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TematicheStati Uniti e Nord AmericaLa prima batteria ipersonica dell’US Army

La prima batteria ipersonica dell’US Army

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Gli Stati Uniti proseguono la rincorsa dei rivali russi e cinesi nel campo delle armi ipersoniche. La consegna dei primi prototipi all’esercito americano consente di iniziare l’addestramento, ma il raggiungimento della piena capacità operativa sembra lontano. Nel frattempo, Washington studia i piani per la difesa contro questi ordigni. La corsa agli armamenti ipersonici sta accelerando, ma la reale efficacia di tali armi è ancora tutta da dimostrare.

Articolo precedentemente pubblicato nel sedicesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”, iscriviti qui.

L’arma ipersonica

Continua il processo di sviluppo delle armi ipersoniche negli Stati Uniti. Ad inizio ottobre, il quinto battaglione del 3° reggimento di artiglieria campale dell’US Army ha ricevuto il prototipo della prima batteria di missili superficie-superficie ipersonici. La consegna dei canister-lanciatori e di tutto l’equipaggiamento accessorio – mancano ovviamente i missili – consente agli uomini di questo reparto di iniziare l’addestramento necessario per poter impiegare, quando sarà dichiarata operativa, la prima arma ipersonica statunitense. Gli artiglieri del 3° reggimento potranno quindi prepararsi opportunamente al primo lancio ufficiale del missile, previsto per il 2022. Se tutto andrà come riferito dal Tenente Generale Neil Thurgood, Direttore dei progetti per Ipersonico, Armi ad Energia Diretta e Spazio, la prima batteria ipersonica americana potrebbe disporre di una capacità operativa, benché parziale, già nel 2023

Il Dark Eagle – questo il nome conferito dall’esercito americano al Long Range Hypersonic Weapon, il missile che verrà impiegato dalla batteria – rientra nella categoria delle armi ipersoniche. Ciò che contraddistingue questa particolare tipologia di armi è l’elevata velocità con cui essi navigano e colpiscono il loro obiettivo e la grande manovrabilità di cui godono nonostante le forze a cui sono sottoposti durante la fase di volo. In effetti, il Dark Eagle è ritenuto in grado di colpire obiettivi ad una gittata superiore ai 2.700 chilometri e di raggiungere una velocità superiore a Mach 5 senza perdere la capacità di compiere virate anche molto decise. Nonostante i valori di velocità e di manovrabilità di cui godono i missili ipersonici siano già ampiamente raggiunti e anche superati dai moderni missili balistici e da crociera, nessun’arma fino ad ora era riuscita a combinare insieme questi due elementi. I missili balistici, che possono raggiungere velocità estreme, anche superiori a Mach 20, seguono una traiettoria prestabilita e non consentono deviazioni durante il loro movimento, motivo per il quale essi possono essere individuati, seguiti e intercettati dalle difese nemiche, anche se non sempre con successo. Quanto ai missili cruise, essi sono certamente in grado di compiere scarti e virate molto nette, tuttavia viaggiano ad una velocità alquanto ridotta, il che li rende vulnerabili agli intercettori delle batterie antimissile nemiche. A tutto ciò occorre aggiungere un ulteriore aspetto, quello della bassa altitudine di volo dei missili ipersonici: a causa della curvatura terrestre, infatti, principali sistemi radar terrestri non riescono ad individuare con sufficiente anticipo i vettori ipersonici nemici che si muovono ad altitudini troppo basse. Questo aspetto, insieme alle condizioni di cui si è discusso, ha come principale effetto quello di ridurre drasticamente il tempo a disposizione dei difensori per individuare e intercettare il vettore nemico. L’imposta contrazione del ciclo decisionale – spesso definito ciclo OODA (Observe, Orient, Decide, Act) – aumenta esponenzialmente la probabilità di compiere errori umani e riduce drasticamente la possibilità che l’intercettore riesca a neutralizzare il missile nemico. 

