Nell’arco di pochi giorni, due notizie hanno toccato da vicino la difesa aerea e antimissile della Marina Militare. A fine settembre Fincantieri e Leonardo, attraverso la joint venture Orizzonte Sistemi Navali, hanno firmato con OCCAR un contratto da 3,7 miliardi di euro per due nuovi cacciatorpediniere DDX, con consegne previste nel 2033 e nel 2035. Il 1° ottobre, invece, il disegno di legge (ddl) di riforma della Difesa ha avviato il suo esame al Senato, con l’audizione del Ministro Crosetto sulla necessità di accorciare i tempi di acquisizione e certificazione dei nuovi sistemi.
Le due notizie sono più legate di quanto sembri. I DDX porteranno alla Marina capacità di difesa aerea e antimissile integrata (IAMD) superiori e altamente innovative, diventate centrali negli ultimi anni, come ha dimostrato anche l’esperienza italiana nel Mar Rosso. Arriveranno però solo dal 2033: fino ad allora la risposta dovrà venire dalle unità in servizio e dalla rapidità con cui sarà possibile dotarle di sistemi aggiornati. È qui che il ddl può fare la differenza.
Che cosa è il DDX
I DDX saranno unità lunghe 180 metri, con un dislocamento di 13.500 tonnellate, un equipaggio di 251 persone, un’autonomia di 4.000 miglia nautiche e una velocità di crociera di 15 nodi. Si tratterà di unità altamente digitalizzate, automatizzate e che potranno garantire una maggiore integrazione tra sensori, sistemi d’arma e sistemi di comando e controllo (C2). Tutto ciò è concentrato nel nuovo sistema di combattimento.
Progettato da Leonardo, integra il sistema di comando SADOC 5 (C5I – Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Collaborazione e Intelligence), un nuovo radar AESA (antenne a scansione elettronica attiva più resistenti al jamming, ad alta affidabilità e bassa tracciabilità) in banda S (una frequenza che garantisce maggiore portata e riduce il disturbo causato dal moto ondoso) e il sistema missilistico di MBDA. A completare il quadro sono la componente di guerra elettronica di Elt Group e sistemi di artiglieria e difesa ravvicinata dotati di munizionamento intelligente.
Annunciato con un avviso di preinformazione a fine dicembre 2025, il programma individuava fin da subito nelle FREMM EVO la base progettuale dei DDX, indicati a loro volta come futuri sostituti dei cacciatorpediniere (DDG) Durand de la Penne e Mimbelli, oggi già ritirati. Erano previsti, per i DDX, compiti di scorta ai gruppi navali e IAMD, con un’entrata in servizio allora stimata intorno al 2030.
Come però emerge dall’ufficializzazione del contratto, i DDX non si limiteranno a rimpiazzare i due DDG ritirati della classe Ammiragli, ma permetteranno un salto di qualità per le capacità IAMD della Marina. Proprio grazie al nuovo sistema di combattimento, i DDX saranno dotati di capacità IAMD in grado di contrastare sia minacce balistiche, sia ipersoniche, con un balzo in avanti senza precedenti.
I DDX garantiranno inoltre la piena interoperabilità multidominio alla base di Michelangelo, l’architettura di difesa presentata nel novembre 2025 da Leonardo. Descritta come nuovo paradigma di difesa, sarà in grado di garantire la gestione integrata e simultanea attraverso l’interconnessione tra i domini aereo, navale, e terrestre, in uno spazio cyber sicuro e supportato da un sistema di intelligenza artificiale.
Fuori tempo
Le capacità IAMD della Marina sono state messe alla prova negli ultimi anni dalle operazioni nel Mar Rosso, dove sono emerse alcune criticità. Le unità italiane hanno dovuto più volte aprire il fuoco contro droni, consumando numerosi intercettori e sostenendo un impegno a intensità maggiore di quella per cui la Marina era effettivamente preparata.
L’esposizione a questa intensità non è però stata vana. La Marina si è adattata cambiando le procedure di addestramento e formalizzando, nell’aprile 2026, l’estensione a tutti i Pattugliatori Polivalenti d’Altura (PPA) della configurazione Full, l’unica delle tre ottimizzata per operazioni ad alta intensità. La scelta non viene ricondotta esplicitamente all’esperienza del Mar Rosso, ma ne rispecchia la lezione principale: le capacità IAMD vanno portate a poter operare a più alta intensità e devono essere disponibili fin da subito.
A saltare all’occhio però sono le tempistiche. Se è vero che i DDX consentiranno alla Marina di guadagnare capacità estremamente rilevanti e necessarie, è anche vero che quelle stesse capacità sono già oggi rilevanti e necessarie. Il quadro risente anche del posticipo dei tempi: l’entrata in servizio era inizialmente stimata intorno al 2030, mentre oggi la consegna della prima unità è prevista per il 2033 e quella della seconda per il 2035.
La leva della riforma
Il problema, dunque, troverà una risposta, ma solo in futuro, con l’arrivo dei DDX. Fino ad allora, però, la questione resta in gran parte aperta. Le due FREMM EVO, attese tra il 2029 e il 2030, porteranno capacità anche contro la minaccia balistica e, insieme ai PPA in configurazione Full, potranno affiancare le Orizzonte nella difesa aerea e antimissile. A differenza di queste ultime, però, FREMM EVO e PPA non sono specializzate in quel ruolo, e per alcuni anni resterà comunque un vuoto.
Colmarlo non dipende dall’arrivo di altre navi, ma dai sistemi installati su quelle in servizio: la Marina deve poter integrare rapidamente le soluzioni più efficaci ed efficienti, restando al passo con l’innovazione. Oggi i tempi non lo consentono: secondo il Ministro, un processo di acquisizione dura 4-5 anni e una certificazione 2-3, con il rischio che un sistema arrivi in servizio già superato. Il ddl Difesa punta a intervenire proprio su questo punto, aprendo prove e sperimentazione a centri esterni alla Difesa, come politecnici, università e RINA, e introducendo procedure di fast prototyping che coinvolgono direttamente gli utilizzatori. Dalla sua approvazione, e poi dalla sua attuazione, dipenderà la capacità della Marina di aggiornare le proprie unità al ritmo imposto dall’evoluzione delle minacce, e quindi di coprire il vuoto fino all’arrivo dei DDX.


