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America Centrale: passi avanti e problemi irrisolti dopo il viaggio di Kamala Harris

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La vicepresidente degli Stati Uniti ha effettuato in America Centrale il primo viaggio ufficiale all’estero. La scelta di Guatemala e Messico va al di là del semplice significato simbolico: arginare la massiccia immigrazione al confine sud-ovest è un tema al centro delle priorità dell’amministrazione Biden. Tuttavia, la visita di Harris ha lasciato diversi dubbi e questioni irrisolte, soprattutto per i paesi del Triangolo del Nord. 

Antecedenti 

Il viaggio di Kamala Harris in Centroamerica (6-8 giugno 2021) è stato preceduto da una lunga fase di preparazione, iniziata lo scorso marzo con l’accettazione da parte della vicepresidente dell’incarico – assegnatole dal presidente Joe Biden – di occuparsi della delicata questione dei flussi migratori dall’America Centrale verso gli Stati Uniti. Da allora, la vicepresidente ha avviato una serie di colloqui con leader politici, esperti della regione ed esponenti della società civile, cercando di disegnare una strategia che fosse in grado di affrontare le molteplici problematiche dell’area. Oltre al Messico, i paesi coinvolti nel piano di Harris sono quelli del cosiddetto “Triangolo del Nord dell’America Centrale”, ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador. Alcuni numeri servono a inquadrare la portata del fenomeno migratorio: solo tra marzo e aprile 2021 – tenendo conto unicamente dei soggetti individuati – quasi 350.000 persone hanno tentato di attraversare il confine sud-occidentale degli Stati Uniti, di cui 30.000 minori non accompagnati, le cifre più alte da 20 anni a questa parte. La scelta di Harris per tentare di arginare il problema non è casuale: la vicepresidente, infatti, non è nuova a esperienze di questo tipo, avendo già in passato – quando ricopriva il ruolo di procuratrice della California – coordinato con il Messico la lotta al traffico di esseri umani e alle bande transnazionali che operano a questo scopo. Nonostante le numerose critiche giunte da esponenti del Partito Repubblicano – tra le quali quelle del governatore del Texas Greg Abbott, che ha accusato l’attuale amministrazione di essere responsabile della disastrosa situazione umanitaria al confine  – nei primi mesi del proprio mandato, Harris ha cercato di portare avanti un lavoro diplomatico volto a sviluppare una partnership strategica con i paesi dell’America Centrale. A tal proposito, ad aprile, dopo un incontro virtuale con il presidente del Guatemala Alejandro Giammattei, la vicepresidente ha annunciato un primo piano di aiuti da 310 milioni di dollari per i paesi del Triangolo del Nord, fortemente colpiti dalla pandemia e da numerose calamità naturali. Nell’ambito di questo progetto, 255 dei 310 milioni – finanziati rispettivamente dal Dipartimento di Stato (104 milioni), dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (125 milioni) e dal Dipartimento della Difesa (26 milioni) – verranno destinati alla lotta all’emergenza umanitaria in El Salvador, Guatemala e Honduras. 

Fin da subito, però, il lavoro della nuova amministrazione statunitense ha dovuto fare i conti con alcune problematiche sistemiche che accompagnano i paesi in questione, soprattutto per quanto riguarda lo stato della democrazia e l’alto livello di corruzione. Mentre in Guatemala qualcosa era già stato fatto nei primi mesi del 2021 – si pensi ad esempio alla creazione dei Migrant Resource Centers per fornire servizi alle persone che cercano percorsi legali di migrazione, nonché a coloro che necessitano di protezione e asilo – per El Salvador e Honduras la situazione è da subito apparsa più complessa. In particolare, Harris ha espresso preoccupazione per il mancato rispetto dell’indipendenza della magistratura da parte di San Salvador; mentre per quanto riguarda Tegucigalpa, tra le altre cose, è il livello di corruzione tra le principali cariche dello Stato a mettere in apprensione Washington. Nonostante queste difficoltà, la vicepresidente degli Stati Uniti ha annunciato a fine maggio una “Call To Action” per sostenere lo sviluppo economico nel Triangolo del Nord. Nell’ambito di questo progetto, 12 aziende hanno manifestato la loro volontà a investire nell’area: Accion, Bancolombia, Chobani, Davivienda, Duolingo, the Harvard T.H. Chan School of Public Health, Mastercard, Microsoft, Nespresso, Pro Mujer, the Tent Partnership for Refugees e il World Economic Forum. Per fare alcuni esempi: Microsoft si impegnerà a garantire l’accesso a Internet nella regione fino a 3 milioni di persone entro luglio 2022; Mastercard spera di poter aiutare 5 milioni di persone ad ottenere l’accesso ai servizi bancari e contribuire alla digitalizzazione di 1 milione di micro e piccole imprese locali. 

