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12/03/2026
Italia ed Europa

Altre vittime dell’immigrazione irregolare e l’accordo che non è riuscito a evitarle 

di Federica Petrucci

A fine gennaio, tra i flutti scatenati dal ciclone Harry, nelle acque del Mediterraneo, lungo le rotte migratorie tra Italia e Tunisia, si è verificata la più grave tragedia umanitaria degli ultimi anni. Questo tragico evento obbliga ad una riflessione sull’operato dei due Stati di costa interessati, legati da un importante accordo, sottoscritto a livello europeo, proprio in materia migratoria.

A fine gennaio, tra i flutti scatenati dal ciclone Harry, nelle acque del Mediterraneo, lungo le rotte migratorie tra Italia e Tunisia, si è verificata la più grave tragedia umanitaria degli ultimi anni. Questo tragico evento obbliga ad una riflessione sull’operato dei due Stati di costa interessati, legati da un importante accordo, sottoscritto a livello europeo, proprio in materia migratoria.

La notizia dei numerosi migranti morti nell’ultima settimana di gennaio, nel tentativo di lasciare la Tunisia per arrivare nel nostro Paese, non è stata oggetto di particolari dichiarazioni da parte dei nostri esponenti politici fino al 2 febbraio. Infatti in tale data, in merito, è stata richiesta un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi. Diversamente, hanno posto subito l’attenzione sulla vicenda numerose ong e organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che ha affermato di essere seriamente preoccupata dai report dei naufragi mortali e di essere impegnata nelle procedure di verifica. 

La vicenda

Si tratterebbe, in totale, di circa 1000 persone disperse in mare. Secondo i dispacci Inmarsat del centro per il coordinamento del soccorso marittimo di Roma, le cui informazioni sono state, poi, riprese e segnalate dal giornalista di Radio Radicale, S. Scandura, al 24 gennaio risultavano almeno 380 dispersi, partiti a bordo di 8 imbarcazioni dalla costa tunisina, nello specifico da Sfax, tra il 14 e il 21 gennaio. Difatti, solo una delle 8 ha raggiunto l’Italia, con un corpo senza vita, mentre un sopravvissuto è riuscito ad arrivare a Malta. Le informazioni sono molto frammentate perché non c’è un sistema centralizzato di registrazione di presenze-partenze perciò non è azzardato affermare che il costo umano molto probabilmente eccede i dati che possono essere ufficializzati. 

Stando a quanto appare possibile ricostruire, in base alle informazioni raccolte dall’ong Mediterranea, i migranti avrebbero deciso di affrontare il mare, nonostante le condizioni metereologiche estreme, a seguito della forte pressione esercitata dai militari tunisini, tramite rastrellamenti e devastazioni, negli accampamenti informali dove si erano raggruppati, intorno a Sfax, tale violenza si verificava proprio in concomitanza con un’insolita riduzione dei controlli della guardia nazionale sulle spiagge. 

L’operato delle autorità tunisine in questa situazione risulta peculiare dato il ruolo loro assegnato, in base ad accordi stipulati con l’UE, nell’ottica del blocco delle partenze irregolari e del contrasto ai trafficanti. Infatti, preso atto che oltre il 50% degli arrivi via mare registrati in Italia nel 2023 risultava partire proprio dalla Tunisia, il nostro Paese, sia bilateralmente che nel contesto europeo, ha stretto accordi significativi con tale Stato nell’ambito delle politiche migratorie, che vengono oggi in rilievo alla luce del drammatico accadimento.

L’accordo con la Tunisia

L’accordo centrale nelle relazioni europee con il governo di Tunisi è il memorandum d’intesa firmato nel luglio 2023, proprio nel corso di una visita della premier Meloni al presidente Saied, insieme all’allora primo ministro olandese Rutte e alla presidente della Commissione Europea Von Der Leyen. La cooperazione in materia migratoria costituisce uno dei pilastri di tale patto, con l’obiettivo prioritario del contrasto all’immigrazione irregolare.

Pur non essendo esattamente specificato, nel memorandum è stato previsto lo stanziamento da parte dell’UE di circa 105 milioni di euro al fine di rafforzare la capacità, in materia migratoria, delle misure anti- tratta della Tunisia, in aggiunta agli stimati 150 milioni per stabilizzare le finanze del Paese, in modo da renderlo uno Stato partner più affidabile. Si tratta, dunque, di un caso di esternalizzazione della frontiera, che si va a sommare all’accordo UE-Turchia del 2016 e all’accordo Italia-Libia del 2017. 

Fin dall’inizio, l’accordo aveva suscitato forti preoccupazioni in merito alle garanzie di tutela dei diritti umani, espresse tanto dalla società civile quanto dall’allora commissario per i diritti umani del consiglio d’Europa, Mijatović, legate alla situazione presente in Tunisia, risultando, il Paese, responsabile di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani.  

A tal proposito, lo scorso anno, con un report d’inchiesta, il Guardian ha denunciato le terribili condizioni dei migranti e rifugiati subsahariani nei campi improvvisati a El Arma, vicino Sfax, luogo da dove sono partite le navi naufragate a fine gennaio. Secondo quanto riportato, le forze di sicurezza tunisine sarebbero colpevoli di diffuse violenze sessuali e abusi nei confronti dei migranti vulnerabili. Per di più, la guardia nazionale viene denunciata come corrotta e collusa con i trafficanti, facilitatrice dei viaggi illegali e autrice di violenze durante le intercettazioni e dopo lo sbarco, in particolare furti, percosse e abbandono nel deserto al confine. Inoltre, nella condotta violenta perpetrata dalle autorità tunisine è ascrivibile anche la detenzione sistematica, senza base legale chiara e senza alcun tipo di tutela per i detenuti, tanto dei migranti quanto degli operatori delle organizzazioni umanitarie. Human Rights Watch, considerando tale razzismo istituzionalizzato, ha definito la Tunisia come un Paese non sicuro, in cui risalta negativamente proprio l’operato delle autorità a cui, invece, risultano destinati importanti finanziamenti previsti dall’accordo con l’Unione Europea. 

Alla luce della sopra denunciata condotta delle autorità tunisine, non possono non ravvisarsi molteplici problematiche legate alla firma del detto memorandum che, tra l’altro, ha portato a esiti piuttosto modesti rispetto agli obiettivi iniziali, stante la ridotta diminuzione degli attraversamenti irregolari complessivi, con un invariato numero di naufragi. Con la sottoscrizione dell’accordo, l’UE sembra aver indebolito la propria posizione, delegando una significativa responsabilità al governo tunisino, sempre più autocratico, permettendogli potenzialmente di esercitare pressioni, in futuro, sugli equilibri nel Mediterraneo. L’Italia, così come l’EU, è dunque posta, ancora una volta, davanti alla difficile opera di bilanciamento tra i propri principi fondamentali e la necessità di politiche di impatto per regolare gli ingressi irregolari.

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