09/10/2026
Europa, NATO

La ribellione slovacca interroga la coesione della NATO

di Lorenzo Avesani e Fabio Maina

Le affermazioni del primo ministro slovacco, Robert Fico, hanno suscitato polemiche dentro e fuori dalla Slovacchia. Sebbene sia nota la freddezza di Bratislava nei confronti degli impegni NATO, il ricorso ad una retorica di contestazione per fini domestici alimentano dinamiche di “normalizzazione della devianza” che incidono sulla fiducia e sulla coesione tra gli alleati.

Il 17 settembre 2026, il primo ministro Robert Fico partecipò all’inaugurazione del nuovo ospedale J. A. Reiman di Prešov, nella Slovacchia orientale. Durante la cerimonia, Fico tenne un discorso nel quale espresse, tra le altre cose, preoccupazione per l’andamento del conflitto russo-ucraino. In particolare, egli dichiarò di non voler vedere la Slovacchia coinvolta in alcun conflitto militare “a causa di un certo articolo 5” in riferimento al principio della difesa collettiva sancito dalla NATO. L’affermazione venne criticata dai partiti di opposizione i quali accusarono il primo ministro di servire gli interessi russi e di minare la credibilità internazionale del Paese.

La controversia non si limitò ai confini nazionali. Il Presidente della Repubblica Ceca, Petr Pavel, condannò duramente le parole di Fico bollandole come “estremamente gravi” e accusando Bratislava di mancanza di solidarietà. A sua volta, il primo ministro slovacco rincarò la dose, affermando che Pavel, in qualità di ex generale della NATO, fosse intenzionato a entrare in guerra. Interventi successivi spensero le polemiche. Il primo ministro ceco Andrej Babiš, considerato politicamente vicino a Fico, non commentò direttamente la querelle, ribadendo che Praga avrebbe rispettato gli impegni assunti in ambito NATO. Il presidente della Repubblica slovacca, Peter Pellegrini, prese le distanze dalle dichiarazioni di Fico, ribadendo che Bratislava avrebbe mantenuto gli impegni assunti come membro dell’Alleanza Atlantica. Quest’ultima non si espresse sulla questione.

Nonostante la Slovacchia sia ancorata all’Alleanza, i commenti del primo ministro producono effetti non trascurabili. Perseguendo una linea di politica estera (simbolicamente) conflittuale nei confronti dei suoi partner principali, Fico mina l’immagine della Slovacchia come alleato affidabile, specialmente agli occhi dei Paesi la cui percezione della minaccia proveniente da Mosca è più elevata. La retorica slovacca contribuisce all’impoverimento del dibattito strategico presentando un quadro distorto del principio di difesa collettiva le cui implicazioni possono essere molto pericolose.

Un equilibrio precario

L’attuale governo sta perseguendo la “Strategia dei Quattro Punti Cardinali”, un approccio di politica estera che riflette un atteggiamento nazionalista il cui obiettivo è definire un proprio spazio di autonomia. Esso si traduce nel perseguimento di canali diplomatici con partner alternativi a quelli occidentali, principalmente i BRICS, pur rimanendo ancorato alle istituzioni euro-atlantiche.  L’essenza della strategia risiede nell’equilibrio diplomatico, volto a creare nuove opportunità per la Slovacchia e a facilitare il perseguimento degli interessi nazionali fondamentali, in particolare nei settori degli investimenti e della politica energetica. Inoltre, Bratislava considera il Gruppo di Visegrád lo spazio regionale primario nel quale far fronte comune su questioni di interesse condiviso nonché i Paesi asiatici e attori quali l’ASEAN partner commerciali di rilievo nei rapporti con il Sud Globale.

