“Brexit has done more harm than good”. Queste sono le parole usate dal primo ministro inglese Andy Burnham durante il suo discorso alla conferenza annuale del Partito Laburista. L’uscita del premier riporta al centro del dibattito politico l’evoluzione delle relazioni tra il paese e l’Unione Europea in vista del summit che si terrà a novembre a Bruxelles, dove Burnham intende portare sul tavolo diverse opzioni su come questa partnership possa evolversi e essere ufficialmente definita. E tra le opzioni da considerare, secondo quanto dichiarato in un’intervista alla BBC, non si esclude il “go all the way”, ossia aderire nuovamente all’UE.
Dunque, il Regno Unito è pronto a cambiare rotta ed invertire la Brexit? La situazione è decisamente più complessa. Infatti, un ritorno pieno non potrebbe essere né immediato né semplice, basti guardare alla Brexit stessa. Il referendum del 2016 espresse l’intenzione dei cittadini britannici di uscire dall’UE, ma è stato seguito da quasi quattro anni di negoziati, che hanno portato all’uscita effettiva solo nel gennaio del 2020. Il rientro richiederebbe dunque tempo per definire modalità e regole comuni e un accordo decisamente più difficile rispetto a quello dell’uscita, con la necessità di rivedere e adattare le vecchie regole alla luce del nuovo corso degli eventi. Tuttavia, una parziale reintegrazione delle collaborazioni strutturali è già in corso, mostrando la possibilità di reintegrazioni specifiche e settoriali, rendendo i rapporti tra UE e UK più di un binario dentro o fuori.
Una Brexit sempre più impopolare
Dopo un decennio dalla decisione dei cittadini britannici di far uscire il proprio paese dall’Unione Europea, con il 52% a favore di “Leave”, l’opinione pubblica è cambiata. Secondo un sondaggio di YouGov UK, una maggioranza ancora più ampia di quella che all’epoca vinse il voto, il 57%, ritiene che sia stata una scelta sbagliata, mentre solo il 30% si dichiara d’accordo con il voto sulla Brexit, confermando un trend nato sin dall’uscita effettiva nel 2020 e ora consolidato. Infatti, secondo il 61% del Regno Unito l’uscita è stata un fallimento, e tra i vecchi sostenitori della Brexit soltanto il 25% crede che sia stato più di un successo.
L’opinione sfavorevole dei cittadini si riflette nelle condizioni economiche rilevate dagli economisti, come evidenziato nel report “The Economic Impact of Brexit” del National Bureau of Economic Research. Si stima che la Brexit abbia prodotto una riduzione tra il 6 e l’8% del PIL pro capite, abbassando al contempo dal 3 al 4% sia l’occupazione sia la produttività. Una forte incertezza ha pesato sugli investimenti, che sono scesi tra il 12 e il 13%, con il 40% delle imprese che riconoscono l’uscita dall’UE come una delle tre principali fonti di incertezza. La crescita del Regno Unito prima della Brexit era così rapida che il paese avrebbe potuto tenere il passo con gli Stati Uniti, se non fosse uscito dall’UE, secondo quanto stimato dall’economista Nick Bloom della Stanford University.
L’impopolarità della Brexit ha rotto quel blocco che per anni ha spinto i partiti a evitare di discutere del referendum, visto come una questione particolarmente divisiva, mentre il governo britannico era piuttosto concentrato su come gestire la transizione verso una Gran Bretagna più indipendente. Adesso, invece, la Brexit sta perdendo quell’alone di intoccabilità che la circondava, aprendo la discussione su quali siano le vie percorribili per riavvicinare l’UK all’Europa.
Il ritorno è già iniziato?
Sin dall’uscita della Gran Bretagna dall’UE, le due parti hanno discusso attivamente di come cooperare, riconoscendo la necessita’ di mantenere un quadro di cooperazione su temi di interesse comune anche se fuori dall’Unione. Ultimamente, sono stati compiuti passi significativi verso un riavvicinamento più deciso, evidenziando come questo percorso sia graduale e non un’improvvisazione dell’ultimo minuto.
A maggio 2025, un summit UK-EU ha avviato una nuova ondata di accordi che prevedono una maggiore cooperazione tra le due parti. Il Security and Defense Partnership facilita la coordinazione tra le governance europea e britannica nella gestione delle minacce globali, esplorando poi la possibilità della partecipazione della Gran Bretagna al fondo Security Action for Europe (SAFE). Maggiore cooperazione in diverse aree è stata stabilita attraverso il Common Understanding, e le due parti hanno espresso il proprio interesse per l’implementazione di due trattati fondamentali, il Withdrawal Agreement e il Trade and Cooperation Agreement (TCA), affrontando problematiche chiave per entrambe, come l’accesso reciproco alle acque fino al 2038 o discutere di maggiore cooperazione energetica.
Il summit ha inoltre stabilito la riapertura della partecipazione del Regno Unito, dal 2027, a uno dei programmi simbolici di collaborazione tra le nazioni europee, l’Erasmus+, di cui non faceva più parte a seguito dell’uscita dall’Unione. Così, si stima che più di 100.000 persone beneficeranno di questa politica solo nel primo anno, consentendo di svolgere apprendistati presso aziende europee, studiare in istituti europei e organizzare nuove iniziative formative.
Tali misure mostrano dunque una Gran Bretagna che si sta avvicinando progressivamente sempre di più all’Unione Europea, intensificando i framework esistenti, rientrando in programmi a cui aderiva quando era Stato membro e stabilendo nuove forme di cooperazione. Così, pur non rientrando nell’UE a livello istituzionale, sta attivamente riducendo la distanza creata dalla Brexit: ciò ricostruisce lentamente l’integrazione europea, ma al contempo rende meno netta la distinzione tra dentro e fuori l’Unione.
