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14/11/2025
Medio Oriente e Nord Africa

L’annessione che avanza: Israele e la nuova legge sulla “sovranità” in Cisgiordania

di Naziha Mossa

Il voto della Knesset del 22 ottobre 2025 segna un punto di svolta nel lungo processo di integrazione della Cisgiordania nel sistema israeliano. L’iniziativa, sostenuta dai partiti dell’estrema destra religiosa e osteggiata dal premier Netanyahu, istituzionalizza una realtà già consolidata: quella di un’occupazione divenuta gestione permanente. Tra cautela diplomatica e annessione silenziosa, Israele consolida una sovranità di fatto, sempre più difficile da invertire.

Il voto della Knesset del 22 ottobre 2025 segna un punto di svolta nel lungo processo di integrazione della Cisgiordania nel sistema israeliano. L’iniziativa, sostenuta dai partiti dell’estrema destra religiosa e osteggiata dal premier Netanyahu, istituzionalizza una realtà già consolidata: quella di un’occupazione divenuta gestione permanente. Tra cautela diplomatica e annessione silenziosa, Israele consolida una sovranità di fatto, sempre più difficile da invertire.

Il 22 ottobre 2025 la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge volto a imporre la sovranità israeliana sulla Cisgiordania occupata. Con un margine minimo di 25 voti a 24, il parlamento israeliano ha dato via libera al testo presentato da Avi Maoz, leader del partito ultraconservatore Noam. La legge — che dovrà superare altri tre passaggi parlamentari — rappresenta il primo tentativo esplicito di formalizzare, sul piano legislativo, un processo politico già in corso da decenni.

Il voto ha diviso la coalizione di governo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gran parte del Likud si sono opposti, mentre i partiti dell’estrema destra religiosa, Potere Ebraico (Itamar Ben-Gvir) e Sionismo Religioso (Bezalel Smotrich), hanno sostenuto compattamente il provvedimento, presentandolo come un atto di “sovranità storica” sui territori biblici di “Giudea e Samaria”. La sua approvazione è giunta in un contesto di tensione con Washington: poche settimane prima, il presidente Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio avevano espresso contrarietà a qualunque forma di annessione, temendo ripercussioni sugli equilibri regionali e sul cessate il fuoco a Gaza.
La calendarizzazione della votazione non è stata neutra: il voto è stato deliberatamente fissato durante la visita in Israele del vicepresidente statunitense JD Vance, e molti osservatori lo hanno interpretato come una mossa politica mirata a mettere in imbarazzo il Likud e il primo ministro. La reazione statunitense è stata immediata e netta: Vance ha definito la votazione un’“insulto” e uno “stunt politico stupido”.

Secondo Reuters e The Guardian, il voto riflette anche una fase di forti tensioni interne alla coalizione di governo, in cui i partiti più radicali tentano di imporre la loro agenda sull’annessione per indebolire Netanyahu, accusato di eccessiva cautela diplomatica. Alcuni analisti israeliani citati da Haaretz e N7 Initiative sostengono che il premier si trovi stretto tra la necessità di mantenere il sostegno dell’estrema destra e quella di preservare la cooperazione strategica con Washington, soprattutto dopo l’intesa di cessate il fuoco con Hamas firmata nell’ottobre del 2025. Tale accordo, percepito da parte della base nazionalista come una “concessione”, ha riacceso le tensioni all’interno del governo, spingendo i ministri più oltranzisti a rilanciare sul piano dell’annessione per riconquistare consenso politico e ideologico.

In questo senso, la legge sulla “sovranità” non rappresenta soltanto un passo verso una de-jure annexation, ma anche uno strumento di pressione interna: una sfida politica al premier, in un momento in cui la coalizione si prepara a un anno elettorale incerto. Le prossime elezioni israeliane sono infatti previste per ottobre 2026, ma diversi osservatori ipotizzano un voto anticipato entro la primavera dello stesso anno, viste le divisioni crescenti nella maggioranza. Come nota The Guardian, Netanyahu tenta di rilanciarsi come “leader indispensabile” dopo mesi di calo di consenso, e la polarizzazione sull’annessione diventa così una leva di mobilitazione per la destra religiosa e nazionalista.

