Tra le memorie contese e i corridoi dell’energia, il fragile equilibrio tra Armenia e Azerbaigian racconta una regione in bilico tra passato irrisolto e future ambizioni geopolitiche.
Il 13 Marzo 2025 i presidenti di Armenia ed Azerbaijan hanno pubblicamente annunciato, non senza polemiche, di aver concordato il testo di un trattato di pace, segnando una svolta storica dopo oltre tre decenni di conflitto. L’accordo, non ancora formalmente firmato, ha visto la mediazione congiunta di diversi attori internazionali – in particolare l’Unione Europea – e rappresenta il più recente, decisivo e concreto tentativo di chiudere, almeno sulla carta, il capitolo del Nagorno-Karabakh, sebbene restino ancora nodi delicati da sciogliere.
Il dopo – Karabakh: tra promesse e status quo instabile
I negoziati a fasi alterne hanno visto un’accelerata decisiva a partire dal settembre del 2023 quando un’offensiva lampo di Baku ha forzato il ritorno del Nagorno – Karabakh in mani azere. L’operazione, condotta con l’importante supporto della Turchia, ha messo la parola fine alla autoproclamata Repubblica di Artsakh, costringendo oltre 100.000 armeni a lasciare la regione per tornare in Armenia. L’ex repubblica secessionista si è dunque ritrovata improvvisamente svuotata della sua popolazione originaria di etnia armena che, forzata a fare ritorno a Yerevan, ha generato una crisi umanitaria silenziosa ma profonda, una tra le più rapide dell’ultimo decennio nel Caucaso.
Nonostante il recente avvicinamento diplomatico, la pace resta tuttavia fragile. Forte del vuoto lasciato dalle forze di pace russe e dalla supremazia in termini militari ed economici, l’Azerbaijan chiede modifiche costituzionali all’Armenia che prevedono la rimozione di qualsiasi riferimento storico al Karabakh come parte integrante del territorio di Yerevan. Un’altra questione territoriale, al centro di differenze reciproche, riguarda il contenzioso sul corridoio di Zangezur. Previsto per collegare l’Azerbaijan all’enclave del Nakhchivan attraverso il sud dell’Armenia, il progetto resta uno dei principali ostacoli alla firma del trattato essendo percepito da Yerevan come una un tentativo azero di controllo de facto sul proprio territorio e una perdita di sovranità che potrebbe trasformarsi in un’enclave controllata da potenze straniere.
La firma del trattato, e la conseguente pace tra le parti, sebbene un passaggio storico, da sola non basta a dissipare tensioni secolari radicate. Le memorie del conflitto, le pressioni interne e gli equilibri geopolitici, continuano a rendere il Caucaso una regione altamente sensibile dove accordi formali e realtà non sempre coincidono.
Confini mobili: Nakhichevan, Syunik e la diplomazia dei valichi
Sebbene il corridoio di Zangezur rappresenti la manifestazione più evidente delle tensioni irrisolte tra Yerevan e Baku, il nodo territoriale tra Armenia e Azerbaijan è ben più ampio e stratificato. La questione dei confini, comune a molte delle ex repubbliche sovietiche e mai formalmente demarcati dopo il crollo dell’URSS, continua a generare tensioni, crisi diplomatiche e contenziosi reciproci sulla sovranità territoriale.
La situazione più sensibile, al centro della disputa, è la provincia armena di Syunik, stretta tra l’Azerbaijan ad est e la già citata enclave azera del Nakhchivan ad ovest. Le rinnovate ambizioni politiche di Baku, che considera la provincia una piattaforma logistica, hanno portato il Nakhchivan ad assumere una crescente importanza strategica per rafforzare i legami con la Turchia e proiettare la propria influenza sul Caucaso meridionale. Dal canto suo Yerevan ha iniziato nel 2024 una parziale militarizzazione della provincia, rafforzando la presenza dell’esercito e dei corpi di guardia di frontiera. Secondo dati forniti dal governo armeno, sono stati installati oltre 40 nuovi avamposti e posizioni di monitoraggio, spesso con il supporto logistico della missione civile dell’Unione Europea (EUMA), rendendo di fatto la regione una delle più sorvegliate del Caucaso.