Il viaggio 

Come già annunciato, quella in America Centrale è stata la prima uscita ufficiale all’estero di Harris in qualità di vicepresidente degli Stati Uniti, l’agenda prevedeva due tappe: Guatemala e Messico. Durante il suo incontro con il presidente guatemalteco Giammattei, la vicepresidente statunitense ha affermato che Washington rafforzerà le indagini sulla corruzione e il traffico di esseri umani, annunciando il sostegno alla creazione di un’unità anti-corruzione nell’ufficio del procuratore generale in Guatemala. Inoltre, in continuità con il passato, l’amministrazione Biden schiererà funzionari della sicurezza nazionale ai confini settentrionali e meridionali del Guatemala, allo scopo di addestrare le forze locali nel contrasto alla migrazione. Harris ha poi sottolineato la portata degli aiuti che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno indirizzato verso il Guatemala, prevedendo l’imminente invio in loco di 500.000 dosi di vaccino contro il Covid-19. Da parte sua, Giammattei ha respinto ogni accusa di corruzione e ha chiesto a Harris – senza ottenere risposta diretta davanti ai giornalisti  – protezione temporanea negli Stati Uniti per gli sfollati a seguito degli uragani che hanno colpito l’America Centrale lo scorso novembre. Tuttavia, a catturare maggiormente l’attenzione sono state le discusse dichiarazioni di Harris sull’immigrazione: «Voglio essere chiara con le persone di questa regione che stanno pensando di intraprendere quel pericoloso viaggio verso il confine tra Stati Uniti e Messico: non venite. Non venite. Gli Stati Uniti continueranno a far rispettare le leggi e a proteggere i confini». Parole sicuramente perentorie, ma alle quali non può e non deve ridursi l’analisi della tre giorni di riunioni.  

All’indomani dell’incontro con Giammattei, Harris è poi volata a Città del Messico per incontrare il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. Nel corso della riunione Harris ha espresso ottimismo sul futuro del suo lavoro nella regione, affermando congiuntamente che le cause profonde delle migrazioni «non si possono risolvere in due giorni». In tema di aiuti, Washington è disposta a offrire un pacchetto di 250 milioni di dollari per generare investimenti nel sud del Messico e 130 milioni di dollari per attuare la riforma del lavoro nei prossimi quattro anni. A conclusione del meeting, le parti hanno firmato un Memorandum di intesa sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo che, tra le altre cose, include: l’istituzione di un gruppo operativo specializzato nella lotta alla tratta di esseri umani; il rafforzamento degli investimenti esteri in Messico e una maggiore attenzione alle cause strutturali della migrazione nella regione. 

Bilancio e prospettive 

Il viaggio in Centroamerica – archiviato con reciproca soddisfazione da Harris e da López Obrador – ha fatto registrare alcuni passi in avanti, ma ha lasciato anche diverse questioni in sospeso. Da sempre, la prima uscita all’estero rappresenta un banco di prova importante per ogni vicepresidente degli Stati Uniti, quella di Kamala Harris ha offerto spunti importanti in termini di lotta alla corruzione e alla criminalità, ma anche per quanto riguarda gli aiuti e gli investimenti. Tuttavia, le dichiarazioni perentorie, principalmente sul tema dell’immigrazione, sono state accolte poco favorevolmente da gran parte dell’opinione pubblica e hanno rischiato di far passare in secondo piano i risultati degli incontri. Se è vero che la volontà di Harris è quella di promuovere lo sviluppo delle istituzioni locali e assicurare le condizioni affinché le persone restino nel loro luogo di origine, ci sono aspetti che non sono stati sufficientemente presi in considerazione dalla vicepresidente. Nelle zone rurali e nei villaggi del nord del Guatemala, per esempio, i cittadini devono da tempo far fronte a enormi difficoltà: da un lato, le coltivazioni di mais non sono più una fonte di sostentamento affidabile, a causa del cambiamento climatico che ha esteso la stagione secca; dall’altro, gli uragani che hanno devastato la regione hanno distrutto le case di molti residenti. Si è venuta quindi a creare una situazione nella quale, chi riesce a ricevere rimesse da cittadini guatemaltechi residenti negli Stati Uniti può permettersi una casa di cemento e un tenore di vita più alto, mentre chi non ha questa opportunità è obbligato a intraprendere la strada dell’emigrazione in assenza di un lavoro stabile. Per superare queste problematiche, probabilmente neanche i 4 miliardi che potrebbero essere messi a disposizione da Washington saranno sufficienti per il Triangolo del Nord. Gli investimenti privati potrebbero giocare la loro parte, ma non basteranno ad arginare le cause profonde della migrazione. Alla luce di questo scenario – nonostante sul piano interno Harris debba far fronte alle proteste dei repubblicani e alle elezioni di metà mandato del prossimo anno – come opportunamente segnalato anche all’analista del Migration Policy Institute Andrea Tanco, sarà fondamentale stabilire una politica migratoria basata su regole chiare e trasparenti, istituire canali di migrazione legale, sia per lavoro che per ricongiungimento familiare e ampliare l’accesso alla protezione umanitaria. 

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