Dalla “creeping annexation” alla legge sulla sovranità

La legge approvata in prima lettura dalla Knesset nell’ottobre 2025 rappresenta l’esito più recente di un processo di controllo territoriale e giuridico iniziato nel 1967. Quella che oggi appare come una svolta improvvisa è, in realtà, il risultato di una strategia incrementale di annessione de facto, che negli anni ha ridefinito i confini materiali e simbolici di Israele.

Subito dopo la guerra dei Sei Giorni, l’insediamento di civili israeliani nei territori occupati avviò una trasformazione demografica e territoriale destinata a radicarsi. Le infrastrutture costruite per i coloni — strade, scuole, reti elettriche — hanno progressivamente unificato lo spazio tra Israele e Cisgiordania, cancellando la percezione della “Linea Verde” del 1967. Oggi, molti israeliani attraversano quella linea senza rendersene conto, segno di una fusione territoriale ormai compiuta.

Anche la barriera di separazione, eretta a partire dal 2002, ha contribuito a ridisegnare il territorio: circa l’85% del suo tracciato si snoda all’interno della Cisgiordania, inglobando insediamenti e isolando villaggi palestinesi. Già nel 2004 la Corte internazionale di giustizia avvertiva che tale struttura “prefigurava un confine permanente”, consolidando un’occupazione di fatto.

Negli ultimi anni, progetti infrastrutturali mirati — come la nuova strada tra al-Azariya e Ma’ale Adumim, costruita nel 2024 — hanno reso il territorio palestinese sempre più frammentato e non contiguo, minando la praticabilità di un futuro Stato palestinese coerente.

Secondo un’analisi dell’International Crisis Group (ottobre 2025), la legge sulla sovranità si inserisce in una logica di “istituzionalizzazione progressiva dell’occupazione”, dove la distinzione tra controllo militare e amministrazione civile si è ormai assottigliata. Il gruppo osserva che “le recenti tensioni politiche interne hanno accelerato il processo di legalizzazione dell’annessione, anche come strumento di consenso interno in vista delle elezioni”.

L’estensione graduale del diritto israeliano

Parallelamente all’espansione territoriale, Israele ha progressivamente esteso la propria giurisdizione civile alla Cisgiordania. Già nel 1967 la Corte Suprema israeliana iniziò ad accettare ricorsi da parte di palestinesi, affermando una competenza indiretta sul territorio. Negli ultimi dieci anni, questo processo si è intensificato: norme e regolamenti israeliani vengono applicati agli insediamenti, ai coloni e, in misura crescente, alle infrastrutture dei territori occupati.

Dal 2015 sono state presentate oltre 150 proposte legislative volte ad armonizzare la legislazione della Cisgiordania con quella israeliana. Tra queste, la Regulation Law del 2017 — poi annullata dalla Corte Suprema — mirava a legalizzare retroattivamente gli avamposti costruiti su terre private palestinesi. Nel 2023 e 2024, la creazione della Settlement Administration, sotto l’autorità diretta del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha segnato un passaggio ulteriore: molte competenze militari sono state trasferite a organismi civili israeliani, normalizzando la gestione dei territori.

Come ha osservato l’International Crisis Group, “l’occupazione temporanea è diventata amministrazione permanente e ora si avvia a diventare legge”. In altre parole, la distinzione giuridica tra Israele e Cisgiordania è ormai più nominale che sostanziale.