In questo contesto è fondamentale sottolineare il progressivo ritiro – formale o de facto – della presenza militare russa dalle zone di confine, compresa la provincia di Syunik. Dopo anni in cui Mosca ha rappresentato il garante politico e materiale della sicurezza armena, la mancata reazione durante l’offensiva azera del 2023, che ha visto il non intervento da parte delle forze del Trattato di Sicurezza Collettivo, ha incrinato definitivamente la fiducia di Yerevan verso la Federazione russa. Questo disimpegno russo ha portato l’Armenia ad assumere il controllo di diversi valichi frontalieri, precedentemente presidiati da truppe russe, ed estremamente rilevanti dal punto di vista strategico. In particolare, nel gennaio 2025, le truppe di Yerevan hanno assunto il controllo diretto del valico di Agarak-Nurduz, lungo il confine meridionale con l’Iran, sostituendo totalmente i presidi moscoviti che lo gestivano dagli anni ‘90. Parallelamente, lungo il confine con la Turchia, nell’area tra Gyumri e Magara, contingenti armeni hanno iniziato ad affiancare quelli russi nel pattugliamento, rompendone il monopolio storico.
Questi movimenti, oltre a segnalare un graduale sganciamento da Mosca, rappresentano, soprattutto nel caso del confine con Teheran, un importante mossa strategica essendo l’Agarak-Nurduz l’unico sbocco armeno verso il sud globale, nonché fonte vitale per i trasporti alternativi a quelli azero – turchi. Il riassetto ha lasciato tuttavia scoperti alcuni tratti sensibili del confine con l’Azerbaijan, precedentemente stabilizzati proprio dalla presenza di Mosca. Questa nuova vulnerabilità, ha incoraggiato Baku ad assumere una postura più assertiva, forte dei rapporti di forza sempre più asimmetrici nella regione. Alla luce di questo, Yerevan ha intensificato il proprio coinvolgimento con l’Occidente e, nello specifico, con l’Unione Europea, che ha rafforzato la capacità della propria missione in Armenia. In questo scenario, la gestione dei confini si trasforma in uno spazio di confronto regionale, silenzioso ma determinante in cui diplomazia, sicurezza e geopolitica si intrecciano. Con il vuoto lasciato da Mosca e la crescente assertività azera il rischio per la regione è che un’affermazione da parte di Yerevan della propria sovranità si traduca in un’esposizione diretta e a nuove pressioni regionali sostenute anche dai nuovi attori locali.
Dalla guerra al negoziato? Tra pace ed infrastrutture nel cuore del Caucaso.
Se l’accordo annunciato nel marzo 2025 tra Armenia ed Azerbaijan ha segnato un punto di svolta formale nei rapporti tra i due Paesi, la normalizzazione resta profondamente condizionata da interessi geopolitici più ampi. Il cessate il fuoco e le dichiarazioni congiunte hanno formalmente segnato una volontà di superare il passato ma le fondamenta di questa pace restano fragili, soprattutto quando intrecciate con la competizione regionale e le infrastrutture energetiche.
La cooperazione economica, più che la tradizionale diplomazia, sembra essere ad oggi il vero ago della bilancia per il governo di Baku. L’Azerbaijan, già da tempo partner chiave dell’Unione Europea per la diversificazione dell’approvvigionamento di gas attraverso il Corridoio Meridionale (TAP–TANAP), punta infatti a trasformare il Caucaso in un hub per l’energia e la logistica di gasdotti e oleodotti tra l’Europa e l’Asia. In tale contesto, il potenziale ripristino delle relazioni economiche con l’Armenia rappresenterebbe per Baku un’opportunità per diversificare ed arginare le tradizionali rotte oltre che per rafforzare la propria centralità energetica nel contesto del Mar Caspio. La stabilità nel Caucaso meridionale è pertanto funzionale per il paese sia al potenziamento delle esportazioni che alla possibilità di aprire nuove strutture di collegamento con Europa e Turchia.