Oggi esistono due tipi di missili ipersonici: i missili da crociera ipersonici, i quali sono molto simili ai missili da crociera standard, ma a differenza di questi sono propulsi da uno scramjet – si tratta di un sistema che li consente, per l’appunto, di raggiungere velocità superiori a Mach 5 –, e i veicoli di rientro ipersonici (Hypersonic Glide Vehicle – HGV). Gli HGV vengono portati fuori dall’atmosfera tramite un vettore autopropulso, chiamato booster, per poi staccarsi e proseguire il loro percorso fino all’obiettivo senza utilizzare alcun sistema di propulsione. La peculiarità di queste armi consiste nella loro capacità di planare attraverso l’atmosfera, compiendo virate ad altissima velocità e colpendo l’obiettivo distruggendolo col solo effetto dell’energia cinetica accumulata durante il volo. 

Come si muovono gli Stati Uniti nella corsa all’ipersonico

Nonostante gli Stati Uniti abbiano iniziato da più di un decennio a studiare la tecnologia ipersonica, è solamente a partire dal 2018, l’anno in cui il presidente Putin rivelò le sue “armi straordinarie”, che il Pentagono ha cominciato ad investire risorse adeguate, accelerando notevolmente lo sviluppo di questa tecnologia in America. A partire dal 2018, infatti, l’anno in cui la National Defense Strategy ha incluso per la prima volta l’ipersonico tra le tecnologie chiave per vincere le guerre del futuro, un gran numero di esponenti del Dipartimento della Difesa ha espresso notevoli preoccupazioni in merito a quella che, secondo molti, poteva essere una grande vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto a Russia e Cina. La questione del ritardo americano rispetto alle c.d. potenze revisioniste è stata sottolineata a più riprese da molti, compreso l’ex sottosegretario alla Difesa per la Ricerca e l’Ingegneria, Michael Griffin, che nel 2018 ha stupito i membri del Congresso americano, dichiarando esplicitamente che gli Stati Uniti in quel momento non erano in possesso di alcun sistema in grado di difendere il territorio americano da un attacco delle armi ipersoniche dei suoi nemici.  La risposta non è tardata ad arrivare: se nel 2017 la spesa riservata dal Dipartimento della Difesa alla ricerca e allo sviluppo della tecnologia ipersonica si fermava a 800 milioni di dollari, nell’anno fiscale 2022 essa raggiungerà i 3,8 miliardi di dollari. 

Gli Stati Uniti hanno avviato diversi programmi volti a fornire alle forze armate americane sistemi d’arma in grado di sfruttare la tecnologia ipersonica. Tra questi, i più rilevanti sono quelli condotti dall’US Navy – programma Conventional Prompt Strike (CPS), che nel 2021 ha ricevuto 767 milioni di dollari e dall’US Army – programma Long Range Hypersonic Weapon (LRHW), che nel 2021 ha ricevuto 832 milioni di dollari. Entrambi i programmi, che oggi beneficiano della fetta maggiore dei fondi messi a disposizione del Pentagono, impiegano il glider ipersonico denominato Common Hypersonic Glide Body, quello su cui si fonda il funzionamento del Dark Eagle e che dovrà equipaggiare, in futuro, anche i primi missili ipersonici delle unità di superficie e sottomarine della US Navy – la grande differenza sta nel modo in cui i sistemi d’arma dell’esercito e della marina lanciano il missile. Mentre l’esercito intende schierare la prima batteria operativa nel 2023, la marina attende il 2025 per equipaggiare i DDH classe Zumwalt e addirittura il 2028 per poter installare il missile sui sottomarini classe Virginia. 

Washington ha chiarito fin da subito che, a differenza di quanto fatto da Cina e Russia, i vettori americani saranno tutti convenzionali, quindi non armabili con testate nucleari. Questa scelta impone al Pentagono di sviluppare ordigni che siano in grado di colpire con estrema precisione i propri obiettivi, il che richiede tecnologie ancora più sofisticate.

