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10/02/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Arabia Saudita, diplomazia del libretto degli assegni e rischi economici per la stabilità del Golfo

di Filippo Rigonat

La recente offensiva finanziaria saudita in Yemen costituisce molto più che un semplice aiuto umanitario e rivela una strategia più ampia di influenza politica ed economica. In un Golfo sempre meno coordinato e sempre più competitivo, la gestione saudita della crisi yemenita si fonda sull’ingente capitale investito dai sauditi nella stabilità regionale, con costi crescenti per alleati, mercati e investitori.

La recente offensiva finanziaria saudita in Yemen costituisce molto più che un semplice aiuto umanitario e rivela una strategia più ampia di influenza politica ed economica. In un Golfo sempre meno coordinato e sempre più competitivo, la gestione saudita della crisi yemenita si fonda sull’ingente capitale investito dai sauditi nella stabilità regionale, con costi crescenti per alleati, mercati e investitori.

La recente annunciata erogazione di 1,9 miliardi di riyal (circa 507 milioni di dollari) da parte del Saudi Development and Reconstruction Program for Yemen va ben oltre la ricostruzione e l’aiuto umanitario. Questa iniezione di capitale rappresenta infatti un esercizio calcolato di smart power, finalizzato a evitare il collasso del Presidential Leadership Council yemenita. Sussidiando le funzioni essenziali dello Stato — elettricità, acqua, carburante — Riyadh sta legando direttamente le fragili istituzioni yemenite al tesoro saudita. L’obiettivo non è solo assistere, ma mantenere un’influenza strutturale, su istituzioni che restano deboli.

Riyadh sembra scommettere sul fatto che far funzionare il governo sia l’imperativo strategico, anche quando questo abbia evidenti problemi di legittimità. Sotto la direzione personale del ministro della Difesa Khalid bin Salman, il Regno si sta allontanando dall’uso della forza militare per abbracciare una logica più lenta e coercitiva di patronato finanziario e supervisione amministrativa. Venuta meno la possibilità di una vittoria militare decisiva, l’Arabia Saudita appare disposta ad acquistare uno stallo gestibile, in una sorta di stabilità pagata in riyal, in cui lo Yemen diventa un laboratorio di dipendenza economica.

La frattura intra-Golfo e il tramonto del coordinamento

Questo tentativo di imporre una calma controllata si scontra però con la realtà delle dinamiche imprevedibili della politica regionale. Per decenni, la sicurezza del Golfo si è basata sull’assunto che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur con divergenze tattiche, rimanessero strategicamente allineati. Oggi tale presupposto appare superato. I raid aerei del 30 dicembre contro navi di rifornimento marittimo collegate agli Emirati a Mukalla, tra cui la Greenland, hanno reso visibile questa rottura. Ciò che Riyadh probabilmente considerava un’interdizione tattica necessaria è stato percepito ad Abu Dhabi come un messaggio inequivocabile: il Regno privilegerebbe il controllo rispetto al coordinamento, anche a costo di colpire asset del partner più stretto. Allo stesso tempo, le pesanti e poco coordinate interferenze emiratine in Yemen hanno contribuito a un quadro di instabilità crescente.

Le conseguenze diplomatiche hanno confermato questa nuova gerarchia più rigida. Nel giro di quarantotto ore, la pressione saudita ha costretto il Consiglio yemenita a chiedere formalmente il ritiro del personale emiratino. Il segnale è chiaro: la profondità strategica saudita prevale ormai sulla coesione della coalizione. Per gli osservatori esterni, l’episodio di Mukalla rappresenta un campanello d’allarme sulla imprevedibilità del Golfo. L’epoca della diplomazia discreta ha lasciato il posto a una segnalazione esplicita, che rende obsolete le intese del passato. L’approccio emiratino, operativo ma frammentato e basato su proxy locali, non fa che accentuare l’incertezza.

Lo Yemen come teatro di collisione strategica

Alla radice di questa escalation vi è l’avanzata rapida del Southern Transitional Council (STC) in Hadramawt e al-Mahra, territori che Riyadh considera meno come governatorati yemeniti e più come estensioni strategiche del Regno. Queste regioni offrono un corridoio diretto verso l’Oceano Indiano, aggirando lo Stretto di Hormuz, e l’Arabia Saudita non era disposta a vederle cadere sotto l’influenza di un progetto autonomista sostenuto dagli Emirati. Di fronte alla scelta tra contenere il separatismo meridionale e preservare la coesione della coalizione, Riyadh ha scelto di perseguire la primazia.