Il riposizionamento politico di Yerevan, coinciso con l’erosione del rapporto di fiducia con Mosca e il rafforzamento dei legami con l’Unione Europea dimostrano come l’Armenia stia puntando, anche dal canto suo, a rilanciare la sua funzione di crocevia alternativo tra il Mar Nero ed il Caspio. Tramite lo sfruttamento dei collegamenti con l’Iran e l’apertura di un possibile corridoio di transito delle merci da Est a Ovest, Yerevan guarda con interesse alla possibilità di integrarsi nei grandi flussi regionali. Questi tentativi di diversificazione, tuttavia, si scontrano con una realtà strategica complessa in cui ogni forma di integrazione implica la cessazione delle secolari ostilità con Baku. In tal senso, l’accordo di pace, per quanto delicato dal punto di vista politico, potrebbe diventare per Yerevan un’occasione di rilancio della propria economia, che soffre da decenni di carenza di investimenti, sia nel campo dei beni di consumo che delle infrastrutture.
Tuttavia, la pace nel Caucaso, soprattutto quando intrecciata con pressanti questioni energetiche, non è mai solo una questione bilaterale. Turchia ed Iran, entrambi attori emergenti e coinvolti indirettamente, vedono nelle relazioni tra Armenia ed Azerbaijan un campo di confronto strategico. Teheran teme che il corridoio di Zangezur possa tagliarla fuori dai traffici regionali, consolidando un asse pan-turco tra Ankara e Baku; Ankara, d’altro canto, spinge per una soluzione che favorisca un’integrazione strategica tra Azerbaijan e Turchia. Il percorso di pace, quindi, coinvolge tanto i due attori direttamente coinvolti nel conflitto quanto una più ampia rinegoziazione degli equilibri nel Caucaso. La sfida non è solo stabilire confini chiari o garantire la sicurezza delle minoranze, ma trasformare la cooperazione economica in un possibile collante che possa superare le rivalità identitarie e strategiche.
Oltre il trattato: riconciliazione e memoria
L’accordo di marzo 2025 tra Armenia e Azerbaigian rappresenta un passo rilevante verso la formalizzazione e la normalizzazione delle relazioni bilaterali, ma la sua portata effettiva resta parziale e da verificare. Se da un lato esso stabilisce un quadro giuridico per la fine delle ostilità e la riapertura di canali diplomatici ed economici, dall’altro non affronta alcuni nodi profondi che incidono sulla possibilità di una stabilizzazione durevole. Tra questi, il ruolo della memoria storica e del trauma collettivo rimane uno degli elementi meno discussi ma più rilevanti.
Le rispettive narrazioni nazionali, costruite e influenzate intorno a decenni di conflitto, dislocazione e violenza, continuano a condizionare la percezione dell’altro come minaccia più che come interlocutore. Per l’Armenia, la perdita del Nagorno-Karabakh si innesta in una sequenza più ampia di esperienze traumatiche, a partire dal genocidio del 1915, che alimentano un immaginario difensivo e di isolamento strategico. Per l’Azerbaigian, la riconquista dei territori è invece letta come un processo di reintegrazione nazionale e di giustizia storica, con forti implicazioni identitarie sul piano interno. Questa asimmetria nella costruzione della memoria collettiva complica qualsiasi prospettiva di riconciliazione. Al momento, non esistono né meccanismi istituzionali di confronto tra società civile né iniziative ufficiali dedicate alla gestione del passato, limitando il confronto alla diplomazia e al dialogo informale. Il processo di pace è stato costruito su logiche di sicurezza e convenienza geopolitica, lasciando sullo sfondo le dimensioni sociali e culturali del conflitto.
In assenza di una elaborazione effettiva e condivisa del trauma, le possibilità di integrazione regionale restano deboli. La fiducia, elemento essenziale in ogni normalizzazione, fatica a consolidarsi in un contesto dove la storia recente viene ancora utilizzata come strumento di legittimazione politica. Il rischio, in tal senso, è che la stabilità diplomatica rimane fragile e soggetta a deterioramento in presenza di crisi interne o tensioni provocate da attori terzi. Se l’accordo di pace può porre le basi per una cooperazione pragmatica, in particolare nel campo delle infrastrutture, dei trasporti e dell’energia, l’assenza di un lavoro sul piano della memoria rappresenta un limite strutturale del processo. Senza iniziative di dialogo storico, giustizia transizionale o riconoscimento delle reciproche sofferenze, la pace rischia di rimanere confinata al livello delle élite, senza radicamento reale nella società.