Prospettive internazionali e rischi di un’annessione irreversibile

Il voto della Knesset ha provocato reazioni immediate. L’Autorità Palestinese ha denunciato una “violazione palese del diritto internazionale”, mentre Qatar, Arabia Saudita e Giordania hanno avvertito che la legge rappresenta una “linea rossa”. Particolarmente significativa è stata la reazione degli Emirati Arabi Uniti, tradizionalmente il partner arabo più vicino a Israele tra quelli che hanno aderito agli Accordi di Abramo. Abu Dhabi ha infatti avvertito che un’annessione in Cisgiordania costituirebbe una “linea rossa” che minerebbe gravemente “lo spirito e la visione” degli Accordi di Abramo, firmati nel 2020 proprio sulla base del congelamento di qualsiasi progetto di annessione.
Lana Nusseibeh, sottosegretaria agli affari politici, ha dichiarato che gli Accordi erano stati concepiti come un mezzo per sostenere “le legittime aspirazioni del popolo palestinese a uno Stato indipendente” e che “gli estremisti di ogni parte non devono dettare la traiettoria della regione”. Le sue parole, tra le più dure pronunciate da un rappresentante emiratino dall’inizio della guerra di Gaza, riflettono la crescente frustrazione di Abu Dhabi verso le derive dell’attuale governo israeliano. Che un attore storicamente pragmatico e filo-israeliano come gli Emirati arrivi a evocare possibili ripercussioni sugli Accordi di Abramo è un segnale di forte rilevanza diplomatica e indica quanto l’intransigenza di parte della politica israeliana possa compromettere anche le più solide normalizzazioni arabo-israeliane.

A livello diplomatico, il momento della votazione ha complicato ulteriormente i rapporti con Washington, che sta tentando di consolidare la fragile tregua tra Israele e Hamas raggiunta solo nello scorso ottobre. Secondo Politico e Reuters, la Casa Bianca ha interpretato la legge come una mossa di distrazione interna in un momento di negoziazione sensibile sul fronte di Gaza, con l’obiettivo di rafforzare la coesione del blocco di destra israeliano.

Negli Stati Uniti, non solo la Casa Bianca ma lo stesso presidente Donald J. Trump ha assunto una posizione esplicitamente contraria a qualsiasi annessione della Cisgiordania da parte di Israele. In più occasioni, Trump ha dichiarato pubblicamente che “non permetterà che Israele annetta la Cisgiordania”, definendo il dibattito parlamentare israeliano sul tema un “atto politico stupido” e ribadendo che “sotto la sua presidenza non ci sarà alcuna annessione”. Una presa di posizione tanto diretta è degna di nota, considerando la storica vicinanza tra le amministrazioni statunitensi e Israele: essa riflette il tentativo della Casa Bianca di mantenere un difficile equilibrio tra il sostegno strategico a Tel Aviv e la necessità di rassicurare i partner arabi, in particolare dopo le tensioni esplose con la guerra di Gaza.

In Europa, invece, emergono segnali di maggiore assertività: nel 2025 l’UE ha avviato una revisione dell’Accordo di Associazione con Israele e discusso l’introduzione di sanzioni mirate. Alcuni Paesi — tra cui Francia, Regno Unito, Canada e Australia — hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, nel tentativo di rilanciare una soluzione negoziata.

Nonostante queste pressioni, Israele sembra deciso a proseguire con la propria strategia di annessione graduale, evitando però di proclamarla formalmente per non rompere con Washington. Tale ambiguità consente a Tel Aviv di consolidare la propria sovranità di fatto, rinviando indefinitamente il momento della piena responsabilità politica e giuridica.

In prospettiva interna, tuttavia, la legge sulla sovranità rappresenta anche un banco di prova per il futuro politico di Netanyahu. La sua capacità di mediare tra le componenti ultranazionaliste e le pressioni internazionali determinerà non solo l’esito della legge, ma anche la stabilità del governo in vista del voto del 2026. Come sottolinea The Guardian, “Netanyahu tenta di sopravvivere come leader pragmatico in un contesto sempre più dominato da rivali ideologici che lo accusano di debolezza”.

In prospettiva, il rischio è quello di un’annessione irreversibile, che renderebbe obsoleta la logica dei “due Stati” e sancirebbe la nascita di un’unica entità sotto controllo israeliano, ma con diritti diseguali. Come nota l’ICG, “invertire questa tendenza richiederebbe non nuove iniziative di pace, ma il riconoscimento realistico dell’annessione e la volontà di contrastarla con strumenti coerenti”. Al momento, nessuno degli attori principali — né gli Stati Uniti né l’Unione Europea — sembra disposto a farlo.

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