Visto il rapido sviluppo di capacità offensive basate sulla tecnologia ipersonica da parte di Russia e Cina, oggi ciò che appare più urgente per le forze di Washington non è tanto la capacità offensiva, quanto quella difensiva. Anche in questo caso, Michael Griffin ha espresso parole poco ottimiste a riguardo, dichiarandosi convinto che gli Stati Uniti non potranno disporre di una difesa efficace contro le armi ipersoniche almeno fino alla metà degli anni 20’. Anche in questo caso, i programmi avviati dalle agenzie statunitensi sono diversi, ma il principale, quello che ad oggi sembra in grado di fornire la risposta più concreta, sembra essere quello sviluppato dalla Missile Defense Agency (MDA). 

La soluzione proposta da MDA consiste in un sistema di difesa multistrato realizzato in maniera tale da garantire la difesa contro la minaccia rappresentata dagli HGV. Il sistema, denominato Regional Hypersonic Missile Defense System, sfrutta le capacità offerte dalle unità navali americane equipaggiate col sistema di combattimento Aegis, due intercettori – lo standard missile 6, probabilmente nella sua versione Block IB, e il Glide Phase Interceptor, un missile ancora in fase di sviluppo capace di intercettare gli HGV nella fase finale del HGV, quella di planata – e una serie vasta e diversificata di sensori terrestri e spaziali. I sensori spaziali rappresentano un elemento fondamentale, dato che, come si è detto, quelli posizionati al suolo o sulle unità navali non riescono ad individuare gli HGV se non nella fase finale di volo. Per questo motivo, a gennaio di quest’anno, MDA ha assegnato a Northrop Grumman e L3Harris un contratto da 276 milioni di dollari per la realizzazione di una nuova costellazione di satelliti, denominata Hypersonic and Ballistic Tracking Space Sensor (HBTSS), capace di individuare gli HGV nella loro fase iniziale, quando sono ancora collegati al booster che li porta in orbita. I dati forniti dalla HBTSS, elaborati e fusi con quelli raccolti da tutti gli altri sensori, terrestri e navali, vengono quindi inviati alle unità navali, le quali possono in questo modo lanciare il missile intercettore senza utilizzare le loro apparecchiature radar di bordo. 

L’entità della minaccia

Cina e Russia sembrano correre più velocemente degli Stati Uniti nel campo delle armi ipersoniche. La Russia avrebbe schierato la sua prima arma ipersonica, l’Avangard, già nel dicembre 2019 e avrebbe da poco equipaggiato i suoi caccia con il missile Kinzhal, un’arma in grado di manovrare a velocità superiori a Mach 10 e capace di portare una testata nucleare. Mosca starebbe anche lavorando a un missile da crociera ipersonico, Zircon, lanciabile da unità navali e in grado di viaggiare a velocità superiori a Mach 8. 

Quanto alla Cina, avrebbe testato diverse volte e con risultati alquanto positivi il missile balistico DF-17, a cui sarebbe collegato un HGV, il DF-ZF, e il missile balistico intercontinentale DF-41, anch’esso ritenuto in grado di “staccare” un HGV capace di montare una testata nucleare. Proprio nei giorni scorsi, peraltro, il Financial Times ha fornito indicazioni riguardo a un possibile lancio, da parte cinese, di un HGV in grado di raggiungere lo spazio, seguire una rotta semi-orbitale intorno al globo terrestre e poi iniziare la sua fase di planata verso l’obiettivo designato. La notizia, anche se smentita dalle autorità cinesi, secondo le quali il test avrebbe riguardato un normale veicolo spaziale, è stata accolta con timore dai media americani e dai vertici militari del Pentagono. Il generale Glen VanHerck, comandante del US Northern Command e del US Canadian North American Aerospace Defense Command (NORAD), si è espresso con parole molto preoccupanti a riguardo, sottolineando come il test effettuato dalla Cina abbia posto “una sfida significativa alle capacità di cui dispone il NORAD di fornire un preavviso di attacco alle forze militari americane” deputate alla difesa del territorio.

