Il 16 settembre 2026 si è tenuto l’annuale discorso della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, al Parlamento Europeo ed agli Stati Membri, dove si è fatto il punto delle sfide più importanti in cui l’Unione è implicata e le misure che la Commissione intende mettere in atto per affrontarle. Quest’anno il tono della Commissione è stato particolarmente deciso e pragmatico, con la proposta di numerosi strumenti ed iniziative in ambito comunitario per passare all’azione in modo più coeso e deciso, soprattutto contro le azioni di guerra ibrida intraprese per dividere e disseminare l’insicurezza nella popolazione europea.
In questo articolo, si cercherà di fare chiarezza sulle iniziative menzionate, offrendo una mappa per seguire i prossimi sviluppi istituzionali in ambito di difesa europea.
Il Canada Come Membro Associato
Il punto più saliente e di impatto del discorso è sicuramente stato l’annuncio del Canada come “membro associato dell’UE”. La partnership tra Ottawa e Bruxelles, forte già dell’accordo commerciale CETA (ancora in via di approvazione da parte di alcuni Stati Membri dell’UE), aveva subito un recente sviluppo significativo in ambito difensivo a luglio 2025, tramite il lancio della partnership difensiva tra le due sponde dell’Atlantico quando già la seconda presidenza di Trump alla Casa Bianca aveva iniziato a dare preoccupazioni (con le provocazioni riguardo alla possibilità che il Canada diventasse il 51esimo Stato). Questa partnership precedeva la crisi groenlandese del dicembre 2025, ma le guerre doganali degli Stati Uniti contro il Canada e l’Unione Europea hanno potuto solamente spingere i due a collaborare per aumentare la propria resilienza verso un “egemone predatorio” come l’America di questa presidenza.
Il presidente canadese, Mark Carney, aveva già sollecitato durante il World Economic Forum di Davos di gennaio 2026 le potenze-medie, come il Canada e l’UE, a collaborare per preservare le norme internazionali vis-à-vis di un’aumentata prepotenza dei grandi attori internazionali. Da qui si era iniziato a parlare di un’aumentata cooperazione euro-canadese. L’ingresso del Canada come membro ordinario dell’UE è impossibilitato dall’Articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, che limita la possibilità d’ingresso a soli paesi del continente europeo. Tuttavia, rapporti più stretti tra le due sponde dell’Atlantico sono richiesti dalla maggior parte dei cittadini canadesi.
Da un punto di vista diplomatico, resta ancora incertezza riguardo a che cosa il termine “membro associato” implichi, anche tra le Capitali europee. Politico riporta infatti che Von der Leyen non aveva preannunciato l’uso di questo titolo. È tuttavia probabile che consista in qualcosa di simile alle dinamiche dell’Area Economica Europea (cui partecipano Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera). Sempre Politico dichiara che un funzionario europeo a conoscenza dei colloqui ha definito questa nuova categoria di partner riguardante il rafforzamento del libero scambio e una cooperazione in settori come la difesa, l’intelligenza artificiale e la scienza high-tech, ma non i diritti politici o la libera circolazione come tra i membri “regolari” dell’UE. Inoltre, futuri membri associati potrebbero anche essere Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Giappone, ma non il Regno Unito, a cui, in quanto in Europa, rimarrebbe aperta la possibilità di tornare membro ordinario. Per ora, il 17 settembre, Carney ha ventilato davanti alla plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo i potenziali benefici della partecipazione del Canada ai programmi Erasmus+ e Horizon Europe (rispettivamente legati alla collaborazione internazionale negli ambiti dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione) e alla costruzione di un mercato comune per i servizi finanziari ed il commercio digitale di beni non agricoli. Ottawa e Bruxelles si incontreranno nuovamente alla fine di ottobre 2026, secondo il New York Times, per discutere nei dettagli in che cosa consista il concetto di “membro associato”.