Rientrare, ma a quali condizioni?
Il primo ministro inglese Burnham, spiegando meglio le sue intenzioni alla stampa, sta valutando diverse opzioni in merito all’evoluzione dei rapporti tra UE e UK, cercando un consenso generale su quale sia la migliore per la Gran Bretagna.
Una possibilità sarebbe quella di rientrare nell’unione doganale europea, come proposto dall’ex cancelliere dello scacchiere Tory George Osborne. Quest’ultimo la riconosce come una soluzione facilmente attuabile, dato che richiederebbe tempi brevi per l’adesione e potrebbe dare una spinta all’economia britannica. La misura, a quanto dichiarato in un’intervista al giornale The Independent, non era stata nemmeno inizialmente considerata nel quadro della Brexit ed era stata spinta dall’idea di possibili grandi accordi commerciali con gli Stati Uniti.
Un’altra soluzione sarebbe tornare a far parte del mercato unico europeo, dove merci, servizi, capitali e persone potrebbero muoversi liberamente. Ciò potrebbe essere potenzialmente favorevole in particolare per l’industria britannica, considerando che il 41% delle esportazioni del Regno Unito nel 2025 era diretto verso le nazioni europee. Oppure la Gran Bretagna dovrebbe considerare di tornare pienamente come Stato membro: questo avrebbe l’impatto economico più importante, portando a un aumento del PIL del Regno Unito di 92 miliardi in 5-10 anni, senza però permettere di cancellare completamente tutte le perdite subite a causa della Brexit.
Dall’altra parte, andrebbero considerate le intenzioni dell’Unione Europea. Il Regno Unito era uno Stato membro con una serie di esenzioni particolari: ne è un esempio l’unione monetaria, nella quale il paese ha potuto esimersi dall’adozione dell’euro, e anche Schengen, che permetteva alla Gran Bretagna di effettuare controlli di frontiera e di identità. Pretendere di riacquisire questo status speciale in caso di riadesione non sarebbe scontato nel Regno Unito. Il presidente francese Macron, commentando l’uscita dal premier inglese, ha dichiarato che il Regno Unito è più che benvenuto a tornare, ma che non può “decide to take what suits you and leave the rest”, ovvero scegliere di aderire solo alle politiche europee che gli convengono.
L’opinione del presidente francese rispecchia quella dell’opinione pubblica in alcuni paesi europei, come la Francia e la Germania. Secondo un sondaggio YouGov, il 63% dei tedeschi e il 58% dei francesi sostengono il rientro dell’UK nell’UE, ma solo se legato a una piena partecipazione alle politiche europee, mentre, quando interrogati sul ripristino dei precedenti opt-out inglesi, il sostegno cala rispettivamente al 39% e al 36%. Inversamente, se il supporto per la riadesione è al 55% tra i britannici, cala al 35% se queste condizioni particolari non possono più essere garantite al paese.
Un ritorno che cambierebbe anche l’Europa
Pur essendo stato stabilito che il riavvicinamento all’UE possa essere favorevole alla Gran Bretagna sotto alcuni aspetti, è importante considerare se ciò sia visto allo stesso modo nell’Unione Europea. L’attuale situazione internazionale, caratterizzata da minacce russe alla difesa europea, da relazioni transatlantiche instabili e dalla ricerca dell’Europa di proporsi come un polo di democrazia liberale nel mondo, avvicinando altri paesi attraverso nuove forme di collaborazione, come il Canada, farebbe pensare che gli Stati membri sarebbero immediatamente pronti ad abbracciare il ritorno dell’Inghilterra nell’UE. Tuttavia, pur esprimendo motivazioni a favore di un riavvicinamento, la situazione è decisamente più complessa e rivela divisioni politiche tra gli stati europei sulla linea da seguire.
Se gli stati del Nord Europa si dimostrano tendenzialmente più favorevoli a ricostruire il rapporto con i britannici, altri membri, come la Francia, sono più scettici. Infatti, dalla Brexit, molte cose sono cambiate all’interno dell’UE e la Francia stessa ha esercitato un’importante influenza nel definire quale strategia adottare, preferendo lavorare a un’integrazione più profonda tra un gruppo ristretto di nazioni rispetto all’allargamento dell’Unione. Il reingresso di Londra potrebbe mettere in discussione il ruolo di Parigi, in quanto uno dei suoi principali competitor economici e politici. Altra preoccupazione riguarda dunque le intenzioni della Gran Bretagna, con molti Stati membri non disposti più a permettere all’UK di decidere a quali politiche comuni europee aderire e che sostengono che all’accesso ai benefici economici debba seguire un’assunzione piena degli obblighi europei.
La situazione sembra essere dunque molto complessa da entrambe le parti, in bilico circa quale forma effettivamente prenderanno le relazioni tra Regno Unito ed Unione Europea. La tensione, come osservato, si innesta tra le clausole che Londra ritiene fondamentali per procedere a una maggiore collaborazione strutturale e le volontà degli Stati membri europei, che interrogano Bruxelles su quanto accomodare gli inglesi e sulla convenienza di tali misure. La Gran Bretagna, se veramente intenzionata ad aderire nuovamente all’UE, troverebbe un’Europa ben diversa da quella lasciata nel 2016, segnata da strategie, priorità e posizioni politiche differenti. Il prossimo summit UK-UE che si terrà a novembre 2026 segnerà i prossimi passi di una fase di riavvicinamento ancora poco definita, ma che potrebbe rappresentare il più significativo riavvicinamento tra le due parti dell’ultimo decennio.


