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A tu per tu: Vittorio Emanuele Parsi, gli ostacoli della global governance

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In questi ultimi tempi, vi è un gran dibattere sull’utilità dei vari vertici internazionali “G”; il G7, il G8, il G14, il G20. Il loro scopo dichiarato è quello di discutere di questioni di importanza globale, cercando una soluzione condivisa. In altri termini, proporre un modello di governo mondiale, la global governance. Ma nell’attuale contesto internazionale, un governo mondiale esiste davvero? E nel periodo bipolare, considerato da diversi esperti più stabile di quello attuale, esisteva? Ne abbiamo discusso con Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano ed editorialista de La Stampa.

 

Professore, ritiene possibile parlare, ad oggi, di governo mondiale?

No, non lo ritengo possibile. Vi sono alcune funzioni che vengono svolte a livello globale, ma non esiste una direzione comune, un direttorio. Esiste la ricerca di concordanze su quelle questioni dove nessun attore eminente sarebbe in grado di agire singolarmente. Tuttavia, se anche tutte le grandi potenze trovassero dei punti d’intesa permanenti, un governo globale sarebbe altamente improbabile. Ciò per due ordini di motivi. In primo luogo, il sud del mondo non lo permetterebbe: avrebbe senz’altro una reazione tale da far saltare il direttorio. In secondo luogo, all’interno delle grandi democrazie vi sono problemi che richiedono la collaborazione dei singoli cittadini – uno spirito proattivo – per risolvere questioni di rilevanza transnazionale: dall’inquinamento alla criminalità organizzata. I governi, da soli, non bastano.

Durante il periodo della Guerra wherecanibuycialisonline fredda, dominato dal sistema bipolare, esisteva un governo mondiale?

Sarebbe una forzatura ammettere l’esistenza di un governo mondiale, ma certo il sistema internazionale si reggeva su due pilastri, le due superpotenze. La Guerra fredda è stata caratterizzata da un “condominio competitivo”: Washington e Mosca agivano in un contesto internazionale di guerra, costrette a ricercare una forma di pace. Non dimentichiamoci il ruolo giocato dall’ONU in questo periodo, cinghia di trasmissione dei rapporti tra USA e URSS. Le istituzioni onusiane ci hanno offerto un grande insegnamento: ci hanno spiegato che la convivenza può aver luogo soprattutto tra amici e nemici.

È davvero finito il “momento unipolare”? Se si, quando secondo lei vi è stato il cambiamento topico?

Il momento unipolare è senz’altro finito in termini assoluti. Per quanto concerne l’aspetto militare, gli Stati Uniti conservano ancora un incolmabile vantaggio competitivo rispetto ad ogni altra grande potenza. Nondimeno, questo vantaggio detenuto nei confronti di sintesi statali viene ad erodersi se si prendono in considerazione gruppi terroristici internazionali o movimenti di insorgenza di varia natura. Si tratta della cosiddetta guerra asimmetrica: accade quando un esercito convenzionale, rispettoso del diritto internazionale, si confronta con forme di guerriglia atipiche, incuranti dello jus ad bellum. Per quanto riguarda l’aspetto politico, il momento unipolare è definitivamente tramontato durante l’ultima Amministrazione Clinton. L’America degli anni Novanta era un’America fortissima, mai così potente dalla fine della Seconda guerra mondiale. Vincitrice della Guerra fredda, con un’economia in salute ed in crescita costante. Era il Paese leader del mondo, la “nazione indispensabile”. È stato un decennio sciupato, gestito in malo modo; una vera opportunità sprecata per consolidare la propria posizione. Direi che l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel dicembre del 2001, segna convenzionalmente la fine del momento unipolare.

Definirebbe il Consiglio di Sicurezza un organo di rappresentanza globale?

Il Consiglio di Sicurezza non rassomiglia per niente ad un governo mondiale. Si tratta di un organo politico rappresentativo di alcune istanze del mondo, ed ormai neanche le più importanti. È una struttura vecchia di quasi 70 anni, incapace di rappresentare i nuovi equilibri geopolitici del sistema internazionale.

Al fine di ottenere una governante mondiale efficiente e legittimata, diversi studiosi, tra i quali Amartya Sen, propongono il potenziamento dell’altro importante organo onusiano: l’Assemblea Generale. Cosa ne pensa?

Il problema dell’ONU non è la rappresentatività; semmai è la carenza del rule of law, in particolar modo l’applicabilità vincolante dello stato di diritto da parte degli Stati membri. Pertanto, il potenziamento dell’Assemblea Generale non cambierebbe di molto la situazione; anzi rischierebbe di incoraggiare lo spirito radicale, giacobino se vogliamo, degli Stati membri, o almeno di alcuni.

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