Il 20 maggio 2025 Kaja Kallas ha annunciato il lancio di una review dell’articolo 2 dell’Accordo di Associazione UE-Israele, su richiesta formale dei Paesi Bassi sostenuta da 17 stati membri. La review, condotta dall’EEAS, è stata presentata al Consiglio Affari Esteri del 23 giugno 2025, concludendo che esistono indicazioni che Israele sia in violazione delle disposizioni sui diritti umani e sui principi democratici che costituiscono un elemento essenziale dell’accordo. Il 29 luglio la Commissione ha proposto la sospensione parziale della partecipazione israeliana a Horizon Europe, specificamente per l’ European Innovation Council (EIC) Accelerator. Il 17 settembre, nel discorso sullo Stato dell’Unione, Von Der Leyen ha annunciato la proposta formale al Consiglio di sospendere le disposizioni commerciali dell’accordo. La proposta è rimasta bloccata per l’assenza di una maggioranza qualificata necessaria, composta almeno dal 55% degli stati membri rappresentanti il 65% della popolazione UE. Mentre la sospensione totale richiederebbe l’unanimità, ai sensi dell’articolo 218(8) TFEU. Al Consiglio del 21 aprile 2026, Spagna, Irlanda e Slovenia hanno spinto per riaprire il dossier, senza trovare il consenso sufficiente, con Germania e Italia tra i principali oppositori e con Kallas che ha ammesso di non aver visto alcun cambiamento di posizioni attorno al tavolo. La domanda che il dibattito pubblico non pone, però, è il perché oltre la ragione politico-morale.
Cosa copre davvero l’accordo
L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, non include direttamente la cooperazione militare, gestita attraverso accordi bilaterali separati tra i singoli stati membri e Israele, ma comprende il libero scambio, il dialogo politico e la cooperazione in ricerca e tecnologia, in particolare attraverso Horizon Europe. La proposta di sospensione parziale della Commissione colpisce specificamente l’EIC Accelerator, che finanzia startup e piccole imprese con tecnologie emergenti a potenziale dual-use –droni, cybersicurezza, intelligenza artificiale.
Non interrompe le forniture militari bilaterali, ma taglia la cooperazione tecnologica che le alimenta.
Il commercio bilaterale complessivo tra UE e Israele ha raggiunto 42,6 miliardi di euro nel 2024, con l’UE primo partner commerciale di Israele, responsabile del 32% del suo commercio internazionale di beni. Ma è nella dimensione tecnologica e industriale che si concentra il nodo più delicato, quello che le istituzioni faticano ad affrontare esplicitamente.
Il terzo fornitore invisibile
I dati pubblicati dal SIPRI nel marzo 2026 offrono una misura precisa della dipendenza europea. Nel periodo 2021-2025, Israele ha rappresentato il 7,7% delle importazioni di armamenti dei paesi NATO europei, quasi raddoppiando la quota del periodo precedente e posizionandosi come terzo fornitore assoluto, davanti alla Francia. I settori di specializzazione israeliana coincidono con le lacune capacitative che la Defence Readiness Roadmap 2030 identifica come prioritarie per l’autonomia difensiva europea — sistemi di difesa aerea, droni, guerra elettronica, cybersicurezza. Due casi concreti rendono questa dipendenza tangibile. La Germania ha acquistato il sistema Arrow 3 in un contratto da 3,5 miliardi di dollari firmato nel settembre 2023 e consegnato nel dicembre 2025, il più grande accordo di esportazione della difesa israeliana nella sua storia. La Finlandia ha acquisito il sistema David’s Sling per 317 milioni di euro, firmato nel novembre 2023, prima esportazione del sistema al di fuori di Israele.
Come ho detto prima, questi contratti non passano attraverso l’Accordo di Associazione e non verrebbero interrotti dalla sua sospensione, ma la cooperazione tecnologica che li prepara e li alimenta — la ricerca dual-use finanziata da Horizon Europe, la partecipazione israeliana all’ecosistema scientifico europeo — sì. La contraddizione è difficile da ignorare perchè gli stessi paesi che si oppongono con più forza alla sospensione dell’accordo sono quelli con i contratti attivi più rilevanti con l’industria della difesa israeliana.
La frattura che la sospensione mette a nudo
La divisione tra stati membri non è solo politica, ma riflette dipendenze asimmetriche che rendono impossibile una posizione comune. Chi ha contratti attivi si oppone, chi non ne ha spinge per la sospensione. Questa asimmetria è la stessa che paralizza la CSDP e che la Defence Readiness Roadmap 2030 cerca di correggere puntando ad almeno il 50% degli acquisti da fornitori europei entro il 2030. I dati dicono però che tra il 2005 e il 2023 il 37% delle importazioni di difesa proveniva da fuori l’Unione, e che solo il 20% degli acquisti dal febbraio 2022 al giugno 2023 è stato effettuato da fornitori europei. Il programma EDIP da 1,5 miliardi di euro è un primo passo verso la riduzione di queste dipendenze, ma non colma nel breve periodo il vuoto che una sospensione dell’accordo aprirebbe nei settori in cui l’Europa è più esposta.
Applicare l’articolo 2 con piena coerenza richiederebbe di aver già risposto alla domanda su come sostituire le capacità che si perdono. Finché quella risposta non sarà possibile nelle strategie europee, la paralisi del Consiglio Affari Esteri non è solo un fallimento diplomatico, è la misura più onesta di quanto l’autonomia difensiva europea proclamata dalla Commissione sia ancora distante dall’essere operativa.

