04/08/2026
Cina e Indo-Pacifico, Relazioni Internazionali

L’ultima frase dell’ASEAN sulla Corea del Nord

di Aniello Iannone

Alla fine di maggio il ministro degli Esteri singaporeano Vivian Balakrishnan si è recato a Pyongyang su invito di Choe Son-hui, ha esortato la Corea del Nord a mantenere aperti i canali regionali e le ha consegnato l’invito per l’ASEAN Regional Forum di luglio. Quando i ministri si sono riuniti a Manila la sedia nordcoreana era vuota per il secondo anno consecutivo, e quella del 2025 era stata la prima dall’adesione nel 2000. Il 27 luglio Kim Yo-jong ha liquidato la dichiarazione del presidente definendola un pezzo di carta privo di qualsiasi vincolo giuridico. L’osservazione era banale, ed è proprio questo a renderla imbarazzante, perché documenti di quel tipo non sono mai stati concepiti per vincolare e ricavano forza soltanto dai governi disposti a lasciare che il loro linguaggio orienti la condotta. Sulla Corea del Nord quella coalizione si è assottigliata, e si è assottigliata dentro il Sud-est asiatico non meno che fuori.

Il riconoscimento e il suo prezzo

Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.

Un patto costruito per costare poco

La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.

Una norma priva di esecutori

L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.