Una Nuova Strategia di Sicurezza
Il secondo grande punto riguardante la politica estera dell’Unione concerne il lancio di una Nuova Strategia di Sicurezza europea. La Strategia Europea di Sicurezza è un documento programmatico che dichiara la visione della geopolitica internazionale da parte dell’Unione Europea, includendo le sfide percepite e le soluzioni proposte. L’UE si era già dotata di Strategie di Sicurezza prima nel 2003, poi nel 2016 (la Global Strategy firmata da Federica Mogherini) e infine nel 2022, con la Bussola Strategica dell’Alto Rappresentante Josep Borrell. Un briefing del Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo riporta che la Nuova Strategia sarà composta da una valutazione dei rischi, una comunicazione congiunta e una tabella di marcia per la sua attuazione e che sarà mirata a ridefinire l’Unione come un attore in ambito della sicurezza continentale, rinforzando la necessità di raggiungere l’autonomia strategica europea per far fronte a minacce convenzionali e ibride. La Strategia probabilmente denuncerà il perseverare di azioni di destabilizzazione provenienti dalla Russia (adottando quindi un rapporto meno ambiguo verso Mosca) e ricalibrerà il rapporto transatlantico con Washington alla luce della National Security Strategy del 2025. La Strategia probabilmente rifletterà la necessità di rinforzare e rendere manifesto un sistema di difesa collettiva europea extra-NATO, assicurato già dall’esistente Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, ma le cui meccaniche sono rimaste oscure fino al wargame dei ministri della difesa con l’Alta Rappresentante Kallas di aprile 2026. È inoltre probabile che la Nuova Strategia includa i nuovi strumenti lanciati dalla Presidente Von der Leyen in ambito di politica di sicurezza e difesa comune, riportati di seguito.
Contrasto Più Netto alla Guerra Ibrida
In questo ambito sono state lanciate due iniziative complementari: il Counter Hybrid Playbook e l’Emergency Security Protocol. L’idea dietro queste due proposte è di rendere ogni attacco ibrido contro l’UE più costoso da mettere in atto. L’UE quindi in un certo senso riconosce che la guerra ibrida è una realtà quasi quotidiana sul territorio dell’Unione e intende dotarsi dell’architettura istituzionale.
Da un lato, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha espresso la necessità per gli Stati membri di dotarsi, all’interno dell’architettura europea, di uno strumento analogo (e compatibile) con l’Articolo 4 della NATO, che riguarda le consultazioni tra Alleati in caso in cui “la sicurezza territoriale, l’indipendenza o la sicurezza di una delle Parti sia minacciata”. Il Protocollo sarebbe dunque un prolungamento del sopracitato Articolo 42.7 del Trattato dell’Unione Europea, la clausola esistente di mutua difesa collettiva talvolta considerata più “seria” dello stesso Articolo 5 della NATO. In questo senso, l’Emergency Security Protocol permetterebbe ai 27 di coordinare una risposta agli attacchi ibridi, evitare l’escalation e mitigare l’impatto dell’attacco, ma una possibile vulnerabilità potrebbe essere rappresentata dalla decisione di utilizzare, anche qui, il voto all’unanimità che cronicamente paralizza le decisioni di politica estera del blocco, come si è visto con i pacchetti di sanzioni alla Russia.
Dall’altro lato, a questo Protocollo “teorico” si aggiungerebbe il Counter-Hybrid PlayBook, ovvero un insieme di strumenti operativi. Il Protocollo, stando alle parole di Von der Leyen, è anche importante non solo per creare coesione tra i 27 e assistenza ove necessario, ma anche per standardizzare la risposta dei governi europei a specifici tipi di attacchi ibridi. Secondo Euronews, il vantaggio dell’avere un Articolo 4 europeo, sarebbe quello di poter venire attivato in un contesto di attacco ibrido “sotto-soglia”, rispetto alla natura strettamente militare della NATO.
