della campagna nel Golfo Persico, uniti all’incapacità di impedire l’espansione degli Houthi lungo il Mar Rosso, potrebbero dunque spingere gli Stati Uniti a ricalibrare ulteriormente la propria politica estera, concentrando risorse e attenzione sull’emisfero occidentale e riducendo il proprio impegno diretto in Medio Oriente. Il paradosso della crisi attuale sarebbe quindi che proprio l’incapacità di Washington di ottenere una vittoria decisiva contro l’Iran e di impedire il rafforzamento degli Houthi, nell’ambito di una manovra che ha deviato dal percorso tracciato dalla National Security Strategy, potrebbe accelerare quel processo di retrenchment regionale che la strategia americana aveva già iniziato a delineare