Tale equilibrio, tuttavia, appare opportunistico e dettato dall’agenda domestica, piuttosto che da una visione lungimirante. La Strategia ha conosciuto uno sviluppo significativo soprattutto nella dimensione orientale, traducendosi in un progressivo processo di de-europeizzazione della politica estera slovacca e in un avvicinamento a Russia e Cina. Ciò si traduce in un braccio di ferro continuo con i partner occidentali sulle principali questioni di sicurezza internazionali. Il dossier della guerra in Ucraina è la massima espressione dell’opportunismo che caratterizza la politica estera del governo Fico. Pur continuando a sostenere indirettamente l’Ucraina, Bratislava non rinuncia ad attaccare verbalmente l’Unione europea e la NATO accusandole di alimentare un’escalation militare con Mosca e minacciando di utilizzare il potere di veto, laddove possibile, per ottenere concessioni.

La politica interna spiega l’inasprimento dei toni. L’economia slovacca mostra segnali di debolezza, mentre le politiche del governo, che combinano austerità e contenimento dei prezzi dell’energia, non sono finora riuscite a riportare il deficit su livelli sostenibili né a imprimere un’accelerazione alla crescita. Il malcontento dell’opinione pubblica si sta traducendo in un calo di consensi verso l’attuale coalizione di governo. A beneficiare da questa situazione è il partito di estrema destra Republika il quale sfida il governo sulla retorica contro le istituzioni euro-atlantiche e il sostegno all’Ucraina. Perciò, la retorica di Fico si è progressivamente inasprita negli ultimi tempi seguendo l’indicazione del leader del Partito Nazionale Slovacco (SNS, Slovenská Národná Strana), Andrej Danko, alleato di governo, che lo ha esortato ad assumere una posizione più decisa, sul modello dell’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán.

Inoltre, il 29 settembre 2026 è scoppiata una crisi di governo legata alla sfiducia del ministro dell’ambiente Tomáš Taraba. Tale episodio potrebbe tradursi in un voto di sfiducia in Parlamento, rendendo possibile l’ipotesi di elezioni anticipate già nel gennaio 2027, qualora non sussistessero più le condizioni per garantire la prosecuzione dell’attuale esecutivo. In tale scenario, il Paese diverrebbe teatro di una campagna elettorale polarizzata. Sul piano della politica estera, la Slovacchia potrebbe rappresentare un ulteriore punto di vulnerabilità per l’UE, anche alla luce della sua esposizione alle campagne di disinformazione russa, già emersa nelle precedenti elezioni nazionali.

Devianza normalizzata?

Sebbene le parole del leader slovacco possano essere interpretate come una performance a fini di politica interna, esse si inseriscono in un contesto di apprensione circa il conflitto in Ucraina e le intenzioni di Mosca nei confronti dei paesi NATO. Gli Stati parte di un’alleanza militare vivono quello che il politologo americano Glenn Herald Snyder ha definito il “dilemma della sicurezza”. Da un lato, gli Stati temono di rimanere intrappolati in un conflitto indesiderato: un alleato che pensa di poter contare sull’appoggio degli altri membri dell’alleanza potrebbe essere tentato ad iniziare un conflitto con un rivale, rischiando di trascinare i suoi alleati in un conflitto indesiderato.

Per questa ragione, spesso i trattati di alleanza rimangono vaghi circa gli obblighi degli alleati, ed è il caso anche dell’Articolo 5. Difatti, il principio di difesa collettiva non comporta l’ingresso automatico in guerra degli alleati contro un paese terzo in caso di aggressione di quest’ultimo nei confronti di un altro membro NATO. Invece, ciascun membro fornisce assistenza intraprendendo “l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”. Ogni Stato membro ha, quindi, piena discrezione nel determinare quale supporto intende fornire agli alleati in caso di attacco.

Al contempo, tale vaghezza porta gli Stati a temere lo scenario opposto: che un alleato decida di ridurre il proprio impegno nell’ambito dell’alleanza o ne esca completamente. Gli Stati valutano il livello di impegno di un alleato anche osservando il comportamento di quest’ultimo in situazioni che non chiamano direttamente in causa gli obblighi derivanti dall’Alleanza, ma nelle quali nondimeno ci si aspetta solidarietà dagli alleati. Queste aspettative informali costituiscono un “alone politico” che caratterizza ogni alleanza.