Oggi risulta difficile fornire una valutazione obiettiva delle capacità raggiunte da Cina e Russia nel campo delle armi ipersoniche. Entrambi i Paesi sono infatti interessati a far mostra delle loro capacità militari per rafforzare la loro posizione di fronte ai loro rivali, ma anche ai loro alleati, e per esercitare maggiore deterrenza nei confronti delle potenze ad esse ostili. D’altro canto, anche il Dipartimento della Difesa americano ha tutto l’interesse a rappresentare quelle russi e quelle cinesi come armi formidabili in grado di colpire gli Stati Uniti senza alcun tipo di difficoltà, così da diffondere rapidamente un grande senso di urgenza e di pericolo e quindi ottenere fondi extra per le casse del Pentagono. 

Ad oggi, in effetti, molti commentatori e analisti di questioni militari concordano nel dire che l’efficacia delle armi ipersoniche è spesso sopravvalutata. Innanzitutto, i moderni missili balistici appaiono già di per sé molto difficili da intercettare, soprattutto se lanciati a salve, e non singolarmente. Secondo loro, Cina e Russia sarebbero già in grado di colpire gli Stati Uniti con i loro missili balistici intercontinentali. In effetti, visto che i missili balistici sono già ipersonici, le moderne difese antimissile non riescono sempre a intercettarli, nonostante ne possano prevedere la traiettoria. Un altro aspetto che molti commentatori enfatizzano è poi quello del rateo di produzione: la realizzazione missili di questo tipo richiede un processo alquanto lungo e costoso, il che rende impossibile la produzione di un elevato numero di sistemi. 

Molti critici, poi, suggeriscono di giudicare con cautela le dichiarazioni propagandistiche della stampa americana, ma anche russa e cinese, enfatizzando diversi aspetti di natura prevalentemente tecnica. Ad esempio, essi fanno notare come le manovre che gli HGV sono in grado di compiere durante il volo, oltre ad aumentare la manovrabilità del vettore, consentendo quindi maggiore precisione e garantendo maggiori probabilità di sfuggire all’intercetto, determinano anche una riduzione della velocità, con una conseguente riduzione dell’energia cinetica accumulata dal vettore al momento dell’impatto. In aggiunta, il calore da essi sprigionato potrebbe facilmente danneggiare il sistema di navigazione, rendendo impossibile il controllo del HGV da remoto, e facilitare l’individuazione del vettore – molti sensori riescono a captare facilmente la differenza di temperatura di un corpo rispetto all’ambiente circostante. Che le principali potenze globali si stiano confrontando in una sorta di corsa agli armamenti ipersonici sembra essere ormai un dato di fatto. Stati Uniti, Russia e Cina – ma anche attori di calibro inferiore come Francia, India e Regno Unito – stanno rapidamente sviluppando armi ipersoniche di vario tipo, sbandierandone quanto prima i risultati sui principali media nazionali. Nonostante ciò, la reale efficacia delle armi ipersoniche e l’impatto che esse avranno sulla condotta delle operazioni militari sono elementi che richiedono ancora del tempo per poter essere valutati in maniera obiettiva. Molti analisti ritengono che l’efficacia di questi missili potrebbe essere rilevante in teatri di guerra regionali, dove le distanze ristrette ridurrebbero notevolmente i problemi descritti sopra, ma che queste armi non avrebbero un grande impatto sulla stabilità strategica tra le grandi potenze, né sulla deterrenza nucleare. Ciò che appare chiaro ad oggi, in virtù delle loro caratteristiche di manovrabilità e velocità, è che i missili ipersonici sono potenzialmente in grado di mettere in difficoltà un attore dotato delle più moderne tecnologie di difesa antimissile.

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