Un Consiglio di Sicurezza Europeo e lo Strumento per i Facilitatori Strategici
Questa configurazione di summit dei leader dei 27 più Alleati molto stretti (come Regno Unito, Ucraina, Norvegia ed il sopracitato Canada) rappresenta un’istituzionalizzazione di un format già esistente. Nonostante i leader di questi paesi si incontrino già con una frequenza relativamente elevata per discutere di questioni legate alla difesa, ciò avviene in ambito extra-UE, come incontri intergovernativi informali. Nonostante l’idea non sia nuova (era stata già proposta dal Presidente Francese Emmanuel Macron durante la campagna presidenziale del 2017), Von der Leyen non ha dato dettagli riguardo a quando questa iniziativa verrà lanciata, probabilmente a causa della necessità di discuterla più nel dettaglio a livello dei capi di Stato. È però importante riflettere su quanto questo format possa duplicare architetture già esistenti, come la NATO, o in via di sviluppo, come la Coalizione dei Volenterosi. A marzo 2026, l’ex Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, Nathalie Tocci, aveva immaginato l’iniziativa in modo relativamente simile al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con membri permanenti (i paesi europei più grandi o rilevanti in ambito di difesa, le istituzioni europee, il paese detenente la presidenza di turno del Consiglio dell’UE) ed altri a rotazione. Tocci ritiene che una simile istituzione genererebbe un senso di unità ancora maggiore nell’affrontare le minacce all’UE, ammettendo tra i partecipanti paesi con “percezioni di rischio convergenti” per evitare blocchi da paesi filorussi come l’Ungheria di Orbán ieri e oggi la Slovacchia di Fico (o dagli Stati Uniti all’interno del contesto NATO). Inoltre, questo Consiglio sarebbe più duraturo nella gestione della difesa europea della Coalizione dei Volenterosi, il cui scopo è centrato (e dunque limitato) sull’aggressione russa all’Ucraina, senza offrire un piano istituzionale mirato alla reale convergenza delle difese europee in un tempo in cui la minaccia russa ed il disimpegno statunitense sembrano confermarsi come tendenze a lungo termine.
Von der Leyen ha lanciato poi lo sviluppo di uno Strumento per i Facilitatori Strategici (in inglese “strategic enabler”), che fornirebbe fondi europei e coordinamento nello sviluppo di queste capacità (sull’onda della risoluzione approvata dal Parlamento Europeo a marzo 2026), finanziando progetti internazionali come il promettente progetto antimissilistico euro-ucraino Freyja. In modo totalmente nuovo, la Presidente della Commissione ha definito le capacità cibernetiche come una capacità operativa, al pari di radar, missili e lanciatori. I facilitatori strategici erano già stati identificati precedentemente “solo” come una forte priorità dal Readiness 2030 finanziato dai fondi SAFE. Inoltre, la Presidente ha proposto di usare il restante inutilizzato finora di questi ultimi (circa 10-20 miliardi di euro) per finanziare progetti congiunti con compagnie ucraine, sul modello di Freyja.
Nel complesso, quindi, il discorso sullo Stato dell’Unione del 2026 disegna un’Unione Europea che intende superare la logica emergenziale e reattiva che ha da sempre caratterizzato la sua risposta alla guerra ibrida. L’UE propone di dotarsi invece di un’architettura istituzionale più stabile e assertiva, fatta per gestire invece che reagire. Tuttavia, nei prossimi mesi si vedrà se questa “spinta pragmatica” riuscirà a tradursi in decisioni operative concrete o se si arenerà nelle stesse dinamiche che hanno storicamente paralizzato la politica estera comune, in primis il voto all’unanimità e le gelosie nazionali. La pubblicazione della Nuova Strategia di Sicurezza Europea e il vertice euro-canadese di fine ottobre 2026 rappresenteranno quindi i primi banchi di prova per capire se queste proposte si riveleranno un esercizio retorico-burocratico o invece passi significativi verso l’autonomia strategica.