Negli ultimi anni, il timore dell’abbandono è accresciuto specialmente a causa della crescente contestazione dell’ordine liberale internazionale e, quindi, anche della stessa NATO. Diversi leader hanno incanalato questi sentimenti dell’opinione pubblica e reso l’opposizione a tale ordine, motivata da narrazioni sovraniste, una fonte importante di consenso interno. L’ostruzionismo per fini (anche) domestici, accompagnato da retorica iperbolica, è stato messo in atto già da Recep Tayyip Erdoğan, il quale minacciò velatamente il riallineamento della Turchia nel 2018, e da Orbàn, che ha, in passato, bloccato la cooperazione NATO-Ucraina per questioni bilaterali relative alla tutela della minoranza ungherese nel Paese, e ostacolato assieme alla Turchia l’ingresso della Svezia nell’Alleanza.

Tuttavia, il caso slovacco è differente dai precedenti. Data la debolezza politica interna, Fico ha finora evitato di ricorrere all’ostruzionismo, preferendo la contestazione retorica di fronte al pubblico domestico. Bratislava rispetta tutti gli impegni NATO e si è mostrata disposta ad assumerne di nuovi come la partecipazione alla Baltic Air Policing a partire dal 2027. Per tale ragione, la tendenza da parte dell’Alleanza e di diversi esperti è porre i commenti del primo ministro slovacco e dei suoi partner politici in secondo piano, soffermandosi sul contributo materiale alla NATO.

Dal momento che questo tipo di retorica iperbolica e a tratti ostile all’Alleanza non produce reazioni concrete da parte degli alleati, diversi attori politici vedono in essa una strategia a basso costo per acquisire o rafforzare il consenso interno, specie ad oggi, data la rilevanza che questioni di sicurezza internazionale e difesa hanno assunto nel dibattito politico. Altri leader, come il primo ministro bulgaro Rumen Radev e l’omologo ceco Andrej Babiš, adottano una simile strategia, e forze politiche in Stati chiave, come Francia e Germania, promettono una riduzione del livello di impegno nell’Alleanza.

Implicazioni

Questa “normalizzazione della devianza” rischia di causare ingenti danni alla coesione dell’Alleanza nel lungo termine. Da un lato, i Paesi NATO saranno sempre più incerti delle intenzioni dei loro partner. Nel caso slovacco, secondo alcune indiscrezioni, le agenzie di intelligence dei paesi NATO avrebbero da tempo smesso di condividere alcune informazioni sensibili con Bratislava proprio a causa dell’ambiguità del suo governo. Dall’altro, la ripetuta politicizzazione dell’Alleanza rischia di accrescere l’ostilità dell’opinione pubblica nei suoi confronti, con potenziali ricadute sulla politica estera dei singoli Paesi. La retorica di Fico si inserisce in un contesto già polarizzato, e la sua riluttanza a portare la contestazione della NATO a un livello superiore (ad esempio, tramite l’ostruzionismo à la Orbán) lo rende vulnerabile a critiche da parte delle forze più estreme sia nella sua coalizione (SNS), sia all’esterno (Republika).

La tendenza a politicizzare l’Alleanza è osservabile in diversi altri Paesi membri, specie a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. I rischi di questa politica apparentemente a basso costo sono due: il primo è l’instaurarsi di un processo di outbidding ovverosia una progressiva radicalizzazione delle istanze di politica estera da parte dei partiti politici, il cui esito può avere risvolti strategicamente pericolosi come, ipoteticamente, un’uscita dall’Alleanza. Il secondo è che, tollerando e normalizzando queste manifestazioni retoriche di disimpegno da parte di un numero crescente di membri, si giunga ad un progressivo svuotamento del significato della NATO.

Perciò, il caso slovacco mostra come la dimensione normativa sia un elemento fondamentale della coesione  dell’Alleanza Atlantica senza la quale non è possibile concretizzare la difesa collettiva come impegno concreto. Contrastare la retorica del disimpegno significa, dunque, evitare che attori ostili possano strumentalizzare una vulnerabilità dell’Alleanza e trasformarla in una leva per una progressiva erosione della sua coesione.

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