Qui emerge il paradosso centrale della politica del Golfo contemporanea. L’Arabia Saudita rivendica uno Yemen unitario ma dipendente finanziariamente; Abu Dhabi ha invece storicamente stabilizzato il sud attraverso autorità locali e proxy costieri. Queste due visioni non procedono più in parallelo: si sono scontrate. L’insistenza emiratina sul rafforzamento delle fazioni locali a scapito della coerenza nazionale ha prodotto debolezze strutturali che oggi complicano la strategia saudita.

Emarginando sistematicamente gli attori sostenuti dagli Emirati, Riyadh sta smantellando le reti che hanno garantito una relativa stabilità nel sud. Questo processo ha raggiunto l’apice il 9 gennaio 2026, con la chiusura di fatto dell’apparato politico dello STC: uffici chiusi, leadership neutralizzata a Riyadh e sostituita da una struttura burocratica dominata dai sauditi. Presentata come razionalizzazione amministrativa, l’operazione è in realtà una centralizzazione dall’alto, che sacrifica la legittimità locale in nome di un controllo che rischia di essere sterile. Nel sud dello Yemen, dove l’autorità nasce dal basso — tribù, reputazione, reti locali — imporre una burocrazia significa accumulare risentimenti latenti, pronti a riemergere quando il centro mostrerà crepe.

Ideologia, Houthi e costi economici

Le divergenze ideologiche approfondiscono ulteriormente la frattura. L’intervento emiratino è stato a lungo guidato dall’obiettivo di contenere i Fratelli Musulmani e i loro affiliati. L’Arabia Saudita, al contrario, ha mantenuto una tolleranza pragmatica verso Islah, come contrappeso agli Houthi. Smantellando lo STC — principale argine emiratino all’influenza islamista — Riyadh non solo ha alienato il partner, ma ha rimosso un equilibrio operativo sul terreno. Al contempo, la priorità emiratina per obiettivi ideologici ristretti ha lasciato il sud frammentato e vulnerabile. Il risultato è che l’Arabia Saudita si trova ora a gestire da sola un ecosistema politico volatile, in un esperimento rischioso di proiezione del potere.

Parallelamente, l’approccio saudita verso gli Houthi rivela una logica marcatamente transazionale. Le intese emergenti con Sana’a sembrano motivate meno da una pace sostenibile che da esigenze interne: mettere in sicurezza il confine e proteggere le scadenze di Vision 2030, NEOM ed Expo 2030. Questo pragmatismo di breve periodo rischia però di alimentare instabilità futura. Se gli Houthi ottengono concessioni dirette da Riyadh, l’incentivo a un accordo yemenita complessivo svanisce. Le fazioni meridionali non-Houthi restano orfane politicamente e vulnerabili. Si acquista una pace parziale al prezzo di conflitti futuri.

Le conseguenze economiche di questa frizione si stanno propagando rapidamente. La frammentazione dello Yemen rappresenta uno shock potenziale per i mercati del Golfo e cresce il timore di ricadute su OPEC+. Attori esterni, come la Turchia, con una forte esposizione commerciale, stanno passando dall’allineamento a una copertura prudenziale. Per le multinazionali europee, l’ambiente diventa sempre più instabile: gruppi come Siemens e SAP, che utilizzano Dubai come hub ma puntano a contratti sauditi, si trovano in uno scenario a somma zero. L’obbligo di Regional Headquarters imposto da Riyadh funziona meno come politica economica e più come test politico. Anche la logistica — da DHL in avanti — è esposta a rischi crescenti se le tensioni intra-Golfo colpiscono il Mar Rosso o Jebel Ali. La tensione politica si traduce direttamente in rischio economico.

In definitiva, l’incidente di Mukalla segna una svolta strutturale nell’economia politica del Golfo. Il rischio non è più episodico, ma sistemico. Il rapporto tra Arabia Saudita ed Emirati si è trasformato da alleanza strategica a rivalità transazionale. Il coordinamento ha ceduto il passo all’unilateralismo. Riyadh agisce in funzione del proprio interesse immediato, proteggendo le tempistiche di Vision 2030 e trattando la stabilità come qualcosa da comprare e l’influenza come qualcosa da imporre, a scapito di obiettivi sostenibili nel lungo periodo. Lo Yemen non è più una responsabilità condivisa, ma uno spazio di leva saudita.

Per imprese e investitori, le implicazioni sono profonde. La prevedibilità che sosteneva commercio e contratti si è erosa. L’illusione di un Golfo unitario ha lasciato spazio a un contesto frizionale, in cui la certezza operativa è condizionata e il costo di fare impresa è sempre più politico. Se questo schema di comportamento assertivo e unilaterale dovesse continuare, il prossimo decennio nel Golfo sarà plasmato non solo dalla diplomazia, ma dal modo in cui i mercati verranno esposti, nel bene e nel male, alle ambizioni di un attore dominante.

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